«Roberto Saviano, l'unico vero erede di Pasolini» Walter Siti  
Corriere del Mezzogiorno
21 June 2005  

La camorra non controlla il territorio ecco perché dilagano scippi e rapine

Napoli esporta la «crema» dei rapinatori. Il crimine organizzato si è trasformato ora predilige finanza e traffici internazionali

di Roberto Saviano

Prima succedeva così. Prima. Ora non accade più. Prima accadeva che chi si rivolgeva al clan per avere un salario e mettersi a disposizione del gruppo difficilmente riceveva un rifiuto. Ora è cosa complessa, difficile, non più così diretta e naturale nel percorso di vita di un quartiere. 

Gli stipendi ora sono centellinati, concessi esclusivamente ai gruppi dei più stretti affiliati, non elargiti a basi numerose e braccia molteplici. La celebre «mesata», lo stipendio di ogni camorrista, dato a chi sta in carcere o alle vedove, è concesso solo ai personaggi strettamente inquadrati nel clan e sempre di più le manovalanze altalenano la propria fedeltà traun gruppo e l’altro in relazione alle capacità di ricevere la certezza dello stipendio. I clan di Napoli hanno smesso di mettere a stipendio chi ne aveva necessità; i clan della Sanità, le frattaglie di gruppi dei Quartieri Spagnoli, i capizona del Pallonetto ma anche le famiglie secondiglianesi, dinanzi ad una richiesta continua di affiliazioni e stipendi hanno tagliato elargizioni. L’aumento della pressione microcriminale sulla città trova ragione innanzi tutto da quest’interruzione di stipendi dalla progressiva ristrutturazione dei cartelli criminali avvenuti negli ultimi anni. Si riceve quindi con queste decisioni dei clan una sorta di autorizzazione ad agire con scippi, rapine, assalti ai negozi, svolti in maniera sistematica ed in ogni zona di Napoli. I clan non hanno più necessità di un controllo capillare militarizzato, o quantomeno non ne hanno sempre bisogno. Non v’è neanche eccessiva paura dell’aumento della pressione di forze dell’ordine, come si è visto a Forcella con l’assassinio di Edoardo Bove avvenuto nel gennaio scorso in un quartiere blindato dalla polizia e come dimostrano i tre cadaveri trovati in un auto parcheggiata al lato di una strada di una Secondigliano in quei giorni presidiata da centinaia di carabinieri. Gli affari principali dei gruppi camorristici avvengono fuori Napoli come dimostrano le indagini della Procura antimafia partenopea avvenute negli ultimi tre anni. Affari che hanno i diametri continentali, che vanno dalla Cina dove investe il gruppo Di Lauro, agli USA dove investe l’Alleanza di Secondigliano, alla Spagna dove investono i Nuvoletta. Questa internazionalizzazione degli investimenti ha fortemente diminuito la necessità di uncontrollo militare e autoritario del territorio. La struttura federale e flessibile dei gruppi camorristici ha trasformato completamente il tessuto dei clan, oggi piuttosto che di alleanze diplomatiche, di patti stabili, bisognerebbe riferirsi ai clan come «comitati d’affari». Le dichiarazioni che sta rilasciando in tal senso alla magistratura partenopea il pentito Salvatore Giuliano detto «o'montone» risultano fondamentali per comprendere il nuovo andamento della camorra napoletana. Giuliano parla di una sorta di triade egemonea Napoli, formata da Misso-Mazzarella- Di Lauro, che si spartiscono le zone di influenza, i mercati da occupare, gli investimenti in particolari settori, le zone delle estorsioni, la suddivisione degli appalti, i fornitori da imporre, gli agenti commerciali da consigliare. Un accordo quindi di intenti, ma non un percorso comune, non un sodalizio confederato. Una sorta di equilibrio indotto, eterodiretto. Ancor più quando i tre gruppi sul piano militare possono persino arrivare a degli scontri chirurgici per assestare le proprie influenze e punire ingerenze. Una geografia imprenditoriale e criminale quindi che non ha più nulla a che fare con le alleanze politico-militari come fu il grande gruppo della Nuova Famiglia negli anni ’80 e ’90. La flessibilità della camorra è la risposta alla necessità delle imprese di far muovere capitale, di fondare e disfare società di far circolare danaro e di investire con agilità in immobili senza l’eccessivo peso della scelta territoriale o della mediazione politica. Una struttura rigida, militarmente elefantiaca com’era la NCO di Cutolo renderebbe i gruppi profondamente perdenti sul piano finanziario e sul piano della capacità d’investimento. I clan non hanno necessità di costituirsi in macrocorpi. Un gruppo quindi oggi può decidere di fondarsi, rapinare, sfondare vetrine con gli arieti (come accaduto per ben due volte nell’ultimo mese nel cuore commerciale di Napoli), rubare capi d’abbigliamento e rimetterli nel mercato, senza subire, come in passato, o il massacro o l’inglobamento nel clan; può mettersi in affari in modo distante dal clan versando la classica quota nelle casse della camorra come avvenuto a Maddaloni con il clan Belforte che ha ricevuto da un gruppo di rapinatori napoletani il25%del bottino di oltre 10 milioni di euro che avevano rubato dal caveau di un istituto di vigilanza privata, o magari può agire in autonomia attigua ai clan ma operativamente del tutto slegati da loro, come i Ranucci di Giugliano, sottoclan dei Mallardo che recentemente hanno messo a segno diverse rapine fermate soltanto nel maggio di quest’anno con l’arresto di due rapinatori Basile e Napolano. Le bande che scorazzano per Napoli non sono composte esclusivamente da individui che fanno crimine per aumentare il volume della propria sacca, per arrivare a comprare l’auto di lusso o riuscire a vivere comodamente. Gli individui che scelgono di far rapine, aggressioni, furti, sono spesso coscienti che aumentando le proprie azioni, riunendosi, possono migliorare la propria capacità economica divenendo interlocutori dei clan o loro indotti. Questo è il motivo che giustifica sovente la loro ferocia nell’azione ed anche la loro efficacia. Si tratta di individualità non sbandate, o almeno non soltanto sbandate, che godono di un plusvalore organizzativo. I gruppi possono, attraverso le rapine ed i furti il cui ricavato spesso vien messo in cassa, tirare su organizzazioni che non avranno mai la forza di fondersi in gruppi criminali ma che potranno invece essere l’indotto «criminale» nell’organizzazione ormai squisitamente imprenditoriale dei gruppi camorristi. L’esempio del gruppo arrestato nel maggio di quest’anno grazie alle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Paolo Mancuso è eloquente. Rapinavano all’esterno di istituti di credito e uffici postali della città con il vecchio trucco del «palo», che all’interno sceglie la vittima e la segnala al complice grazie ai telefonini. L’inchiesta ha fatto emergere che le rapine, a volte concluse con pestaggi delle vittime per pochi euro, erano programmate nei particolari. Secondo l’accusa i coniugi Monfregola e Tomei che avevano un ruolo dirigenziale nel gruppo si occupavano non solo di programmare le rapine, ma di stipendiare di volta in volta i ragazzi che dovevano portarle a compimento. Ragazzi scelti tra i migliori scippatori e rapinatori del centro storico e non soltanto. Se uno dei complici veniva arrestato, immediatamente si trovava sostituzione o con un altro giovane pronto a subentrare nell’attività criminale come una promozione da una situazione di isolamento. Rubare in gruppo rende meglio. I rapinatori si preoccupavano anche di inviare doni e sostegno a uno dei membri, Luigi Festante, che si trovava in carcere, sulla falsariga delle organizzazioni di stampo camorristico, a dimostrare che il brodo in cui crescono questi gruppi è lo stesso dei cartelli camorristici. Questi indotti microcriminali che si autofinanziano stanno anche espandendo in tutt’Italia la propria attività. Napoli sta esportando la crema delle organizzazioni di rapinatori. Le rapine agli orafi toscani di Sesto Fiorentino e agli orafi dell’Emilia Romagna - su cui sono ancora in corso indagini - avvenute negli anni scorsi sistematicamente erano opera di una banda napoletana composta da persone di diversi quartieri del centro storico e di Fuorigrotta. Nell’organizzazione aveva un ruolo importante Giuseppe Albino, il fratello del ragazzino ucciso in via Salvator Rosa con un colpo alla testa perché colpevole di aver rubato un motorino alla figlia del suo assassino. Il gruppo, per fare rapine ai gioiellieri, aveva a sua disposizione per spostamenti e operazioni 36 automezzi intestati fittizziamente ad un barbone originario dei Quartieri Spagnoli e ben 263 auto intestate ad una casalinga nullatenente. Si comprende quindi che qui si tratta già di un livello più alto di azione criminale, pur non essendo, di fatto, organizzazione camorristica. Un altro gruppo ha organizzato decine di rapine a filiali bancarie e postali in tutt’Italia ed anche in Spagna. Da Genova a Muggiò, vicino Milano, da Ascoli a Pamplona nei paesi baschi, l’organizzazione, tra le più potenti d’Italia, svuotava caveau ma arrivava anche a fare rapine ai clienti degli sportelli del bancomat. In quest’ultimo gruppo è presente Michelangelo Mazza, figlio della sorella del boss Misso. È proprio Misso ed il suo gruppo imprenditorial-criminale che risulta essere la sublimazione della carriera del microcriminale, siccome proprio i gruppi provenienti dalla Sanità risultano essere i più organizzati sul piano delle rapine e dei furti, capaci anche di reinvestire i proventi in modo vincente sul mercato legale. Del resto è emerso dalle indagini e persino dalla pagine redatte di suo pugno che Giuseppe Misso è un fine teorizzatore dei «prelievi forzati», ossia le rapine a persone ed istituti. Si è creduto per troppo tempo che fosse prioritario intervenire nelle sacche di marginalità per stroncare il microcrimine. È stata una valutazione ingenua. A Napoli piuttosto che a Palermo o Reggio Calabria. A Napoli piuttosto che a Londra o Rio de Janeiro, moltiplicare le proprie azioni criminali, ispessire il loro valore ferino, può essere garanzia di una crescita imprenditoriale ed un balzo in avanti della propria azienda. O queste dinamiche inizieranno ad essere comprese o si continuerà a ragionare su un colpevole equivoco.


di Roberto Saviano
21 June 2005
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