"Una sorta di Salman Rushdie nella lotta ancora irrisolta dell’Italia contro il crimine organizzato" Ian Fisher NYT  
Corriere del Mezzogiorno
30 March 2006  

Cocaina in viaggio da Napoli a Palermo

I clan campani starebbero assumendo anche un ruolo di «mediatori» nel mercato della droga. La nuova ipotesi: il porto di Napoli al centro del narcotraffico

Di Roberto Saviano

Dopo la faida di Secondigliano e il bradisismo che sta avvenendo negli equilibri tra le famiglie dell’area nord di Napoli, la velocità di trasformazione dei patti, delle alleanze e degli investimenti ha reso ogni previsione impossibile. 

Il territorio napoletano sta vivendo fasi di repentina ristrutturazione. A Secondigliano, gli inquirenti segnalano una possibile alleanza tra gli Spagnoli e i Licciardi. Un’alleanza non del tutto scontata, fondata sulla necessità del clan Licciardi di riattivarsi con i canali del narcotraffico avendo assolutizzato quasi completamente la propria attività negli ultimi anni sul commercio internazionale di capi d’abbigliamento contraffatti. Gli Spagnoli, noti anche come Scissionisti, d’altra parte, godono di un esercito numeroso, e—secondo quanto emerge dalle ultime indagini che si sono concluse con l’arresto di Salvatore Di Lauro l’otto febbraio scorso — la gestione delle piazze di spaccio a Scampia è completamente nelle loro mani. Hanno perso la battaglia con i Di Lauro, avendo subito molte più perdite e non essendo riusciuti nell’intento di separarsi dal clan in maniera diplomatica, ma hanno sicuramente vinto il conflitto. L’altro fronte, quello dei Di Lauro, è sopravvissuto alla guerra con pochi morti, con la salvaguardia dei propri familiari, pagando la difesa della propria vita e dei propri affari, con l’arresto dei capi. La faida della Sanità interna alla famiglia Misso ha mostrato invece l’assoluta fragilità del patto rivelato dal pentito Salvatore Giuliano che vedeva Napoli governata da una triade formata dai clan Misso-Di Lauro-Mazzarella. Dalle indagini che hanno portato nelle settimane scorse all’arresto del boss Salvatore Torino, capo della fazione degli scissionisti, è emerso che i Mazzarella non hanno più quel legame che agli inquirenti pareva cementificato con Giuseppe Misso ma sono sempre più interessati ad appoggiare famiglie del centro storico interessate ad uno sviluppo delle piazze del narcotraffico dal Cavone sino ai Quartieri Spagnoli. Un’enorme piazza di smercio e di stoccaggio nel cuore di Napoli, vicina al porto e nel cuore della città. Da qui l’appoggio dei Mazzarella— confermato dalle intercettazioni ambientali — al clan Sabatino- Torino, alla guida di questo progetto criminale di «trasformazione» del centro storico. La novità dell’ultima fase però, più che brillanti operazioni militari e arresti eccellenti, sembra averla segnata il sequestro di quasi quattrocento chili di coca purissima proveniente dal Sudamerica avvenuto il 23 marzo scorso nel porto di Napoli. I carabinieri sono intervenuti per bloccare la partenza della droga sulle banchine del varco Sant’Erasmo. L’episodio offre un inquietante chiave di lettura: il porto di Napoli, infatti, che non è mai stato un vero snodo per il narcotraffico, lo sta diventando adesso. Dopo le centinaia di sequestri avvenuti negli ultimi dieci anni nel porto Gioia Tauro, il luogo privilegiato per il narcotraffico via mare della ’ndrangheta sta subendo un irrigidimento del controllo delle dogane. Finora il clan Di Lauro e i gruppi secondiglianesi avevano gestito la maggior parte dei loro traffici di droga utilizzando il trasporto su gomma. La circostanza che una tale quantità di sostanze stupefacenti fosse giunta via mare a Napoli è un’anomalia che ha insospettito molto gli inquirenti napoletani. La possibilità che potesse trattarsi di un favore reso alle n’drine calabresi, quelle della Locride, da sempre in relazione con i clan campani, è dunque una reale traccia d’indagine. Tra le varie, possibili, analisi, realizzate dai carabinieri, emerge anche l’ipotesi che si stia creando una cupola del narcotraffico, formata da diverse famiglie camorristiche e non solo che hanno investito ognuno con quote specifiche nel mercato della coca. La strategia sarebbe quella di “globalizzare” il carico e non soltanto renderlo un unicum per una sola famiglia. Un modo, insomma, per massimizzare i profitti e minimizzare le perdite. Clan anche contrapposti “puntano” dunque insieme capitali nel narcotraffico e poi dividono il carico. In caso di sequestro ognuno avrà perso solo una parte del carico e non l’intera quantità di roba. La capacità commerciale del territorio campano è stata fortemente utilizzata dai clan napoletani per lo smercio di droga in due macromercati. Quello al dettaglio, che conta su un’organizzazione capillare di spaccio ed un bacino di acquirenti progressivamente in crescita e quello nuovo ma prolifico e poco osservato della «mediazione» con gli altri gruppi criminali. Esaminando una serie di operazioni delle forze dell’ordine si scopre che molti elementi dimostrano questo rapporto sempre più stretto tra narcotrafficanti napoletani e la Sicilia. Il 6 marzo 2006 sono stati arrestati al porto di Napoli, in procinto di salpare con il traghetto per Palermo, due «corrieri» della droga. Due donne dei Di Lauro erano inviate dal clan ogni venerdì settimana a rifornire le famiglie siciliane. Una delle due è la compagna di Sergio De Lucia, zio di Ugo De Lucia accusato di essere uno dei principali killer dei Di Lauro e famiglia egemone della cosca. Nell’ottobre 2005, invece, i carabinieri hanno arrestato 14 narcotrafficanti di Casavatore che avevano una delle loro più redditizie basi a Noto, comune della Sicilia orientale. Altri elementi significativi provengono da due operazioni del marzo 2005. A Palermo, in seguito ad una segnalazione anonima, fu arrestata una coppia partita da Napoli e sbarcata in Sicilia con 200 chili di hashish per un valore di circa cinquecento mila euro. A Catania, invece, fu arrestato un narcotrafficante che riforniva gli spacciatori sull’asse Messina-Catania. Sette mesi più tardi, invece, il 28 novembre dello scorso anno, a Palermo viene scoperto un clan che comprava droga a Napoli e la rivendeva in Sicilia investendo il ricavato in Tunisia. Nel gennaio 2005 in Sicilia fu scoperto che un narcotrafficante riforniva il rione Picanello a Catania con droga sintetica direttamente direttamente fornitagli dai laborato di Scampia. Nel luglio 2005 i carabinieri di Scalea individuano un canale di approvvigionamento di sostanze stupefacenti che dall’area napoletana di Scampia arrivava in Calabria. La droga partiva, oltre che da Scampia anche dalle zone delle Vele di Secondigliano e del Rione Sanità verso i comuni calabresi di Scalea, Praia a Mare, S. Maria del Cedro, Diamante, Belvedere Marittimo, S.Nicola Arcella, S.Domenica Talao e Tortora. Gli analisti del fenomeno camorristico, profondamente in ritardo rispetto alle trasformazioni delle strutture dei clan, continuano ad osservare il fenomeno camorristico come suturato ai vicoli, esclusivamente annegato nella marginalità, incapace di qualità imprenditoriali e soprattutto di uscire fuori dal perimetro dei propri territori egemonizzati militarmente. Un silenzio colpevole che ha descritto la camorra meno invasiva di Cosa Nostra, meno capace negli ultimi dieci anni di determinare il percorso economico del territorio. La città che si autoproclama capitale della cultura, che indossa il «Madre» e il «Pan», le mostre di Caravaggio e di Tiziano come protesi preziose del suo viso, sembra nascondere un aspetto molto più concreto e manageriale, quello della nuova piazza nazionale e internazionale di spaccio al dettaglio e all’ingrosso. Un enorme piazza di commercio del bene che più d’ogni altro sulla terra funge da acceleratore economico: la coca.


Di Roberto Saviano
30 March 2006
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