Con l’euro arrivano i nuovi falsari. Banconote perfette, finché asciutte
di Roberto Saviano Si presenta come Carmine, dice di avere 33 anni, è vestito in maniera impeccabile, scarpe lucide, giacca firmata, occhiali da sole, orologio d’oro. Svolge un lavoro insolito, nato negli ultimi anni, poco conosciuto, si definisce un distributore ovvero un venditore di euro falsi. «Non sono un banale spacciatore o rifilatore— tiene a precisare—io vado da persone che mi conoscono e mi contattano per acquistare un rotolo di euro falsi. Insomma, il distributore vende molti euro contraffatti a pochi euro veri». Carmine viene da un paese alle pendici del Vesuvio e lavora tra Napoli e Roma. Vende euro falsi anche ad alcuni «disinvolti» proprietari di negozi di vestiti, salumerie, macellerie, ai supermercati, ad agenzie di scommesse. Un giro di commercianti e piccoli imprenditori che si nasconde nel cono d’ombra dell’economia illegale. Aziende che si muovono fuori dalle regole danneggiando l’intera categoria alla quale appartengono. «Molti miei clienti— spiega —sono commercianti. Dico senza problemi che il 5-6 per cento dei guadagni dei negozi che io rifornisco sono dovuti agli euro falsi». Il meccanismo è semplice, si acquistano euro falsi e li mettono in circolazione attraverso il resto del danaro che danno ai loro clienti o ai loro grossisti. Non è d’altronde complesso ficcare, in un resto di 20 euro, un pezzo da 10 o da 5 falsi. I commercianti comprano dal distributore mazzetti di euro contraffatti di importo diverso. Il tariffario è conveniente:dieci pezzi falsi da 10 euro costano 20 euro veri, ma se si comprano due pezzi falsi da 50euro il costo può scendere sino a 15 euro veri. «I pezzi più grandi—dice Carmine— sono quelli a maggior rischio, quelli che si controllano più spesso, quindi dobbiamo mettere tariffe più basse, i pezzi più piccoli invece sono meno controllati, i più sicuri, quindi mettiamo prezzi più alti». Carmine non fa mai riferimento al giro di danaro che gestisce, piuttosto spiega orgoglioso la perfetta fattura della cartamoneta falsa che vende. Un distributore non si occupa direttamente della composizione delle banconote false,mane conosce benissimo i vari processi di assemblaggio. «La carta — racconta—si compra in Germania, si può ordinare tramite internet, è sottilissima, ottima, la usano le migliori tipografie per stamparci la carta millimetrata usata dagli architetti. Bisogna considerare i cinque elementi fondamentali in una banconota per valutare se un euro è falso o vero, oppure, nel mio caso, se ho tra le mani un ottimo falso o pessimo falso». Gli elementi sono: la filigrana; la striscia, o placca olografica; il filo di sicurezza ; il rilievo del numero e della figura; il registro di stampa recto-verso; la striscia dorata sul verso della moneta. La filigrana, sulla parte sinistra della cartamoneta, viene riprodotta imprimendo il motivo architettonico con un timbro di colore grigiastro umidificato con una soluzione acida. Il risultato finale è che la filigrana è perfettamente disegnata. «Nella lira—spiega Carmine— era molto più complessa la riproduzione della filigrana, perché aveva contorni più precisi mentre ora è assai più sfocata, quindi è impossibile accorgersi se è un disegno o appunto una filigrana». La striscia o la placca olografica sono state tanto decantate come elementi di sicurezza irriproducibili e complessi da falsificare. Su banale fibra sottilissima di carta stagnola ben pressata, il falsario stampa il disegno e lo incolla facendolo ben aderire alla cartamoneta: l’effetto arcobaleno in controluce è identico a quello reale. «Credo che la fesseria più grande delle zecche—continua il distributore— sia stata proprio questa fascetta e questa placca. Le banconote vere hanno l’ologramma come incollato, appena sopraelevato, sembrano adesivi. In questo modo al falsario si rende la vita facile; una volta che ha riprodotto l’effetto arcobaleno, ci stampa sopra l’importo e il simbolo dell’euro, lo incolla e il gioco è fatto, senza preoccuparsi di dover eliminare l’aspetto adesivo». Il filo di sicurezza è un problema antico. L’avevano anche le vecchie lire. Negli euro falsi, viene riprodotto con una sottilissima fibra composta con gli stessi elementi con cui si compone la carta argentata, mentre il marchio euro e l’importo vengono direttamente stampati sulla cartamoneta. «È un lavoro complicato sfogliare la carta per metterci in mezzo il filo. Masi commissiona alle fabbriche di vestiti dei cinesi. Sono precisissimi e veloci, e fanno tutto a mano con delle pinzette … come se inserissero un filo in un tessuto». Il rilievo del numero e della figura della carta moneta, la zigrinatura, è la cosa più complessa da riprodurre. È un elemento nuovo per l’Italia: nella lira non c’era. Anche in questo caso però i falsari hanno trovato una soluzione. Si utilizza una microfibra spesso usata nel campo dell’abbigliamento come base delle chiusure a strappo. Debitamente trattata questa microfibra diviene una microscopica retina che viene colorata e apposta sopra il numero e il motivo architettonico. Questo processo rende impercettibile la differenza con una cartamoneta vera prodotta con sistema calcografico. «Anche questo procedimento —dice Carmine —lo commissionano ai cinesi». Alcuni falsari usano invece un metodo di stampa tipografica con sistema offset o ink-jet, più veloce ma meno sicuro, «caricano d’inchiostro il numero e l’immagine così da creare un effetto sopraelevato, ma è facile scoprirlo. L’inchiostro secco con una più forte pressione dell’unghia se ne viene via. Gli euro fatti così, se posso, evito di distribuirli». Il registro di stampa recto verso, visibile solo in controluce ha lo stesso procedimento della filigrana soltanto che non basta soltanto un timbro immerso in soluzione acida ma deve trascorrere almeno una nottata sotto un peso in tal modo da riprodurre non soltanto il disegno ma anche l’effetto sopraelevato. «Questo rallenta il ritmo di produzione, ma in genere —precisa Carmine —per stampare e migliorare 1.000 euro falsi di diverso taglio ci si mette dai cinque ai sette giorni». Sul pezzo da 10 e 20 euro la striscia dorata sul retro viene riprodotta dai falsari usando un tampone d’inchiostro dorato indelebile. «Si riproduce su un rullo il numero e poi si passa sui biglietti ancora caldi di stampa. Effetto perfetto». Carmine spiega che le banconote hanno una sorta di scadenza, resistono integre e perfette per i primi tempi poi, «dopo qualche mese di passaggi di mano, la zigrinatura si rovina e il colore inizia a schiarire. Ma non solo: la carta non invecchia mai, noi diciamo che fa l’effetto Monopoli,come i soldi del gioco rimane sempre rigida e se magari inizia a bagnarsi dopo qualche giorno diventa come un pezzo di carta di giornale». Distinguere però al primo passaggio di mano un euro falso appena stampato da un euro vero è cosa da finissimi intenditori. I soldi sono perfetti, e se è vero ciò che dice Carmine, il loro inevitabile deterioramento avverrà dopo molti, moltissimi cambi di mano, sarà quindi impossibile identificare l’origine della distribuzione. Chiedo se la particolare penna spesso usata dai negozianti, che lascia traccia sull’euro-vero mentre smette di scrivere sull’Euro-contraffatto, sia un metodo efficace. «Macché. Se la carta dell’euro falso è buona, la penna scrive, eccome se scrive. Se però il pezzo arriva già vecchio allora è logico che la penna non scrive più». Carmine spiega in quale modo riesce procacciarsi clienti senza esporsi:«È semplicissimo: il tuo parente, il tuo amico, il tuo vicino di negozio usa euro falsi, te lo dice, così anche tu ci pensi, ti compri un malloppo di soldi e vedi se la cosa conviene o no. Mi arrivano spesso molte più ordinazioni di quanti euro falsi abbia a disposizione». Apre un libro, «Il Signore degli anelli» di Tolkien, il più voluminoso in circolazione, tante pagine per poter nascondere e ben conservare il campionario di soldi falsi. Tra le pagine centrali ci sono tutti i tagli degli euro contraffatti: 5, 10, 20, 50. Sembrano veri, anche a guardarli contro luce. Sono lucidissimi, ma Carmine dice che «il vantaggio è che essendo gli euro una cartamoneta appena distribuita ci sono molti pezzi nuovi di zecca, a nessuno viene il dubbio che sia falsa se si trovano un pezzo ben stirato, lucido. Con la lira invece appena un pezzo era più lucido e nuovo subito nasceva il sospetto». «Le agenzie di scommesse — prosegue — ordinano anche 2.000 euro falsi per volta, di diverso taglio. All’inizio mi chiedevano i 5 e i 10 euro, ora invece sono passati anche ai pezzi da 100». Descrive poi una storia bizzarra: «Nelle agenzie di scommesse girano più soldi liquidi che in banca. Il responsabile di un’agenzia di Roma è riuscito a dare talmente tanti euro falsi in giro che spesso attraverso clienti quegli stessi soldi gli ritornavano. Ha deciso così di fare esposto alla Questura. Insomma,per tutelarsi dal ritorno della cartamoneta falsa che lui stesso spaccia ha chiesto aiuto della polizia». Il vantaggio di questo nuovo tipo di mercato clandestino è che può rinunciare alla figura più esposta, ovvero a quella dello spacciatore. Non identificare l’origine è essenziale per il circuito di falsari. «I falsari chiù scemi —dice Carmine— spacciano loro i soldi. Producono e spacciano, fanno tutto loro, vogliono mangiare tutto e subito! Alla fine però ti beccano. Le zone di spaccio si scoprono e le persone che freghi prima o poi ti denunciano». Vendere il danaro falso, invece, è un modo di garantirsi una distribuzione capillare e in pratica impossibile da identificare, ma al contempo è anche una sorta di divisione di rischi. «Capita pure che qualche cliente si sia incazzato perché qualche pezzo di cartamoneta non l’avevano accettato, capita che qualche partita di euro esca peggio di altre, in questi casi si restituiscono i soldi veri e si perde un cliente. Ma per un cliente perso, mille ne trovi, perché per i commercianti è un guadagno semplice, si ha un riciclo immediato e allo stesso tempo per il distributore è cosa tranquilla. Nessuno che ha comprato moneta falsa ti denuncia. Sarebbe come castrarsi per fare dispetto alla moglie». Dal racconto del distributore si comprende che dopo il passaggio alla nuova moneta le forze dell’ordine incontrano maggiori difficoltà: i vecchi falsari sono andati in pensione, i canali che si conoscevano si sono prosciugati. I nuovi stampatori sono sconosciuti, disseminati in tutt’Italia svolgono mestieri puliti, dispongono di discreti capitali, coinvolgono laboratori chimici e spesso appaltano i vari processi di composizione a piccole fabbriche. Carmine segnala le aziende clandestine di cinesi: «Lavorano in modo perfetto: velocissimi, a bassissimo costo e ovviamente non denunciano niente». Gli elementi dell’assemblaggio sono semplici ma ci vogliono molta precisione e abilità per metterli assieme nel miglior modo. Gran parte però del risultato perfetto della cartamoneta lo crea il sistema informatico: le stampanti laser riproducono la base della banconota su cui poi fare modifiche di miglioramento. Gli chiedo se la criminalità organizzata gestisce questo mercato: «Per quello che so, si limitano ad acquistare un po’ d’euro falsi per loro convenienza, per i loro negozi, ma ancora non sanno se è un vero business o un mercato rischioso». Carmine ride: «Se la camorra investirà negli euro falsi, diventerò ricco più di Berlusconi!». Un distributore guadagna sino al 15 per cento sulle vendite di falsi euro: il resto va ai laboratori. Non sembra che ci siano per ora molte persone dietro il mercato degli euro falsi, e anche i distributori sono pochi. Carmine dice «Non più di dieci in tutt’Italia per quanto ne so. Ora sto per partire... vado a Milano, anche lì stanno nascendo dei clienti. Spero per l’anno prossimo di arrivare anche in Germania». Convinco Carmine a darmi un pezzo da 20 euro falso, vado da un amico bancario, per anni allo sportello di una banca dell’Emilia-Romagna prima di essere licenziato in tronco per «esubero di personale». Gli chiedo di analizzare il pezzo per dirmi se è una banconota vera o falsa. Fa scorrere la cartamoneta tra il pollice e l’indice, guarda in controluce, usa le unghie sul motivo zigrinato, l’annusa persino poiché spesso gli euro falsi danno un forte odore d'inchiostro, poi conclude: «È vera».
di Roberto Saviano
29 November 2005
