Tra padrini e dittatori
Colloquio tra Roberto Saviano e Luis Moreno-Ocampo
(a cura di Gianluca Di Feo)Le tirannie e le mafie, la globalità dei traffici e i limiti delle autorità statali. Lo scrittore di 'Gomorra' incontra il procuratore internazionale, l'uomo che processò i generali argentini e ora persegue i genocidi.
In comune hanno il ricordo di una giornata speciale. Era martedì 3 luglio 1990.
Luis Moreno-Ocampo, il primo procuratore
internazionale che persegue in tutto il pianeta i crimini contro
l'umanità, aveva appena concluso il suo processo più
importante. Aveva fatto condannare la giunta
militare che si era impadronita del suo Paese dominandolo con
l'orrore dei desaparecidos. Ma quel giorno come tutti i
suoi connazionali pensava solo a tifare l'Argentina, scesa in campo
contro l'Italia per la semifinale mondiale.
Dall'altro lato dell'Oceano, Roberto Saviano era un
ragazzino che accanto al padre guardava la stessa partita.
E come tutti i napoletani non tifava per gli
azzurri, ma per Diego Armando Maradona. L'uomo con
la maglia numero dieci è ancora oggi una figura leggendaria per lo
scrittore campano. Per Moreno-Ocampo è stato il cliente più
speciale dello studio legale che aveva aperto dopo il processo ai
dittatori di Buenos Aires e prima delle inchieste sui massacratori
africani: "Muoversi con lui era incredibile: c'erano folle
che accorrevano per venerarlo. I poliziotti che dovevano
arrestarlo, persino i magistrati chiamati a giudicarlo imploravano
un autografo. A lui si perdonava tutto: persino il papa lo ha
salutato dicendo 'Sono un suo tifoso'". "A Napoli era la stessa
cosa", gli fa eco Saviano: "E anche adesso quando torna viene
sempre accolto come un idolo". Moreno-Ocampo scuote la testa:
"Semplicemente incredibile, pensare che era un bambino affamato.
Poi è stato travolto dalla fama: ha perso il senso del
limite".
Tutto l'attività del procuratore argentino è segnata da
persone che hanno perso il senso del limite. Gli
ufficiali argentini che hanno fatto sparire
migliaia di oppositori; i tiranni che in Congo e
in Uganda usano lo stupro come arma di massa o che
in queste ore continuano a rendere il Darfur "una gigantesca scena
del crimine".
E lui? Il primo procuratore con competenza planetaria, a cui si rivolgono le vittime più deboli, a cui viene chiesto di punire i governi e persino di valutare la legittimità 'dell'invasione anglo-americana dell'Iraq', non teme mai di perdere il senso del limite? Non ha mai la tentazione di abbandonare i vincoli del codice per assumere un ruolo politico in nome della giustizia? "Bisogna seguire il mandato e non uscirne mai fuori", spiega: "Quando cinque anni fa sono stato eletto in questo incarico, ho subito venduto il mio studio legale e ho rinunciato all'insegnamento ad Harvard: non solo dovevo essere indipendente, ma dovevo anche mostrare di non potere venire influenzato. La mia forza sta nella mia reputazione. Se tu segui la legge, se tu non esci dal mandato, allora sei rispettato, allora hai il consenso. E questo in soli cinque anni ha permesso alla Corte penale internazionale di raggiungere obiettivi che erano impensabili. Ma se ti lasci condizionare dall'agenda politica, allora sei morto".
Saviano porta subito la conversazione su un piano
letterario: "Come ci si sente a giudicare i
governi? Che sensazione prova un uomo di legge mentre non
si misura con una piccola cosa, ma si trova in qualche modo a
mettere sotto processo la storia"? "Dos feelings", Moreno-Ocampo
abbandona istintivamente l'inglese della burocrazia Onu e passa al
castigliano, più vicino a quella "madre patria" che sente di
condividere con la Napoli dello scrittore: "Hai il privilegio di
potere aiutare milioni di vittime, puoi contribuire a fermare
violenze di dimensioni epocali. E sai che non stai lavorando per
una singola nazione ma per il mondo intero: stai contribuendo a
fondare le istituzioni di una nuova era. È una sensazione
meravigliosa: lavorare per costruire il futuro".
"Ma il problema mafioso potrebbe essere affrontato con questi
metodi? Non si tratta forse di una minaccia globalizzata che
coinvolge l'intero pianeta", lo incalza Saviano.Il tema è
quello di 'Gomorra', l'impero economico che unisce traffici globali
e sfugge alle giustizie nazionali. "È proprio quello di
cui sono venuto a parlare qui a Roma: la Banca mondiale sta
discutendo di come le istituzioni finanziarie possano affrontare
sfide globali. Il paradosso è proprio questo: noi abbiamo polizie
nazionali e magistrati nazionali mentre i criminali sono
internazionali. Quando ho cominciato le mie indagini per l'Onu, mi
hanno segnalato che le armi per i massacri in Ituri, una regione
del Congo, venivano fornite dalla mafia ucraina.
Allora mi sono rivolto all'Europol, chiedendo notizie. Loro mi hanno risposto stupiti: sappiamo tutto dei padrini ucraini, ma ignoravamo che operassero in Africa. Perché Europol è una realtà potente ma concentrata sull'Europa e gli sfugge che invece le cosche si sono radicate altrove. O quando un giudice spagnolo ha ricostruito i voli degli aerei dei narcos: decollavano dalla Colombia portando cocaina in Spagna, poi ripartivano verso Ituri con i kalashnikov per le milizie. È chiaro che questa dimensione richiede istituzioni globali. La Corte è un primo passo, in cui molti stati hanno rinunciato alla sovranità nazionale pur limitando il mandato ai crimini contro l'umanità e ai genocidi. Ma segna la nascita di un nuovo modo di fronteggiare la globalizzazione dei reati".
"E quindi la Corte dell'Onu potrebbe occuparsi di una figura
come Salvatore Mancuso? Un personaggio che in Colombia è sia
terrorista che narcotrafficante: con i suoi squadroni della morte
ha commesso omicidi su larga scala...". Il procuratore non la scia
finire la domanda a Saviano: "Sì, che probabilmente possono essere
definiti crimini contro l'umanità. E infatti quello è un dossier
preliminare che abbiamo aperto: stiamo esaminando gli elementi per
capire se rientra nella nostra competenza. Sono stato in Colombia,
ho incontrato le autorità, le vittime, i magistrati. Prima di
procedere vogliamo capire se c'era qualcuno più in alto di lui. E
quale rete dall'estero ha aiutato sia lui sia la guerriglia delle
Farc".
"E Fidel Castro?", insiste Saviano: "Un giorno potrebbe essere
chiamato davanti alla vostra Corte?" "No. Niente Cuba, niente Iraq,
niente Libano, niente Israele. Noi possiamo intervenire solo nei
106 paesi che hanno ratificato il Trattato di Roma. O nei confronti
di organismi di queste nazioni. Ad esempio siamo stati chiamati a
valutare la legittimità dell'azione militare britannica in Iraq, ma
abbiamo ritenuto che non ci fossero i presupposti per procedere. La
nostra sola esistenza però diventa un elemento di dissuasione e di
prevenzione anche nei confronti degli eserciti. È una nuova era del
diritto", ripete Moreno-Ocampo.
Il procuratore sa che più dei tiranni, la Corte ha un
nemico giurato: gli Stati Uniti, che in tutti i modi
cercano di contrastarla. In passato Barack Obama è stato l'unico
politico americano a mostrare un'apertura. Ma appare difficile che
la linea di Washington cambi. "Una nuova era richiede pazienza.
Penso che nel giro di cinquant'anni tutti i paesi aderiranno. La
legge riduce il potere: il nostro lavoro interessa soprattutto i
paesi deboli o a chi si è trovato a esserlo nel passato. Africa,
Europa, Sud America sono con noi. Il Darfur però sta aprendo una
fase nuova e la necessità di fermare la strage sta creando un clima
diverso intorno alla Corte: troviamo sostegno anche tra le nazioni
non aderenti".
Per i massacri nel sud del Sudan sono stati appena
accusati un ministro in carica e il capo dei Janjaweed, i 'diavoli
sterminatori'. Ma le potenze continuano a cercare di usare la Corte
per i loro disegni. "Sul Darfur un'ambasciata contattò uno dei miei
collaboratori: 'Sappiamo che volete incriminare un ministro, non
basta: dovete andare più in alto'. Poi dopo poche ore la stessa
ambasciata lo ha richiamato: 'Fermatevi! Abbiamo saputo che stanno
negoziando, non fate nulla'. Noi invece non ci facciamo
condizionare".
L'aspetto che più colpisce Saviano è la capacità di
trasformare la voce di chi viene ignorato: rendere i racconti delle
vittime prove contro i carnefici. "Ricordo che la
testimonianza di una ragazza che era stata stuprata in Uganda
proseguì per tre giorni", risponde Moreno-Ocampo: "Alla fine lei
scoppiò in lacrime. Noi eravamo preoccupati, temevamo di averla
sottoposta a una pressione eccessiva con l'interrogatorio:
'Scusaci, ti abbiamo costretto a ricordare per poterli punire. Non
volevamo farti male, non piangere'. 'No', ci rispose, 'piango
perché questa è la prima volta che qualcuno mi dà ascolto'".
La parola che mette alle corde i criminali. In fondo, è la metafora
di 'Gomorra': romanzo che più di ogni atto
giudiziario si è trasformato in arma contro l'ultima delle mafie.
"Perché è il numero dei lettori che lo rende tale, li trasforma in
protagonisti", spiega lo scrittore. Fuori ci sono i carabinieri che
lo circondano. Il procuratore che accusa governi e despoti invece
non ha scorta, si muove in taxi e dorme a Roma in un hotel senza
lussi. Sa cosa significa vivere nella minaccia: la protezione di
Saviano lo riporta agli anni blindati dell'inchiesta sui generali
argentini. E concorda con la sua analisi: "Dittatori militari e
padrini, signori della guerra e boss sono uniti da due elementi.
Pianificano crimini organizzati, seppur di dimensioni diverse.
E vogliono controllare la loro immagine. Amano che si parli di
loro, ma non perdonano chi svela i meccanismi del loro potere:
rispettano gli inquirenti, odiano i testimoni". Difendere i
testimoni è una delle missioni più difficili, ai limiti
dell'impossibile in Africa occidentale: "Una volta avevamo
portato le persone che accusavano il senatore Bemba in una
cittadina sicura. Poi le milizie l'hanno occupata con un blitz e
noi abbiamo sudato freddo per portarli in salvo. Il dilemma più
grande lo abbiamo avuto in un campo profughi: i testimoni erano gli
insegnanti dell'unica scuola, portandoli via avremmo privato tutti
i bambini della speranza di alfabetizzazione. Abbiamo dovuto
scegliere tra giustizia ed educazione". "Ma lei", conclude Saviano,
"non sente mai di stare scrivendo la storia?". "A 32 anni avevo già
incriminato la giunta argentina. Pensavo: ok, ho finito il mio
lavoro, ora posso fare quello che voglio. Poi a 50 anni c'è stato
questo incarico. Mi sono detto: costruire questa corte adesso è
responsabilità tua. Eccomi qui".
A Buenos Aires ha portato sul banco degli imputati nove generali e
tre ex capi di Stato; a L'Aja ha accusato 11 criminali di massa.
Nessuno aveva fatto tanto dai giorni di Norimberga. Lui ci scherza
su, ma non troppo: "Ho ancora quattro anni prima di chiudere
l'incarico, datemi tempo...".
(a cura di Gianluca Di Feo)
01 July 2008
