"Read this important book, and you will appreciate why Italy is still a country that needs heroes like him" John Dickie Guardian  
il Manifesto
06 August 2004  

Clan dei casalesi: i nuovi padrini sono casertani

di Roberto Saviano

Uno spettro di silenzio da sempre cala sulle terre di camorra del casertano. 

Un'indifferenza da parte dei mezzi di comunicazione che delega ai giornali locali, alcuni dei quali macchiati di connivenza con i poteri finanziari dei clan, l'unica informazione possibile sulle dinamiche ed i poteri di uno dei sodalizi economico-militari più potenti d'Europa, il clan dei casalesi. Trenta mila milioni di euro è la cifra indicativa che sintetizza il patrimonio annuale dell'organizzazione camorristica, un fatturato che vede accrescersi di anno in anno. L'organizzazione dei casalesi è una confederazione di clan di tutte le famiglie della provincia di Caserta che si riuniscono in una cupola egemonizzata attualmente dal clan di Casal di Principe di Francesco «Sandokan» Schiavone in carcere dal 1998. Ma è nel 1997 con il pentimento del cugino di Sandokan, che si attua la prima scissione del clan dei Casalesi ad opera di uno dei capi più carismatici Francesco Bidognetti. Questa contrapposizione avrebbe generato una scia di sangue con più di cento morti: la parte maggiore degli sconti è avvenuta a Villa Literno. Ma oltre ai morti è il giro d'affari gestito dalla «cupola» a essere altrettanto sorprendente. Il clan dei Casalesi, infatti, è un sodalizio capace per cifre gestite e quantità di affiliati di essere paragonato all'intera compagine di «Cosa Nostra». Basti pensare che una delle tante indagini in corso parla di una verità in paese conosciuta da molti ma taciuta da tutti: negli anni della guerra nella ex Jugoslavia, la tigre Arkan, capo delle truppe paramilitari serbe si è recato a Casal di Principe da Schiavone per chiedere armi ed aiuto diplomatico, ovvero intercedere con i clan albanesi per lasciar passare munizioni, cibo e droga, dal Kossovo verso Belgrado. Leggende metropolitane a parte sembra che sia bastata questa «mediazione» a dare una mano ad Arkan, tradito poi in patria dalla sua stessa gente. Ma questa è un'altra storia. In ogni caso il potere economico e politico del clan è esponenziale. Investimenti in tutt'Italia: Campania, Lazio, Emilia Romagna, Trentino, Lombardia. E ancora in Europa: Germania, Inghilterra, Romania, Spagna e nel mondo: Santo Domingo, Venezuela, Kenya. Oltre a ciò il monopolio che il clan detiene circa lo smaltimento e la raccolta dei rifiuti ordinari e tossici, aumenta la sua possibilità «contrattuale» con le amministrazioni ed al contempo imbastisce rapporti privilegiati con le aziende del Nord-Est di cui provvedono a smaltire sottocosto i rifiuti pericolosi. Secondo le indagini sarebbero oltre 5 mila le discariche abusive e semiabusive gestite dai ras dei clan dei casalesi. Mentre sarebbero 15 mila gli ettari di terreno contaminati dalla diossina ed avvelenati dai fanghi di risulta delle concerie che il clan ha venduto e distribuito come concime. Ma passiamo all'aspetto «legale» del clan, la gestione di appalti, azioni di borsa, miniere, supermarket, alberghi, discoteche, ristoranti, caseifici, aziende edili, agenzie di scommesse. Sono queste attività a rendere maggiormente incisivi le «famiglie» nel tessuto finanziario e a metterle in relazione con l'amministrazione politica, con i poteri economici, con il mondo della comunicazione e dell'imprenditoria nazionale. Un esempio su tutti: negli ultimi mesi la Dia di Napoli ha sequestrato in provincia di Caserta beni per il valore di 25 milioni di euro all'imprenditore Dante Passarelli, magnate dello zucchero Ipam, ritenuto affiliato al clan dei casalesi. Il caso Passarelli rappresenta uno snodo centrale per comprendere i meccanismi economici e più specificamente finanziari del clan Casalesi. Passarelli è accusato di essere un imprenditore che gestiva capitali direttamente riconducibili all'attività del clan con l'obiettivo non soltanto di riciclare danaro ma di accrescerlo ed investirlo. Passarelli come molti altri imprenditori cui le indagini sono attualmente rivolte, risulta coprire il ruolo di mediatore attraverso il quale il clan Casalesi incanalava il proprio esponenziale capitale ricavato dalle attività illecite (ma non solo) al fine di edificare una propria potenza economica legale. Di medesima rilevanza infatti risulta l'accusa di essere un imprenditore camorrista fatta dal magistrato Cafiero de Raho nell'ambito del processo Spartacus a Giovanni Mincione - presidente negli anni `80 e `90 del consorzio inerti Covin - che forniva il cemento totalità dei cantieri nel casertano e del basso Lazio. In realtà imprenditori della fattura di Passarelli e Mincione risultano essere dei «dipendenti» di aziende soltanto formalmente di loro proprietà ma in realtà a disposizione del clan. Il compito degli imprenditori camorristi è quindi quello di far accrescere il patrimonio finanziario attraverso una prassi economica che si avvale dei capitali e dei rapporti di forza delle «famiglie». Insomma la camorra dismette il suo ruolo criminale mutandosi in una potente impresa presente in ogni ambito del mercato nazionale ed internazionale (basti pensare al rapporto casalesi-Parmalat) riuscendo a vincere la concorrenza attraverso due livelli: quello legale che riesce ad essere altamente concorrenziale grazie all'economia illegale di cui si nutre. Bisogna smettere di considerare la camorra quindi un fenomeno criminale ma studiarlo ed osservarlo come ciò che realmente è, un fenomeno di potere.


di Roberto Saviano
06 August 2004
home