Tatanka Skatenato
di Roberto Saviano
La sfida del bisonte Clemente Russo. Dalle palestre di Marcianise che strappano i ragazzi alla camorra fino al ring di Pechino. Combattendo con i pugni per il riscatto della sua terra
Non c'è impresa migliore che quella realizzata con le proprie mani.
E i pugili concordano con questa frase di Omero. La boxe è
rabbia disciplinata, forza strutturata,
sudore organizzato, sfida di testa e muscoli. Sul
ring o fai di tutto per restare in piedi oppure dai fondo alle tue
energie e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno
contro uno. Non ci sono altre possibilità e nessun'altra
mediazione.
Ci saranno due campioni nella nazionale azzurra alle
prossime Olimpiadi: Clemente Russo, 91
kg, peso massimo, e Domenico Valentino, 60 kg,
peso leggero. Ventisei e ventiquattro anni. Campione del mondo il
primo, vicecampione il secondo. Tutti e due poliziotti. Pugili che
gli avversari cinesi studiano da anni in previsione degli incontri
di Pechino. Russo e Valentino sono entrambi di Marcianise, la tana
dove si allevano i cuccioli della boxe. Quando crescono, vanno
nella Polizia o nell'Esercito e infine dritto alle Olimpiadi.
Marcianise, paesone di quarantamila abitanti,
è una delle capitali mondiali del pugilato, senza
dubbio la capitale italiana. Ci sono tre palestre gratuite dove i
ragazzi di tutto il Casertano vanno a tirare al sacco. Esiste una
ragione perché Marcianise sia il vivaio storico dei pugili in
Italia. Proprio qui gli americani stanziati in
Campania chiamavano come sparring partner i carpentieri e
bufalari della zona che si misuravano con i marines per un
paio di dollari. E dopo esser riusciti a batterne parecchi,
continuarono a combattere e misero su palestre e cominciarono a
insegnare ai ragazzi del posto.
Uno dei coach che ha reso gloriosa la palestra Excelsior di
Marcianise è Mimmo Brillantino. Una sorta di sacrestano del
pugilato, allenatore di campioni europei, olimpici, mondiali.
Li individua da bambini, li
annusa, li segue, li guarda nell'anima. E
poi li cresce, metà domatore di tigri metà fratello maggiore. Ogni
mattina, Mimmo Brillantino si presentava all'alba sotto casa di
Clemente Russo per svegliarlo. Ore 6.00: corsa. Fino alle 8.30,
quando cominciava la scuola. Finita quella, andava a prenderlo:
pranzo, compiti e poi di nuovo allenamento. Col sole in maniche
corte, sotto la pioggia col cappuccio.
Ci si allena
sempre, con costanza.
Poco prima della partenza per le Olimpiadi, incontro Clemente Russo
e Domenico Valentino nel centro polisportivo della Polizia di Stato
dove si allenano tutti i poliziotti impegnati in ogni disciplina.
Dal grande judoca Pino Maddaloni alla campionessa di scherma
Valentina Vezzali, sono tutti nelle Fiamme Oro. Clemente
Russo qui lo chiamano Tatanka, parola con cui i Lakhota
Sioux indicano il bisonte maschio. Il nome glielo
mise uno dei suoi maestri dopo aver visto 'Balla coi lupi'.
Cercando di comunicare con il suo nuovo amico Uccello Scalciante,
il tenente John Dunbar si mette carponi, due dita sulla testa per
rappresentare le corna di un bisonte. Il capo tribù capisce e dice
'tatanka', Dunbar annuisce e ripete.
Clemente Russo si è guadagnato quel sopranome perché sul
ring a volte si dimentica di essere un pugile. Abbassa la
testa, naso all'altezza del petto, occhi tirati su, fronte bassa e
giù a picchiare. Bisogna urlarglielo dall'angolo che è uno
sportivo, non un picchiatore. Ma come dice Giulio Coletta dello
staff azzurro: "Se combatti così e non butti giù subito il tuo
avversario, quello ti frega, perché tu perdi tutte le tue energie e
poi non hai più fiato per difenderti né concentrazione. E poi
crolli. Come un bisonte dopo aver caricato".
Tatanka ha un tatuaggio sul costato. Un bisonte americano
in corsa, ma che sulle zampe anteriori calza i guantoni. Clemente
mi racconta che entrò in palestra "perché ero chiatto! E non ne
potevo più di stare sempre fuori dai bar". Oggi il maggior
pregio di Clemente Russo è la visione d'insieme. Sembra
avere in testa dal primo all'ultimo minuto cosa deve fare. E poi è
potente, ma non lo considera la sua qualità migliore: "La forza è
l'ultima cosa. La prima è la mente. È centrale, Robbè". I veri
pugili non nascono come attaccabrighe, anzi spesso si va in
palestra per sviluppare aggressività e solo
poi per dominarla. "Prima cosa: non bisogna prenderle. Poi
la seconda è darle". Su questo Clemente e Domenico si esprimono in
coro.
La palestra che li ha sfornati, la Excelsior, ha festeggiato
vent'anni di attività, di cui dieci in cima alla classifica
riservata alle società pugilistiche. Ma a differenza di quanto
accade per altri sport, gli allenatori che li seguono con
una passione da missionari guadagnano quattro
soldi, giusto il necessario per sopravvivere. Eppure
passano le giornate in palestra a costruire pugili. A conteggiare
le flessioni, a insegnargli a bucare il sacco, a saltare la corda,
a correre, a resistere. "E a essere uomini" aggiunge Claudio De
Camillis, poliziotto, arbitro internazionale e capo del settore
Fiamme Oro, che li ha visti tutti.
"Ci chiamano da Marcianise, ce li segnalano quando sono pischelli.
Arriva la telefonata di Brillantino o del coach Angelo Musone, o
Clemente de Cesare, Salvatore Bizzarro, e Raffaele Munno, i
'templari' della boxe. Noi li prendiamo perché loro ci segnalano
anche la testa di questi ragazzi, la provenienza, la serietà".
La Polizia li arruola e ci crede. Senza le Fiamme
Oro non esisterebbe il pugilato dilettantistico. Quindi non
esisterebbe più la boxe in Italia.
Ormai gli sponsor non ci investono più e l'unica
possibilità sarebbe andare in Germania, paese che attira le scuole
più temute della boxe contemporanea, i pugili dell'est. Russi,
ucraini, kazaki, uzbeki, bielorussi. I nuovi combattenti affamati.
I gladiatori che hanno rilanciato l'attenzione mondiale verso il
pugilato e rendono oggi la Germania la terra promessa della boxe.
A Marcianise anche molti italiani sono diventati
campioni, altri sono rimasti bravi atleti e nulla più.
Però tutti si sono tenuti lontani dalla camorra. A volte i ragazzi
imparentati a una famiglia andavano ad allenarsi la mattina e
quelli della famiglia rivale ci andavano nel pomeriggio, ma la boxe
li trascinava comunque via da certe logiche.
Le regole del pugilato sono incompatibili con quelle dei
clan. Uno contro uno, faccia a faccia. La fatica
dell'allenamento, il rispetto della sconfitta. La lenta costruzione
della vittoria. Come ricorda Clemente Russo: "È una vita di
sacrifici, sono vent'anni che non ho la forza di fare tardi la
sera. E non mi ricordo un momento in cui potevo permettermi di
cazzeggiare tra i bar, come si fa dalle nostre parti". La
camorra non gestisce il pugilato per una semplice ragione,
e Clemente Russo la conosce bene: "Non girano più tanti soldi. Con
il primo titolo europeo juniores che ho vinto mi sono comprato un
motorino.".
È solo in Germania e in Spagna che la mafia russa continuamente si
infiltra per cercare di entrare nel business. Ma a quelli che
comandano a Marcianise, i Belforte e i Piccolo, i soldi e i
modi per procurarseli non mancano. I primi sono persino
riusciti a far venire le telecamere della 'Vita in diretta' per
riprendere il matrimonio di Franco Froncillo, fratello
dell'emergente boss Michele Froncillo. Volevano che quelle nozze
con tanto di elicottero che faceva scendere una pioggia di petali
sugli sposi e sugli altri invitati non fossero immortalate dalle
solite riprese a pagamento, ma dalla Rai. Di modo che non solo i
parenti ma le casalinghe di tutt'Italia potessero ammirare e
invidiare la sposa.
I Mazzacane e i Quaqquaroni - come vengono chiamate le famiglie
rivali - sono due clan capaci di egemonizzare un vasto
territorio disseminato di piccole e medie aziende. Un
territorio che ospita il più grande centro commerciale d'Italia e
il più grande cinema multisala - primati strani per una regione
piena di disoccupazione e segnata dall'emigrazione.
Significa che ci sono molti subappalti da vincere,
molti parcheggi da gestire, molte polizie private da imporre. E
soprattuttomolto racket.
Nel marzo 2008 il comune di Marcianise è stato sciolto per
infiltrazione camorristica. E nel 1998 Marcianise era
stata la prima città italiana dalla fine della Seconda guerra
mondiale a vedersi imporre il coprifuoco dal prefetto. Negli anni
'90 si contava un morto al giorno. Quando iniziarono a massacrarsi
i Mazzacane e i Quaqquaroni, gli allenatori di boxe furono
fondamentali per salvare il territorio. Seguendo
nient'altro che l'imperativo del pugilato, "tutti in palestra senza
distinzione di colore, testa, gusto": perché "dentro si è
tutti rossi, come il sangue", come dicono nelle palestre
dalle mie parti.
Mimmo Brillantino e gli altri coach andavano a prendersi i
ragazzini nei bar, nelle piazze,
fuori da scuola. E così li strappavano al deserto
in cui i clan riescono a reclutare i giovani di generazione in
generazione per metterli sulle loro scacchiere. La boxe
rompeva questo meccanismo e lo faceva in modo definitivo.
Il ring è più efficace, in questo, di una laurea. Perché quando hai
combattuto col sudore della tua fronte e con le tue mani,
arruolarsi diviene una sconfitta.
A Chicago, nel 2007, Tatanka ha dimostrato cosa significa
venire da una palestra di Marcianise. Si è messo il suo
caschetto azzurro e ha battuto il tedesco Povernov, col quale aveva
perso nel 2005 ai Mondiali in Cina. Ha schivato i pugni del
montenegrino Gajovic, che pur esperto di Europei, Mondiali e
Olimpiadi e pur avendo eliminato molti sfidanti promettenti
non riusciva a inquadrare Clemente che gli
sfuggiva. Poi ha sconfitto il cinese Yushan,
ambiziosissimo. Fino al capolavoro conclusivo contro il possente
mancino Chakheiv che per tre riprese ha condotto in apparenza il
gioco, aiutato dai giudici che ignoravano i colpi di Russo. La
tattica aveva consentito a Chakheiv di scattare al suono
dell'ultima tornata con un 6-3 che sembrava metterlo al sicuro.
L'angolo di Clemente era demoralizzato, cercava di non farglielo
capire, ma ormai si preparava alla sconfitta. PeròTatanka
ci ha creduto sino alla fine. "Nun c'la fa cchiù, ha
finito la miscela. Lo batto, lo batto". In due minuti inizia la
rimonta. Un gancio, un jab, schiva un sinistro e va dritto allo
zigomo del russo. Mette assieme quattro punti senza incassare
neanche un colpo. Chakheiv s'è preso una grandinata di cazzotti.
Non riesce nemmeno più a ricordarsi dov'è. L'incontro si conclude
sul 7-6 e Clemente ne esce campione del
mondo.
L'altro talento mondiale marcianisano è Domenico Valentino.
Tutti lo chiamano Mirko. È il nome che la madre aveva
scelto, solo che per rispetto verso il suocero gli ha poi messo il
nome del nonno. Ma dopo aver pagato il debito all'anagrafe, l'ha
subito chiamato Mirko. Il miglior peso leggero che abbia
mai visto. Veloce, tecnico, non dà tregua all'avversario.
La sua strategia ce la spiega lui: "Tocca e fuggi, tocca e fuggi".
"Facevo il parrucchiere per donne" racconta, "poi
ho iniziato ad allenarmi. A Marcianise è normale e così mi sono
accorto che dentro di me c'era un pugile". Sembra incredibile che
uno dei pugili più forti al mondo abbia fatto il parrucchiere, pare
quasi il riscatto d'immagine di un'intera categoria.
Mirko da coiffeur è divenuto il più temuto peso leggero
europeo. Quando è all'angolo parla
spagnolo. "Metto la esse alla fine di tutte le parole,
così mi sento un po' Mario Kindelan". Kindelan, peso leggero cubano
e mito di Mirko, è stato due volte medaglia d'oro alle Olimpiadi e
tre volte campione mondiale. Quando vinceva, sussurrava ai suoi
sfidanti al tappeto "non sono miei questi pugni, sono i pugni della
rivoluzione".
Domenico Valentino si guarda allo specchio per studiarsi i
movimenti, velocissimi, i piedi
che roteano assieme al destro. Lo specchio è fondamentale
nella boxe. Salti la corda davanti allo specchio, lanci i pugni,
metti a punto la guardia. Ti guardi così tanto che riesci a vederti
come un altro. Il corpo che incontri riflesso non è più il tuo. Ma
un corpo e basta: da modellare, da costruire. Darendere
insensibile al dolore e forte alla
reazione.
Il pugilato rimane uno sport epico perché si fonda su regole della
carne che pongono l'uomo di fronte alle sue
possibilità. Anche l'ultimo della terra con le sue mani,
la sua rabbia, la sua velocità può dimostrare il proprio valore. Il
combattimento diviene un confronto con questioni ultime che la vita
contemporanea ha reso quasi impossibile. Sul ring comprendi chi sei
e quanto vali. Quando combatti non conta il
diritto, non conta la morale, non conta
nulla se non il tuo perimetro di carne, le tue mani, i tuoi occhi.
La velocità nel colpire e schivare, la capacità di sopravvivere o
soccombere, di vincere o fuggire. Non puoi mentire, nel contatto
fisico. Non puoi chiedere aiuto. Se lo fai, accetti la sconfitta.
Ma non è l'esito di un incontro a stabilire chi veramente è più
forte. Più che la vittoria, più che i risultati
degli incontri, conta la pratica dell'esperienza di
dolore, conta l'assenza di senso che occorre sostenere per
potervi salire e starci. Per stare dentro la vita. Agonismo e
agonia. Claudio De Camillis prende Mirko per un braccio e dice:
"Guarda qua, Robbè, questo non è manco 60 kg. Se lo vedi per
strada, dici: questo lo schiaccio. E invece è un carro armato".
Domenico Valentino al mondiale di Chicago ha battuto l'armeno
Javakhyan, vice campione europeo, in velocità. Gli ballava davanti
e appena quello tentava di colpirlo, lo riempiva di pugni. Poi ha
vinto contro Kim Song Guk, nordcoreano, un pugile allenato ai colpi
veloci, ma che non riusciva a beccare lui. In finale con l'inglese
Frankie Gavin, Valentino si è presentato con la mano destra
infortunata: il suo punto debole, le mani piccole e
fragili. Un vantaggio che Gavin ha sfruttato alla perfezione.
Peccato. "Io non lavo mai niente fino a quando vinco. Mutande,
calzettoni, pantaloncini. Poi se perdo butto via tutto. E quando
vinco non mi puoi stare vicino, tanto puzzo di sudore".
Anche stavolta ha le mani ferite. Gli chiedo: "Non le avevi coperte
bene con le bende?". "No" mi risponde, "questa è un'altra cosa.". E
gira la testa. Sotto la nuca appare un nome tatuato: Rosanna, la
fidanzata. Dopo un po' ammette: "Ho litigato con lei e siccome sono
nervoso ho distrutto un motorino a pugni. Ma se vinco alle
Olimpiadi, me la sposo". Domenico Valentino ha un
fortissimo senso della sfida e anche del
rispetto per lo sfidante. "Dal mio angolo non
sentirai mai frasi tipo ammazzalo, uccidilo. Mai. Si batte il
nemico. Punto". È rimasto in ottimi rapporti con Frankie Gavin, è
amico della nazionale uzbeka, però "non amo i turchi perché quando
vincono ti prendono in giro, ti sventolano la bandiera sotto il
naso. Per il resto: tutti fratelli combattenti".
Un incontro memorabile è stato quello contro Marcel Schinske ad
Helsinki nel 2007. I ragazzi di Marcianise se lo vanno a
rivedere su YouTube (guarda).
Il pugile tedesco tenta una strategia d'attacco. Si agita, vuole
intimorire. Si scopre, errore fatale se combatti con un pugile
veloce. E infatti Valentino gli infila subito un diretto al mento,
così forte che Schinske non solo va a tappeto
immediatamente, ma cade rigido, le braccia bloccate ancora
in guardia, gli occhi rivoltati all'insù. Domenico Valentino non
dimenticherà mai più quel diretto. "Robbè, ho sentito come una
scarica elettrica in tutto il braccio. Mai avevo sentito una cosa
così. È come se tutto il suo dolore mi fosse entrato dentro. Mi
sono spaventato perché dopo essere andato ko, ha iniziato anche a
scalciare come un epilettico".
Ricorda Claudio De Camillis: "L'ho dovuto prendere e abbracciare,
lentamente farlo scendere dal ring. Piangeva, ha singhiozzato per
quaranta minuti, pensava di averlo ammazzato. Solo quando gli ho
assicurato che stava bene s'è calmato". Può sembrare incredibile ma
è così: salire sul ring per buttare giù un avversario e una volta
buttatolo giùpreoccuparsi che non si sia fatto troppo
male, che possa continuare ad essere uomo e pugile. Come
Joe Frazier, uno dei miti di Clemente Russo.
Joe Frazier combatteva compatto, un mattone nerissimo di muscoli,
ma agile, e vinse il titolo mondiale. Ma in quel periodo il
campione dei campioni, Mohamed Alì, era fuori, aveva deciso di
mollare la boxe. E nel 1971, quando Frazier incontra
Alì capisce che solo dopo averlo affrontato potrà
definirsi davvero un campione. Dopo quindici riprese, trova la
strada per un gancio. Alì cade. Battuto. Quattro anni dopo, Frazier
rinnova la sfida. Un match considerato tra i migliori mai
combattuti. Nessuno riesce a sopraffare l'altro. Frazier e Alì
sanguinano entrambi, gli occhi perdono visuale gonfiandosi, il
fiato manca. Gli arbitri non trovano il coraggio di fermare un
match seguito da tutto il mondo, gli allenatori non se la sentono
ad esser loro a gettar la spugna. Allora è Frazier che decide. Sono entrambi stanchi e pesti e Frazier teme di ammazzare o
di essere ammazzato. Cuore a mille, respiro corto,
mascella lussata, sangue dalle sopracciglia, giudici imbarazzati.
Joe Frazier riconosce che tocca a lui. E si ritira
lasciando la vittoria ad Alì. Le leggi che emergono quando
le altre non funzionano sono scritte col corpo. Lealtà, rabbia,
stima dell'avversario nascono dopo che hai tentato di massacrarlo e
dopo che lui ha tentato di massacrare te e si è pari. "In fondo"
disse allora Frazier "non c'è bisogno di trovare troppe
motivazioni. Dentro di te lo sai sempre cosa è giusto e cosa è
sbagliato". Joe Frazier aveva citato Immanuel Kant senza
saperlo.
Domenico ha una faccia inconfondibile. Ha la maschera del pugile
anche se "il naso non me l'hanno mai rotto, ce l'ho così
naturalmente". Uno di quei visi che i pugni e gli esercizi levigano
lentamente come vento e acqua fanno con le rocce. Piero Pompili lo
inquadra poi mi dice di guardare nell'obiettivo emi appare
un viso quasi azteco. Piero Pompili fotografa pugili da
sempre. Quasi tutti i pugili del mondo sono stati ritratti da lui
in palestra quando erano solo un agglomerato di ambizioni e
speranze davanti al sacco. Pompili riconosce in loro le opere dei
grandi maestri "Guido Reni, ecco Guido Reni", oppure "Caravaggio,
sei un Caravaggio". I pugili lo guardano, gli vogliono bene, ma non
capiscono quel che lo esalta. E lui li incalza come fanno i
fotografi di modelle, ma con parole assai diverse: "Vai, Tatanka,
gancio, gancio. Vai Mirko, veloce, colpisci, colpisci". Pompili
vede oltre, l'insieme delle pulsioni che dilaniano un uomo è
tracciato nel bianco e nero delle sue foto.
Guardando Tatanka sul ring mentre Pompili scatta, ho sensazioni
diverse. Non ho mai provato invidia verso un uomo in vita mia,
Clemente Russo invece lo invidio. Il suo corpo in movimento
trasmette un senso arcaico di familiarità. Perché è così che
ti immagini Ettore, Alessandro,
Achille, Enea, i soldati di
Senofonte, i soldati a Salamina o alle Termopili. Più tardi vieni a
sapere che non erano muscolosi, che Achille non superava il metro e
cinquanta, Leonida era tondeggiante e spelacchiato, ma
nessuno ti toglie più dalla mente l'immagine della bellezza
epica del combattimento e Clemente Russo ora la incarna.
"Prima di un match" dice Tatanka "non riesco a pensare a niente.
Prima di un match non faccio l'amore per una settimana. Niente. Sto
concentrato e vedo solo in testa i miei colpi, quelli che
dovrebbero risolvere l'incontro". "Io invece penso a chi non c'è
più", ribatte Mirko, "gli amici andati via. I parenti scomparsi".
Si combatte sempre per qualcuno, per qualcosa che
deve arrivare, si combatte sempre in nome di qualcosa, ma
istintivamente. "Noi siamo come i cavalli alle gabbie prima della
corsa. Questo siamo, prima dell'incontro".
A Clemente, i pugili che piacciono di più sono Roy Jones
jr e Oscar De La Hoya. E Mohamed Alì?
Risponde Mirko: "Alì era grande di testa, ma forse ce n'erano
migliori di lui. Ma nessuno come lui è stato insieme testa, corpo,
immagine, lotta politica. Alì era un campione della
comunicazione. Non solo un pugile".
Roy Jones jr è un pugile che ha importato la break
dance nella boxe. I suoi incontri erano un vero e proprio
spettacolo di danza. A volte prima di colpire faceva dei passi
ritmati indietro, simili alle mosse a scatti di un rapper. Roy
Jones combatteva a guardia bassa, apriva completamente le braccia,
sporgeva la testa in avanti e faceva partire una grandinata di jab,
da destra o da sinistra. Spesso si allenava in acqua. "Tirare
cazzotti sott'acqua rende l'aria più leggera" gli diceva il suo
allenatore.
Oscar De La Hoya, amato pure da Valentino, è un
pugile americano di origine messicana che cambia continuamente di
categoria perché per anni nessuno è riuscito a batterlo. Ha dovuto
trovarsi gli sfidanti in giro per il mondo. Oscar De La Hoya sale
sul ring e il suo staff gli porta dietro una bandiera bifronte, da
un lato stelle e strisce, dall'altro il tricolore con l'aquila del
Messico. Ogni incontro vinto Oscar lo dedica a sua madre, morta di
cancro quando lui aveva diciotto anni. Lavora ai fianchi, poi parte
coi colpi agli zigomi, acceca gli occhi e, quando lo sfidante si
stringe alle corde e cade, Oscar De la Hoya si allontana lasciando
la conta all'arbitro finché non lo sente arrivare a dieci. Allora
guarda in cielo ed esclama: "Per te, mamma". De La Hoya è un pugile completo, veloce, non un
grande incassatore, ma dinamico, arrabbiato. "Per me l'incontro più
bello" dice Mirko "è De La Hoya contro Floyd Mayweather jr, due
condottieri. Il meglio del pugilato in assoluto". De La Hoya,
faccia da indio; Mayweather, viso da bravo ragazzo, lineamenti
dolci. Il primo a rappresentare i messicani, i portoricani, i
latinos, in genere tutta l'emigrazione senza green card. Il
secondo, la borghesia afroamericana, gli uomini d'ebano eleganti, i
neri che ce l'hanno fatta. Malcolm X è lontano. È ancora di più lo
sono OJ Simpson, Puff Daddy, i neri cafoni che esibiscono danaro,
successo, donne.
Nella presentazione del match, Mayweather gioca a fare il verso ad
Alì insultando De La Hoya, ma il messicano commenta: "Sembrava più
un chihuahua che un duro". Per uno sport divenuto povero
come la boxe, questo incontro aveva una borsa di tutto
rispetto: quarantacinque milioni di dollari. De La Hoya era
allenato dal padre di Mayweather, che prima dell'incontro però
rompe ogni rapporto. Non può allenare il suo pugile in un match
contro suo figlio. E così De La Hoya cambia coach. Il
combattimento è uno spettacolo. De La Hoya aggredisce,
colpisce, ma Mayweather si difende e contrattacca. Ha la rabbia
dell'ambizione, vuole dimostrare di essere il numero uno. De La
Hoya sa già di essere il più grande, sembra non voler dimostrare
più nulla. Combatte, ma ormai non pare più interessato alla
vittoria. È come se tutto fosse già accaduto. E alla fine il chico
de oro del pugilato mondiale è sconfitto da un pugile imbattuto.
"Gli incontri li vince sempre chi deve dimostrà qualcosa a
qualcuno, ma soprattutto a se stesso", mi dice De Camillis.
Clemente e Mirko andranno a Pechino colmi di carica.
Porteranno stretti nei loro pugni tutta la rabbia di questa
terra. Quando li fermano per strada a Marcianise, tutti
domandano: "Quando partiamo per Pechino?". Non dicono "partite", ma
"partiamo". Perché in queste imprese non si è più soli, ma si
diviene la somma di tanti. Una somma che rafforza l'anima. E così a
questi due pugili verrebbe da chiedere una cosa: ridate a
queste terre quel che ci hanno tolto, dimostrate cosa significa
nascere qui - la rabbia, la solitudine, il nulla ogni
sera. Perché tutto questo è la materia di cui sono fatti
Clemente e Mirko, materia che altrove non esiste uguale. La fame
vera di diventare qualcuno, raggiungere un obiettivo, distinguerti
dalla codardia e dalla piaggeria di coloro che ti sono intorno.
Perché la vita la misuri in ogni caduta, perché combattere
significa non fidarti di nessuno, sapere che qui tutto è sempre in
salita, pararti sempre le spalle e ricordare sempre chi non ce l'ha
fatta.
Però nella tua ambizione può raccogliersi l'aspirazione di
un intero territorio, e porti nella tua sfida le speranze
di molti, e i pugni che dai e ricevi sul ring smettono di essere
gesti sportivi e divengono simboli. Divengono i cazzotti di
un'intera generazione, i ganci e gli uppercut di chi non ne può più
di stare sempre in salita e giorno dopo giorno mette da parte un
nuovo strato di rabbia. E allora smetti di combattere solo per te
stesso, per il tuo titolo, per i tuoi allenatori, per i soldi da
portare a casa, per la fidanzata che vuoi sposarti. E combatti per
tutti. Come De La Hoya ha sempre combattuto con tutti i latinos
dentro i suoi pugni, come ha lottato Mohamed Alì con nel sangue il
riscatto di tutti gli afro del mondo, o Jake La Motta con la furia
che girava nel corpo degli italoamericani.
E allora a voi, Clemente e Mirko, carichi di questo significato
iscritto nei vostri muscoli, col vostro sguardo, con la velocità
dei vostri pugni e delle vostre gambe, col vostro coraggio che non
vi ha fatto camminare rasente i muri, non resta che
inchiodare all'angolo chi vi sfida e cercare di fare un'unica cosa:
vincere.
31 July 2008
