"Una sorta di Salman Rushdie nella lotta ancora irrisolta dell’Italia contro il crimine organizzato" Ian Fisher NYT  
Wu Ming Foundation
21 June 2006  

Wu Ming 1 su Gomorra

Non ho letto nessuna recensione prima di affrontare Gomorra. Nessuna.

Libro impegnativo: a volte l'impasto è denso da soffocare, come la sabbia ficcata in bocca ad Antonio Magliulo legato su una sedia, spiaggia di Castelvolturno, litorale domizio. 

Il lettore deve affrontare Gomorra con attenzione, coscienza, responsabilità. Altrimenti verrà travolto. Mentre mi spingevo nel fitto ha preso forma un'ipotesi: l'io narrante di Gomorra è l'autore, ma non soltanto e non sempre. L'autore, per dirla con la colonna romana del vecchio Luther Blissett Project, ha esercitato la libertà di "dare dell'io a qualcun altro", di collocarsi dietro gli occhi di diversi "io" che raccontano storie di camorra. Non "io è un altro" ("je est un autre", come scrisse Rimbaud), bensì "anche un altro è io" ("un autre aussi est je"). L'io che racconta dell'economia cinese in Campania non è lo stesso che racconta delle pecore spaccate a metà dai colpi di prova del "tubo" (il fucile fai-da-te usato dal "Sistema"), e così via. E' sempre "Roberto Saviano" a raccontare, ma "Roberto Saviano" è una sintesi, flusso immaginativo che rimbalza da un cervello all'altro, prende in prestito il punto di vista di un molteplice. E' un punto di vista straniato e fermo al tempo stesso ("fermo" nel senso di fermezza, coerenza, dirittura morale). "Io" raccoglie e fonde le parole e i sentimenti di una comunità, tante persone hanno plasmato - da campi opposti, nel bene e nel male - la materia narrata. Quella di Gomorra è una voce collettiva che cerca di "carburare lo stomaco dell'anima", è il coro un po' sgangherato di chi, nella terra in cui il capitale esercita un dominio senza mediazioni, àncora a una "radice a fittone" il coraggio di guardare in faccia quel potere. "Io" è la comunità aperta di chi sceglie "Cristo, Buddha, l'impegno civile, la morale, il marxismo, l'orgoglio, l'anarchismo, la lotta al crimine, la pulizia, la rabbia costante e perenne, il meridionalismo. Qualcosa." Gomorra è il tributo appassionato ai "qualcosa" che, ai bordi dell'allucinazione condivisa imposta dai clan, permettono ancora di tastare la realtà. Si badi bene, non intendo dire che Saviano non ha vissuto tutte le storie che racconta. Le ha vissute tutte, e ciascuna ha lasciato un livido tondo sul petto, sotto il giubbetto antiproiettile della coscienza politica e sociale. Ma un'attenta lettura del testo permette di distinguere diversi gradi di prossimità. A volte Saviano è dentro la storia fin dall'inizio e la conduce alla fine, protagonista intelligibile del viaggio iniziatico. "Io" è l'autore e testimone oculare, senz'ombra di dubbio. Altre volte Saviano si immedesima e dà dell'io a qualcun altro di cui non svela il nome (amico, giornalista, poliziotto, magistrato). Altre volte ancora s'inserisce a metà o alla fine di una storia per darle un urto, inclinarla o rovesciarla, spingerla contro il lettore. Eccoci, seguiamo un personaggio un po' a distanza, nascosti, e a un certo punto arriva di taglio un "mi disse quando lo incontrai" (o qualcosa del genere). E' uno zoom violento sul personaggio. Quest'ultimo si rivolge a Saviano, e grazie all'io narrante Saviano siamo noi. Come quando un attore getta un'occhiata all'obiettivo e ci fissa negli occhi. Zoom + sguardo nell'obiettivo: lo stratagemma narrativo ha un impatto incredibile. Si pensi alla cavalcata di don Ciro, il "sottomarino" che va a distribuire la "mesata" alle famiglie di detenuti (pagg.154-156): Saviano lo dice, sì, di averlo conosciuto, ma lo dice en passant, non ci facciamo troppo caso perché stiamo già appresso a don Ciro, gli andiamo dietro mentre si infila nei vicoli stretti, sale scale, percorre pianerottoli, ascolta lamentele. Partecipiamo al suo giro, ora siamo di fianco a lui, le buste di plastica piene di vettovaglie ci sfiorano le gambe, lo accompagniamo anche adesso che il giro è finito, trasognati... poi arrivano tre parole ("mentre gli parlavo"), e scopriamo che Saviano cammina con noi, anzi, che noi siamo lui. Tutto questo in due pagine. Ha importanza, a fronte di ciò, sapere se davvero Saviano ha parlato con Tizio o con Caio, con don Ciro o col pastore, con Mariano il fan di Kalashnikov o con Pasquale il sarto deluso? No, non ha importanza. Può darsi che certe frasi non siano state dette proprio a lui, ma a qualcuno che gliele ha riferite. Saviano, però, le ha ruminate tra le orecchie tanto a lungo da conoscerne ogni intima risonanza. E' come se le le avesse sentite direttamente. Di più: come se le avesse raccolte in un confessionale. Terminato Gomorra, ho fatto alcune cose:

- ne ho discusso a lungo con Wu Ming 3, che nel frattempo aveva scritto una mail bellissima a Saviano, cuore in mano;

- ho letto diverse recensioni del libro, quasi tutte deludenti e fuori fuoco;

- infine ho telefonato all'autore.

Saviano è un giapster storico, uno dei primi settanta che, nel gennaio 2000, ricevette il numero 0 della newsletter. Tra di noi c'era stato qualche botta-e-risposta via mail, ma era la prima volta che ci sentivamo a voce - e finora è rimasta l'unica. Non ci siamo mai incontrati di persona. Non gli ho mai dato consigli di scrittura: manco sapevo che stesse scrivendo un libro. Non ho mosso mai leve (quali?) per farlo andare in tv o in qualunque altro posto. Non ho un briciolo di merito per quel che ha fatto lui. Lo scrivo a scanso di equivoci, visto che adesso c'è la gara a chi per primo intuì il talento, e chissà dove saresti a quest'ora se io non, e va riconosciuto che c'è un gruppo di persone che. Solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio. Stavo dicendo: l'ho chiamato e gli ho spiegato la mia teoria sull'io narrante. Mi ha confermato che è vera, aggiungendo esempi. Gli ho detto che, per quanto positive e utili, le recensioni che pongono l'accento unicamente sulla testimonianza civile - e letteraria - individuale non colgono la natura di epopea collettiva del suo libro. Abbiamo parlato della diffidenza e del rancore suscitati dal libro presso certa intellighenzia "progressista", quella a cui fa comodo sostenere che la camorra è un fenomeno arretrato, residuale, disfunzionale, freno allo sviluppo di un capitalismo "pulito" e di una borghesia meridionale laboriosa e decente. Un bel quadretto consolatorio. Peccato che la camorra (anzi, il Sistema) sia in realtà punta di diamante del business ultracontemporaneo, avanguardia dell'impresa tecnologica, del management, delle teorie liberiste, in simbiosi con le nuove economie "cindiane". Noi abbiamo ancora in mente i guappi da suburra, il folklore, una camorra estinta da decenni, e intanto la base sociale dei clan - proprio grazie al controllo del Made in China - è composta da early adopters (e testers) di ogni nuovo gingillo elettronico. Un camorrista usa la nuova Play Station o Xbox molto prima di chiunque altro, e così per videofonini, fotocamere ultracompatte, videocamere, lettori mp3, megaschermi al plasma etc. Tutto questo Saviano lo spiega molto bene, attingendo a istruttorie e atti giudiziari, inchieste giornalistiche, testimonianze dirette. Lo fa con coraggio inaudito, e non è "solo" coraggio civile e politico: è coraggio poetico, stilistico. Non è mica giornalismo, questo. E' ben di più. Saviano ha scavato la realtà con le unghie fino a rinvenirne il nocciolo visionario e allucinatorio. Gomorra vive in un'intersezione che, negli ultimi anni, ha dato ospitalità ad altri "oggetti narrativi". Qualche esempio, in ordine decrescente di primato della narrativa sui "corpi estranei": Romanzo criminale di De Cataldo, Dies irae di Genna, e il nostro Asce di guerra (sempre a scanso d'equivoci, preciso che quest'ultimo è il meno riuscito dei quattro). Varia il tema (nemmeno tanto), varia la miscela di reale e immaginario, varia il modo in cui si passa dal documento alla visione, ma quei libri vivono nello stesso posto. Non hanno alcun senso le contrapposizioni tra finzione e reportage, tra romanzo-romanzo e romanzo-qualcos'altro: noi tutti produciamo, quando lo riteniamo giusto, "oggetti narrativi" che se ne fottono del filo spinato, degli allarmi, dei cocci di vetro sul muro di cinta. Dopo la chiacchiera, ho consigliato via sms a Saviano di scrivere di calcio, della presenza nel calcio dei clan di camorra. Una presenza non episodica, ma strutturale. Non l'eccezione, ma la regola. La camorra non "interferisce" col sistema-calcio: ne è uno dei pilastri da almeno vent'anni. Finora se ne è scritto (poco) partendo dal calcio, ma bisogna partire dalla camorra. E non bisogna fare una semplice "inchiesta", ma affrontare il paesaggio mitologico del calcio, devastarlo, appiccare incendi, gettare sale sulle macerie.

di Wu Ming 1 per Nandropausa n° 10



21 June 2006

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