Camorra spa, un impero dalla Spagna alla Cina. E il potere economico spaventa più delle armi
In Scozia, Antonio La Torre ha aperto «Pavarotti’s», ristorante pubblicizzato sulle guide turistiche on line
di Roberto Saviano e Marcello Vinonuovo I sodalizi criminali campani hanno un profilo imprenditoriale fortemente sottovalutato. Le attività di riciclaggio del clan di Cosa Nostra in Campania, i Nuvoletta di Marano, in provincia di Napoli, avvengono prevalentemente nel nord Italia e all’estero. I vertici dell’organizzazione investono nelle cosiddette «puntate», affari proposti da alcuni liberi imprenditori del narcotraffico mondiale. I guadagni vengono poi reinvestiti nell’acquisto di appartamenti, alberghi, quote di società di servizi, scuole private e perfino gallerie d’arte, attraverso alcuni prestanome. Il Tribunale di Napoli in data 14 dicembre 2004 e 17 gennaio 2005, ha disposto il sequestro di beni immobili e società per oltre 30 milioni di euro a Pietro Nocera, 46 anni, latitante dall’8 ottobre 2003 perché ritenuto affiliato al clan di Marano. Il 22 luglio del ’99 il collaboratore di giustizia Salvatore Speranza ha riferito che Nocera è «l’amministratore di tutti i soldi del clan Nuvoletta e cura l’investimento dei soldi dell’organizzazione nei terreni e nell’edilizia in genere». Per l’attività di riciclaggio in Emilia Romagna, Veneto,Marche e Lazio il clan si serviva della «Enea cooperativa di produzione e lavoro», gestita da Nocera anche durante la latitanza. L’Enea ha ottenuto appalti pubblici per milioni di euro a Bologna, Reggio Emilia, Modena, Venezia, Ascoli Piceno e Frosinone. Gli affari dei Nuvoletta vanno benissimo anche in Spagna. Grazie a contatti con la malavita e gli amministratori locali sono sbarcati a Tenerife. Ed è proprio qui che, nel febbraio 2001, Nocera si è recato per contestare ad Armando Orlando, considerato dagli investigatori ai vertici del clan, le spese sostenute nella costruzione di un imponente complesso edilizio, il «Marina Palace». In questo caso però la Procura di Napoli non è riuscita a ottenere la confisca dei beni. «Esiste solo da pochi mesi una normativa sulle procedure di sequestro nell’ambito dell’Unione Europea — afferma Franco Roberti, procuratore aggiunto di Napoli che ha coordinato le indagini—. Consideri poi che non tutti i Paesi sono avanti come l’Italia nella legislazione antimafia e che ci sono paesi extracomunitari molto vicini a noi, come la Svizzera». Secondo l’ultima relazione annuale della Procura nazionale antimafia, i «casalesi», confederazione di tutti i clan del casertano, sono l’unica forza camorristica paragonabile a Cosa nostra per vocazione imprenditoriale, potenza economica e militare. La sola famiglia Schiavone, capeggiata da Francesco «Sandokan» Schiavone, attualmente in carcere e appena condannato a due ergastoli nel corso del processo «Spartacus», risulta secondo fonti della Procura di Santa Maria Capua Vetere capace di fatturare capitali per 5 miliardi di euro. L’intera confederazione casalese, tra beni immobili, affari leciti e imprenditoria pulita, riesce a gestire attualmente un potere economico annuale di 30 miliardi di euro. Secondo le indagini della Procura antimafia di Napoli il cartello casalese è attualmente gestito da un diumvirato retto da Antonio Iovine e Michele Zagaria, entrambi irreperibili da anni e inseriti nell’elenco del ministero dell’Interno tra i più pericolosi latitanti italiani. Michele Zagaria è considerato egemone nel mercato dei subappalti edilizi e del movimento terra. Tale supremazia economica non nasce dalla diretta attività criminosa, ma dalla capacità di equilibrare capitali leciti e illeciti al fine di proporsi in modo profondamente concorrenziale. Un’idea della vastità del fenomeno del riciclaggio e degli investimenti camorristici può essere data dagli affari del clan La Torre di Mondragone, afferente alla federazione casalese in provincia di Caserta. L’organizzazione ha affrontato il pentimento del suo leader storico, Augusto La Torre, arrestato nel giugno ’96 in Olanda, passando sotto la direzione del fratello Antonio La Torre. Il 7 giugno 2002 il gip del Tribunale di Napoli Pierluigi Di Stefano ha emesso una ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 30 persone. Dal fascicolo emerge che il clan guadagna ingenti somme di danaro attraverso le estorsioni, il controllo delle attività economiche e degli appalti nella sua zona di competenza, per poi reinvestire all’estero, in particolare in GranBretagna, dove quasi tutti i vertici dell’organizzazione hanno speso la loro latitanza. Le attività sono perfettamente lecite: acquisto e gestione di beni immobiliari e di esercizi commerciali, commercio di beni alimentari con l’Italia. A queste si affianca il traffico di stupefacenti e di monete false. Sono le donne del clan, vere e proprie cassiere, a custodire i proventi dai quali si attinge per pagare le «mesate», gli stipendi mensili degli affiliati. E sempre da qui si parte per organizzare i trasferimenti di danaro all’estero. Dall’intercettazione telefonica dei Carabinieri delle ore 17.10 del 16.12.98 emerge che Michele Siciliano e Antonio La Torre, entrambi latitanti in Italia ma liberi cittadini britannici ad Aberdeen in Scozia, discutono dei soldi, in tutto 80 milioni, arrivati oltremanica attraverso parenti di Siciliano e uomini di fiducia intestatari di conti correnti bancari. Tra gli affari emersi dalle intercettazioni troviamo l’acquisto, attraverso la società «Aberdeen Leasing», di una quindicina di immobili che hanno una rendita di 130-140 mila sterline; la trattativa per un edificio in Skeen Street dal quale poter ricavare quattro appartamenti per un valore di 300mila sterline; l’idea di aprire un negozio di scarpe, che a detta di Siciliano (telefonata del 13.02.99, ore 11.02) potrà rifornirsi dalla ditta marchigiana Selenia srl. Alle ore 19 del 13.2.99 Michele Siciliano e Antonio La Torre discutono per telefono dell’acquisto di un terreno di proprietà pubblica per la costruzione di un edificio. Siciliano dice: «La terra ??? mi ha telefonato oggi Alan Anderson (uomo d’affari conosciuto in Scozia, ndr)... lunedì mi danno pure i disegni e... facciamo... cioè fa... comincia fare i kit de…gli appartamenti, tutte cose». Il 23agosto del ’95 Michele Siciliano, che risulta anche proprietario di quote societarie, è stato fermato dalla polizia inglese nel suo ristorante «Mamma Capone», a Walton in Thames, Inghilterra. Il 19 febbraio il Tribunale di Bow Street lo ha rimesso in libertà non riconoscendo l’estradizione per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. In Inghilterra è detenuto anche un altro affiliato al clan La Torre, Brandon Queen, che riceve puntualmente la sua mesata, tredicesima compresa. Al 27 e al 29 di Union Terrace, ad Aberdeen, si trova un altro ristorante del clan, il «Pavarotti’s», intestato proprio ad Antonio La Torre e pubblicizzato anche sulle guide turistiche on line della città scozzese. Sono molte le inchieste presenti nel processo Spartacus I e II, presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che riguardano la presenza dei casalesi nel tessuto imprenditoriale del centro-nord Italia. Qui certificazioni e controlli antimafia sono più blandi e permettono il trasferimento di interi rami d’azienda. In Emilia, Toscana, Umbria e Veneto i casalesi hanno creato vere e proprie colonie. Nel modenese e in provincia di Arezzo gestiscono la maggior parte degli affari edilizi portandosi dietro manodopera essenzialmente casertana. Nelle indagini sul clan campano sono finiti importanti poli di zuccherifici come l’Ipam, centinaia di masserie e caseifici in Campania e Abruzzo, aziende a distribuzione nazionale come l’Italburro di Carinaro, in provincia di Caserta. Nel 2003 la questura di Caserta ha indagato i rapporti che ci sarebbero stati tra i casalesi e aziende italiane come Cirio e Parmalat. Il sodalizio ha avuto anche un ruolo centrale nella guerra di Jugoslavia. Un’informativa del Sismi del 1994 ha segnalato il patto per il commercio di armi e il rapporto diplomatico con le bande albanesi tra il capo guerrigliero Arkan e Francesco Schiavone. Il cartello criminale conosciuto come«Alleanza di Secondigliano», che raccoglieva i clan a nord di Napoli, ha imbastito una struttura imprenditoriale a carattere internazionale tra le più potenti d’Europa. Lo dimostra l’inchiesta condotta dalla Dda di Napoli che nel luglio dello scorso anno ha portato all’emissione di 72 ordinanze di custodia cautelare, sequestri di beni, imprese commerciali e conti correnti riferibili all’Alleanza. Le indagini ancora in corso, dirette dal pm antimafia Filippo Beatrice,mostrano che il fulcro centrale dell’imprenditoria tessile camorristica trova come nuovi soggetti promotori non più imprenditori costretti dalle intimidazioni ma industriali del nord Italia del tutto integrati nell’organizzazione camorristica. Sarebbero stati loro, secondo la Procura, ad aiutare la latitanza di Pietro Licciardi, boss di spessore del cartello secondiglianese arrestato poi a Praga nel giugno del ’99.Daquesto arresto è partita la Procura per ricostruire i traffici internazionali del cartello criminale. Un impero economico da oltre 200 milioni di euro che riesce a spaziare dalla produzione nel napoletano di capi d’abbigliamento all’importazione di trapani dalla Cina. Prodotti che vengono marchiati con loghi ingannevoli o contraffatti e venduti all’estero. I jeans della Vip moda di Ciro Bernardi riempiono i supermercati in Texas, Stati Uniti, dove sono spacciati per autentici Valentino. Le esportazioni avvengono anche in Canada, Australia, Gran Bretagna, Spagna, Germania est e Francia. Secondo la procura napoletana l’Alleanza ha assunto «una struttura economico-finanziaria (...) che esercita un vero e proprio monopolio nel commercio di determinati prodotti in molti parti del mondo». I soldi tornano in Italia passando su conti correnti di prestanome per poi essere reinvestiti in attività lecite. Tra queste l’acquisto di merce prodotta in Turchia che viene poi venduta in Italia. A Napoli diversi negozi sono stati sequestrati con l’accusa di riciclare danaro sporco. Il clan Licciardi ha dislocato la parte maggiore delle proprie attività imprenditoriali a Castelnuovo del Garda. Non lontano, a Portogruaro nel veneziano, il 16 gennaio scorso è stato arrestato Vincenzo Pernice, il cognato di Pietro Licciardi. Con lui alcuni fiancheggiatori del clan, tra i quali Renato Peluso, residente proprio a Castelnuovo del Garda.Al mercato asiatico, invece, si sono rivolte le mire investitrici di Paolo Di Lauro, il boss di Secondigliano, ritenuto «padre putativo» della faida esplosa circa un anno fa nell’area nord di Napoli, arrestato venerdì scorso dai carabinieri dopo tre anni di latitanza. Ciruzzo ’o milionario ha sbaragliato la concorrenza investendo nelle fabbriche di macchine fotografiche in Cina. I prodotti vengono poi marchiati ed esportati in molti Paesi dell’Europa dell’est. I milioni di euro fatturati con il narcotraffico o con le attività lecite viaggiavano con grande velocità dall’estero verso l’Italia grazie alle collaudate transazioni internazionali del money transfer e alla connivenza di funzionari degli istituti di credito italiani.di Roberto Saviano e Marcello Vinonuovo
23 September 2005
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