"When reading Gomorrah (...) you have to pause, and remember he is writing not about some war-torn African territory or former communist state, but about life in a big city in a rich nation in Europe" Guardian  
Corriere del Mezzogiorno
19 May 2005  

Un colpo alla testa, così muoiono i bulli che danno fastidio al clan

di Roberto Saviano

Giuseppe Maisto e Romeo Pellegrino non hanno ancora la patente quando iniziano a assediare le comitive di coetanei di Casal di Principe e San Cipriano d’Aversa. Non ce l’hanno perché non hanno ancora diciotto anni. Giuseppe e Romeo sono dei bulli. Spacconi, buffoni, elargiscono minacce a chiunque. 

La camicia aperta sul petto, una camminata da sceneggiata guappa,mento alto, un ostentazione di sicurezza e potere, reali solo nella mente dei due. Sono sempre in coppia Maisto e Pellegrino. Maisto fa il boss, sempre un passo avanti rispetto al compare, gioca al padrino, Pellegrino fa il suo guarda spalle, gioca a fare il gregario, il braccio destro, l’uomo fedele. Ad Aversa fanno tremare i neopatentati, li tamponano con ilmotorino, li prendono a schiaffi, terrorizzano le ragazzine al loro fianco. Ma sfidano anche gli adulti, anche quelli che contano. Vanno nelle loro zone d’influenza e fanno ciò che vogliono. Vengono dall’agro aversano e nell’immaginario basta provenire da una certa realtà per potersi rappresentare come parte di essa. Anche se non sei un camorrista e nessuno ti ha investito di tal ruolo basta provenire da un territorio egemonizzato dai clan per raccogliere il loro potenziale intimidatorio. Così Giuseppe e Romeo vogliono far capire che sono davvero individui di cui temere e rispettare, chiunque si avvicina loro deve fissare i propri piedi e neanche trovare il coraggio di guardarli troppo in faccia. Un giorno però alzano il tiro della propria spacconeria, arrivano con una mitraglietta dinanzi ad un gruppetto di ragazzi. Sparano curandosi di non colpire nessuno ma di far sentire il puzzo della polvere da sparo ed il sibilare dei proiettili a tutti. Lo sanno usare il mitra. I motivi per sparare sono i più superflui, uno sguardo, un commento smozzicato, niente di più. Giuseppe Maisto ha un padre camorrista, prima pentito poi nuovamente rientrato nell’organizzazione di Quadrano-De Falco, reduci bardelliniani che tentarono alla fine degli anni ’90 di contrastare il gruppo di Schiavone. Un perdente quindi. Giuseppe è anche nipote di SebastianoCaterino, l’ultimo dei bardelliniani ucciso a Santa Maria Capua Vetere nel 2003 perché stava mettendo su un suo clan. Una condanna che la camorra casalese vincente aveva emesso trent’anni prima e che non ha dimenticato di porre in atto. I boss casalesi prendono seriamente in considerazione il problema di questi due ragazzetti. Risse, alterchi, minacce,non sono più gradite così li fanno «avvertire» prima daqualche capozona, che gli segnala che il loro comportamento non è ben visto, poi li «mandano a chiamare». Vogliono parlarci di persona. Ma i due snobbano. Sentono di potere tener testa a chiunque anche a chi conta. Anzi sentono che proprio tenendo testa a chi conta davvero possono divenire realmente temuti. Non mediano con nessuno, continuano le loro scorribande, le loro intimidazioni, lentamente sembrano diventare i viceré di Casal di Principe. I due ragazzini non hanno scelto di entrare nel clan. È un percorso troppo lento e disciplinato, una gavetta silenziosa che non vogliono praticare. Da anni poi, dopo il crollo del cartello di Antonio Bardellino, Sandokan, Bidognetti, Zagaria, non affiliano nei loro comparti militari personaggi con velleità di comando. Preferiscono ragazzi silenziosi, agricoltori spesso semianalfabeti con profili bassissimi. Gli affiliati di talento, le menti immediatamente inserte negli indotti economici dell’organizzazione e non certo nella struttura militare. Preferiscono come soldati, esecutori zelanti, macchine di carne, è un modo per ridurre il rischio di crescere nel proprio seno un rivale, un colonnello ribelle. Giuseppe e Romeo quindi sono in completa antitesi con la figura del perfetto soldato di camorra. Si sentono capaci di cavalcare l’onda della peggior fama dei loro paesi. Non sono affiliati ma vogliono però goderne direttamente l’aura di rispettabilità. Pretendono che i bar li servano gratuitamente, la benzina per i loro motorini è un dazio dovuto, le loro madri devono avere la spesa pagata pena vetri rotti, e schiaffi assicurati. Il clan non può sopportare più questi atteggiamenti, la tolleranza paternalistica, solita in questi territori, si muta in dovere di punizione. Alla fine di maggio i due ragazzi, nel 2004, vengono adescati in una zona di periferia, a Castelvolturno, Parco Mare, con una proposta allettante, invece li riempiono di botte poi gli poggiano la canna al petto e fanno fuoco. Li finiscono con un colpo alla nuca. Come si ammazzano gli infami. Così il clan dei casalesi ha risolto il problema del microcrimine e del bullismo sul suo territorio. Ma non è solo una lezione contro le scorribande furiose. Il pericolo del crearsi di bande di ragazzini criminali va ben oltre il fastidio sociale. La loro azione poteva essere usata da qualcuno. Qualche clan o qualche capozona poteva raccogliere la loro forza militare scomposta, la loro imprudenza continua, la loro stupidità organizzata, per utilizzarla a proprio vantaggio generando problemi ben più gravi che il disagio della popolazione. Due diciassettenni ammazzati come cani rabbiosi, in una periferia squallida vicino al mare, i loro copri abbandonati per giorni, sono il vessillo di carne che i casalesi hanno sbandierato per contrastare ogni tentativo di creare, bande, gruppi, o semplici volontà di furto, rapina, aggressione. Il microcrimine in territorio di camorra non deve essere valutato e studiato come fenomeno autonomo. Qui il metodo camorristico aumenta la ferinità delle azioni, inserendole in un tessuto che le autoalimenta anche laddove le contrasta. La prassi microcriminale sovente diventa palestra per un diretto passaggio negli eserciti dei clan, diventa una sorta di azione d’anticamera in attesa dell’affiliazione. La microcriminalità è sempre una fase che poi viene assorbita o dall’entrata in gruppi camorristici o dalla morte. Bisognerebbe creare un nuovo termine per descrivere gli episodi di crimine comune in queste zone, poiché non esiste nulla che in territorio di camorra possa avere le dimensioni microscopiche.


di Roberto Saviano
19 May 2005
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