"A superb piece of investigative reporting on the Camorra" Misha Glenny Times  
Nazione Indiana
17 April 2005  

Scrivere sul fronte meridionale

Lettera agli amici di Nazione Indiana

di Roberto Saviano

E chisto munno
ca s’ ‘e vennuto l’anema e ’ o core
e nun se importa ’ e chi nasce
e se ne fotte ‘e chi more.

N. D’Angelo


Quanto siete disposti a perdere per un racconto, per uno scritto? Se rispondete tutto allora sapete già nel vostro petto che non perderete nulla. Neanche una scaglia di pelle dalle vostre dita. Quanto siete disposti a pagare per un vostro scritto, una vostra frase, un pensiero? Anche qui se rispondete tutto, con grande probabilità scrivere vi è cosa leggera e non avete idea di cosa si perde tracciando inchiostro. Io per la scrittura non son disposto a perdere nulla, a sacrificare niente, a pagare ancor meno. Perché vorrei che la scrittura stessa fosse, per quanto mi è dato decidere, in se sacrificio, perdita, fosse totalizzante ma nei suoi perimetri, nella sua alcova. Eppure accade il contrario. Io non so cosa significhi scrivere in gran parte dell’Italia e dell’Europa. Ma so cosa significa scrivere nel sud Italia, nell’Europa mediterranea.
E non riesco a comprendere come mai nella discussione sulla letteratura popolare e le sue capacità di innestarsi nel percorso del reale non siano emersi i casi riguardanti gli scrittori che con il solo scrivere hanno innestato odio, denunce, minacce, condanne. Hanno fatto traballare tavoli e impegnato uffici d’avvocati per lungo tempo.
Racconto l’episodio che mi riguarda, non per avvalorare tesi alcune, poiché il mio caso è di margine come il luogo da cui scrivo e come me medesimo, ma per mappare se lecito ancora gli inneschi pericolosi della parola. Lo racconto perché riguarda Nazione Indiana. Vengo convocato il 5 Marzo alle 9:00 di sabato presso la caserma dei carabinieri di Casal di Principe su mandato della Procura Antimafia di Napoli. Sono stato convocato per un interrogatorio su tutto ciò che è apparso su Nazione Indiana a mia firma. Ovviamente mi chiedono se ciò che scrivo (la lettera a Del Prete ed altri racconti) sono veri, mi chiedono di partecipare ai processi, di dargli informazioni, mi chiedono che se proprio devo denunciare allora devo farlo formalmente. Presentandomi come testimone. Rischiando insomma, smettendo di scrivere, divenendo elemento del processo non più osservatore. In breve rendendomi parte di una questione, quando con la scrittura mi ostino a mantenermi su posizioni altre, descrivendo l’intero meccanismo e non la singola questione. Affrontando dinamiche dipotere non singoli crimini, di cui sovente non mi importa nulla.
Io ovviamente dico che è letteratura, che mi ispiro a fatti reali e che li studio con passione e metodo. Loro non ci credono. Dicono che è troppo per uno scrittore sapere così tanto, che gli scrittori non si occupano di questi poteri, che loro che hanno esperienza non hanno mai visto un intellettuale conoscere tante “schifezze”. Parole per me non nuove. Ho visto dinanzi ai miei occhi i racconti pubblicati su Nazione Indiana studiati ed analizzati come fossero rivendicazioni di terroristi. Lo stesso fanno gli avvocati dei clan. Avevo descritto un cimitero toscano, il tenete ha appuntato: “ma è d’origine toscana l’autore?” Ho tracciato dei nomi, alcuni modificati, erano tutti sottolineati con penna rossa ed a fianco a caratteri enormi: “identificare i cognomi”. Dopo la descrizione di un paesaggio il maresciallo ha tracciato una frase inquietante: “indagare se questo paesaggio è controllato dai clan”. Un paesaggio che diviene territorio, zona controllata, solo perché da me descritto.
Lo sapete cosa mi è stato chiesto dopo la lettura dei miei racconti? Se sapevo dove si trovasse Provenzano. E Zagaria. I due latitanti più ricercati d’Europa. Domande che non vengono fatte a nessun camorrista arrestato a meno che non sia uno me massimi boss. Domande che sono state poste ai peggiori. Ai migliori dei peggiori. “Lei sa più dei miei ufficiali” mi viene detto con fare rabbioso. E questo è sospetto. Perché gli scrittori s’occupano d’amore, di fantasie, e queste non sembrano affatto fantasie. Sono verità e perciò bisogna indagare. Decine e decine di pagine di Nazione Indiana erano raccolte sulla scrivania dell’Antimafia, tutto quello che esce sul blog viene considerato come fonte attendibile di pericolose di verità. Incredibile.
Come vorrei raccontare tutto questo agli scrittori che credono che la scrittura sia ormai l’orpello per signore che Machado definisce come spillo per inculare le mosche. Una parola letteraria, una narrazione, può davvero scardinare equilibri, concedere nuovi squarci, risultare temibile per il solo fatto di dire nuove ipotesi di verità, di trovare prove a ciò che non potrebbe mai essere provato pur essendo vero. La parola letteraria trova una soluzione matematica a problemi senza teorema. E qui quando scrivi, la solitudine di tal gesto non termina mai, trova solo nuovi inizi, perchè non vi solo possibilità di condivisione. O sono miserrimi. Chiusi in premiuncoli letterari, in salette altoborghesi, se ancora qualche scrittore di qua non se n’è andato al nord. Oltre a qualche presentazione in Feltrinelli, oltre qualche bicchiere di birra assieme a qualche amico, tenersi stretti, in un comune progetto è impossibile. Non che altrove sia necessariamente meglio, ma qui è il deserto e forse più che altrove questa desolazione è letale.
Esco dalla caserma. Ho un senso di colpa infinito. Mi calmo come un ladro di motorini che è riuscito a non farsi arrestare. Ma cosa ho fatto? Ho scritto una lettera immaginaria, ho fatto un racconto su di un sindacalista e ho congetturato, almanaccato, descritto, letterariamente la cosa, non è un inchiesta. Ho scritto e raccontato di Annalisa, non è un reato, non è di per se complicità. Scrivo. E questo basta per farmi interrogare per tre ore e mezza? Ricevere il sospetto di tutti, essere messo in sala d’attesa con i peggio soldati camorristi della zona. Se fossi stato il figlio di un boss o di un capozona, o di un politico m’avrebbero ricevuto subito o forse persino m’avrebbero invitato a pranzo parlandomi informalmente, interrogandomi con riguardo. Ma chi scrive, e lo dico senza retorica o piagnisteo, è messo in equivalenza con quelli più immondi. Con quelli che sparano.
Tanto più vera tale cosa perchè c’è il sospetto che basti scrivere di certi poteri per contaminarsi, anche in chi ti è vicino. Quando i carabinieri all’alba si sono presentati a casa di mia madre, dove ho residenza, al citofono i miei hanno risposto: “cosa ha fatto?” Cosa ho fatto, come se fossi arrestato o invitato a presentarmi in caserma tutti i giorni, come se avessi la quotidianità di un pusher o di un piccolo camorrista costretto all’obbligo di firma. La sola scrittura, la sola scelta di scrivere diviene una dannazione e introiettata come qualcosa di pericoloso, sbagliato, un errore, un crimine, una collusione. Anche per chi ti conosce da sempre.
E vi chiedo, quanto è giusto pagare per un proprio scritto? Quali sono i calabri che lo definiscono? V’è una misura? E’ giusto subire questo tipo di pressioni? Concede il senso del successo? Io spesso per alcune frasi non smetto mai di pagare. E questo denota la mia incapacità narrativa. Non ho la giusta misura, l’attenzione per l’equilibrio. Mi brucio. E l’ustione non dona vantaggio a nessuno. Io sento però una certezza che al di la di quanto si possa dire su ciò che ho fatto, ho la certezza di aver sbagliato tutto. Perché persino quando si rapina v’è un vantaggio. E v’è la possibilità di salvarsi, pentirsi o guadagnare. Quando scrivi certe cose invece, giochi ad esser sconfitto, punti su un numero che non esiste nella ruota del roulette. Ma lo fai lo stesso.


Sempre meno si riflette su quanto costa scrivere di certe cose ed in certi territori. Anche guardando i giganti non ricevo conforto. Rushdie ha subìto molteplici attentati, più di trenta persone sono morte in operazioni terroriste che avevano lui come obiettivo. Ma Salman Rushdie ora può scrivere su qualsiasi giornale della terra, riceve stipendi e guardie del corpo. Ciò che ha pagato e paga è ampiamente ripagato. O quantomeno confortato. Lui stesso dichiarò al Times “La fatwa mi ha concesso il maggiore eco possibile alle mie parole, mi ha reso uno scrittore libero, perché tutto posso dire e chiunque vuole può ascoltarmi”.
Ora io non so in altre parti d’Italia ma qui le cose sono davvero in una fase delicata e critica. Quando uno scrittore napoletano si vede costretto a cambiare casa editrice perché il suo libro cita personaggi politici , mutati nel nome, ma troppo riconoscibili. Quando un vecchio scrittore siciliano ha attualmente cambiato percorso romanzesco perché il testo, sulla mafia e sull’amicizia di un giudice con un mafioso (compagni d’università poi uno divenuto boss l’altro pm) avrebbe ricevuto denunce, querele e l’isolamento dello scrittore, ennesimo, dalla Sicilia. E questo non è facile da subire più d’una volta.
A volte capita però che c’è chi scrive, magari uno dall’anima smilza, e va avanti, e traccia i percorsi del vero e riceve solo danni, questo come lo si definisce? Viene letto poco, pochissimo. Ed allora? Val la pena? Il peso specifico della scrittura forse si riesce a comprendere in certi ambiti piuttosto che in altri. Forse guardare quello che accade qui può risvegliarci, o quantomeno mostrare che ciò che Nazione Indiana sta percorrendo sia la più giusta delle strade. L’Antimafia mi convoca per un racconto, uno scrittore per due riferimenti in un libro deve cambiare editore un altro per una storia troppo pesante rischia l’oblio. Questo denota che siamo ancora vivi, che quando la letteratura fa tremare, i colpi di coda di certi meccanismi di dominio sono dolorosi.
Qui al sud capisci che scrivere è la cosa più pericolosa che si possa fare. Quando finisci un racconto hai due certezze. Che non verrà letto da molti. Ma che verrà letto dai pochi che ti rovineranno la vita, che faranno di tutto per fartela pagare. E allora speri, speri che il messaggio del tuo racconto possa dargli il più fastidio possibile, come se le lettere potessero liquefarsi mentre le stanno leggendo e volatilizzarsi in antrace, finendo nelle loro narici. Così diventi immune persino alla stricnina e continui a scrivere, a sapere a cosa vai incontro. Perché se ti devono fare qualcosa, almeno sia per la cosa più grave, per il motivo più forte. Io quando vengo convocato, subisco molti dileggi. Uno scrittore, un intellettuale che si occupa di certi meccanismi del reale, è qualcosa di pericoloso, sospetto, fastidioso. Non è una metafora ridicola, ma davvero genera sospetto. Il medesimo sospetto che si pone nella mente di mia madre, delle persone che mi sono vicine. Ma che c’entra Giordano Bruno con i clan, cosa Baruch Spinoza con gli omicidi, cosa Tommaso Landolfi con il boss Schiavone? Conosci l’Orlando Furioso cosa c’entra con le aziende, i traffici, i morti ammazzati? Occuparsi con lo strumento letterario di queste cose, senza una gabbia noir, senza un motivo di fiction davvero crea nausea, come una sorta di sadomasochismo che vuoi ammannire a chi ti legge. Cosa ci guadagna, è il primo pensiero. Anche del magistrato che mi indaga. Una volta uno scrittore campano che amo molto, mi disse “non preoccuparti, se io vivessi a sud mi occuperei allo stesso modo delle cose su cui tu poni lo sguardo”. E’ certamente vero quello che dice. Ma lui se n’è andato.
Un giornalista delle cronache locali è controllabile, un magistrato percorre strade dai codici cifrati conosciuti, un politico è raggiungibile, passeggia per le strade note, i suoi segretari sono compari, ma uno scrittore no. Una pagina narrativa, che fonda tutti i dati, le sensazioni, le geografie, non può essere controllata, costretta. Mappata. La letteratura veicola, fa fuggire in avanti, coinvolge ogni passaggio del reale e dove non riesce ad osservarlo lo raggiunge con la congettura. La scrittura di racconti e romanzi mette angoscia sia agli inquirenti che si sentono scoperti, superati, bruciati esposti nella loro incapacità sia ai camorristi. Sapete che Giuseppe Marrazzo, scrisse un libro “Il camorrista” negli anni ’80. Un romanzo capolavoro su Raffaele Cutolo che più d’ogni altro svelò meccanismi e dialettiche dell’Italia democristiana e dell’ascesa di un personaggio, Cutolo, da assassino per caso in statista di primo ordine. Marazzo vent’anni fa scrisse su verità che i giudici stanno ancora indagando portando i processi in giudicato con verità che Marrazzo aveva esattamente descritto. Quel libro mai più ripubblicato - per evitare che la vecchia sempreverde guardia democristiana non abbia la damnatio memoriae - è un chiaro esempio di letteratura che anticipa, sviscera, foggia, congettura. Scopre il vero e lo rende materiale per trasformare il percorso del reale.
Pensate alla nascita di decine di libri che svelano, almanaccano, tracciano la realtà ma con il rigore della verità, con la forza della scrittura che prescinde dall’oggettività perché non se ne cura. Pensate a libri del genere, come già ne stanno uscendo. Cosa genererebbero? Ma questo non significa che si tratta di parlare solo di Cosa nostra, Camorra, e N’drangheta. Raccontare, svelare, scardinare, tracciare con le parole, raccontare di una giornata trascorsa a Varese come a Marano, può realmente mutare qualcosa. Dopo quanto m’è accaduto ho voglia di crederci quasi dogmaticamente. Ma bisogna scrivere studiando a fondo, mordendo il midollo, non ridendo senza mostrare i denti. Maledizione. Scrivere sul fronte meridionale è più letale che sparare nelle trincee mediorientali.
Conosco la storia di un intellettuale calabrese. Era un giovane giornalista dalla bella penna impegnato contro la ndragnheta, quando una notte i clan calabresi decisero di installargli un ordigno sotto la sua macchina. Il nipotino però bussò all’utero della sorella e così lui scese di corsa per accompagnarla in ospedale. Si trovò dinanzi allo ndranghetista che sotto l’auto stava piazzando l’ordigno. Dal nipotino che aveva fretta di nascere, ebbe salva la vita. Ora vive in Canada, non ha mai più scritto una riga in Italia. Una storia sconosciuta che vuol rimanere sconosciuta, perché davvero quando vivi certe dinamiche ne hai una vergogna tale che preferisci dimenticarle. Ricordarle significherebbe appesantire l’anima e rischiare di slabbrarla.
Ci sono delle loro parole che mi vengon dette che mi inquietano. “Ormai sei abituato”, oppure “è una vita che ci scrivi contro”. Scrivendo è come se riuscissi ad almanaccare il tempo e a riprodurlo, ad attribuirgli una somma di minuti in più. E’ talmente raro che qualcuno possa occuparsi di certe dinamiche in un certo modo e senza stipendi che si pensa che una vita abbia il coraggio di occuparsi di un unica cosa, di denunciare un fatto. E non di stare dietro ad una complessità d’eventi. Osservando l’intero arco del percorso. Così dieci racconti divengono dieci esistenze che riescono a mettere assieme tutto, dalla denuncia a Caravaggio, dalla guerra di Scampia a Isaac Singer. Ma questo è terribile, è peggio che spacciare, è più schifoso che rubare ad una puttana. Come attesta l’ultima frase che mi è stata detta: “eccolo il veterano, tutta la vita a scrivere e dare fastidio”. Tutta la vita, io ho 25 anni, maledizione.
Un abbraccio a tutti. Stretto
r.


di Roberto Saviano
17 April 2005
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