I soldi della camorra in rapida fuga verso i paradisi fiscali
Il magistrato Roberti: «Per velocizzare le procedure d’assegnazione serve una ristrutturazione del Demanio»
di Roberto Saviano Per i sodalizi criminali, le ville, le masserie, le aziende, spesso rappresentano molto di più di mere proprietà, strumenti di profitto, beni a loro disposizione. Sovente si mutano in simbolo, dimostrazione di potere e successo, oggettivo risultato di un vincente percorso d’azione economica e criminale. Anche se il bene viene confiscato, il mancato utilizzo, per cause burocratiche o per intimidazioni, riconferma il potere del gruppo criminale sulla proprietà. Questa lentezza d’assegnazione e di riutilizzo risulta essere una grave empasse nella prospettiva di contrasto all’economia criminale. Secondo i dati forniti dall’«Osservatorio nazionale dell’economia e del lavoro» al Sud, il 57% dei beni sottratti è ancora libero e soltanto formalmente risulta nelle mani dello Stato e delle associazioni. Per una effettiva trasformazione del bene confiscato e un suo riutilizzo sociale trascorrono mediamente dai 5 ai 10 anni. Tempi geologici che rischiano di rendere quasi innocua, per i clan, la legge Rognoni- La Torre che ha aperto la possibilità allo Stato di poter affiancare alle misure di prevenzione a carattere personale, anche quelle a carattere patrimoniale, colpendo l’economia, e quindi il cuore, delle organizzazioni criminali. I beni immobili, soprattutto se si trovano nel territorio d’origine del gruppo criminale, sono i dati primi che palesano il controllo militare, economico e culturale sul territorio. Il riutilizzo per fini sociali dei beni confiscati è davvero l’unica possibilità di scardinare la potenza spettacolare e pubblicitaria dei boss e delle dirigenze politico-imprenditoriali dei clan. Per il procuratore aggiunto della Dda di Napoli Franco Roberti, il problema andrebbe affrontato procedendo ad una ristrutturazione dell’Agenzia del Demanio: «Tra la fase della confisca e quella dell’assegnazione del bene all’ente destinatario—afferma il magistrato— intercorrono tempi anche dieci volte superiori a quelli che sarebbero necessari. Attualmente al Demanio mancano mezzi e competenze adatte a gestire questa fase in maniera spedita. Manca ancora, ad esempio, una completa informatizzazione dei dati. È necessario provvedervi al più presto». I beni immobili però, una volta confiscati e assegnati, spesso risultano per le associazioni affidatarie e per i comuni che devono gestirne il recupero e la riconversione un grave impegno economico. Le ville, le masserie, sono sovente martoriate dagli uomini del clan appena subentra la confisca. Vengono portati via mobili e suppellettili, vengono distrutti marmi, divelti infissi, bruciata ogni cosa. Il bene quindi diviene immediatamente un peso morto, difficile da riutilizzare senza spese aggiuntive. I beni mobili sarebbero in realtà una forza assolutamente nuova e necessaria capace non solo simbolicamente di attaccare il potere dei cartelli camorristici ma di riappropriarsi di cinetiche finanziarie altrimenti disperse. Centinaia sono i conti bancari sequestrati nel casertano negli ultimi anni, quasi il doppio a Napoli. A questi vanno aggiunti azioni in importati società e persino, secondo le indagini che la Dda di Napoli sta portando avanti, titoli di Stato che i casalesi stanno comprando nei paesi dell’est. Il patrimonio sequestrato ai prestanome dei casalesi in 15 anni è di circa 400 milioni di euro. Altri 100 milioni sono stati sottratti ai signori del narcotraffico tra Marano e Secondigliano. Una cifra enorme di cui buona parte è in liquidità. Ma questi soldi dove sono? Perché non spenderli, non renderli forza attiva immediatamente? Sarebbe necessario che i beni mobili, le enormi liquidità che spesso vengono sequestrate divenissero borse di studio, forze economiche sottratte ai clan che, se versate immediatamente nel percorso della ricerca, potrebbero fare la differenza nel numero di ricercatori e studenti che ne usufruiscono. Il punto è che le liquidità spesso scompaiono con estrema facilità e le banche napoletane e casertane non sono certamente impegnate in prima linea nella trasparenza sui conti di boss e prestanome, di cui si sentono soltanto inconsapevoli vittime (quando scoperte) e mai parte in causa. La liquidità è fondamentale per il clan. Un caso emblematico sull’importanza dei beni mobili è quello di Dante Passatelli. Il suo patrimonio, secondo una stima della Dia vale tra i 150 e 200 milioni euro. Buona parte di quella ricchezza è fatta di partecipazioni azionarie e cospicue quote di mercato nel settore agroalimentare, nella distribuzione dei pasti, negli immobili. Un impero, quello di Passarelli, salumiere, grossista e poi industriale, uomo di fiducia del clan Schiavone, come sostiene la Dda, e riciclatore del denaro dell’organizzazione. Al momento del suo arresto, il 5 dicembre 1995, quei beni furono sottoposti a doppio sequestro: quello penale, con affidamento degli stessi al custode nominato dal giudice del procedimento, e quello della sezione per le Misure di prevenzione. Quest’ultimo, trasformato in confisca dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere, è stato successivamente annullato in appello. Ma il primo ha resistito e denaro, aziende e immobili sono da sei anni e mezzo sotto il controllo della II Corte di Assise. Il patrimonio sequestrato alcuni mesi fa era stato ulteriormente incrementato. I giudici del processo al clan dei Casalesi avevano scoperto che il censimento del 1995 era incompleto. Dante Passarelli aveva «nascosto» nove fabbricati a Villa Literno, un appartamento a Santa Maria Capua Vetere e un altro a Pinetamare, un fabbricato a Casal di Principe. E poi: terreni a Castelvolturno a Casal di Principe, a Villa Literno a Cancello Arnone. In caso di condanna, case, terreni e aziende sarebbero stati confiscati in quanto provento di reato. Prima della sentenza Dante Passatelli inciampa mentre passeggiava su un balcone della sua casa di tra Casal di Principe e Villa Literno. Non è ancora chiaro se sia stato un malore a portarlo alla tragica fine o se una mano anonima l’abbia spinto. Ciò che è certo è che, con la morte dell’imputato, il procedimento penale risulta azzerato. I beni, dunque, dovranno essere restituiti per intero agli eredi. Con grande probabilità i beni che, secondo la Dia, Passarelli amministrava per conto dei boss casalesi a questi dovevano tornare. A qualsiasi costo.di Roberto Saviano
27 October 2005
