"Roberto Saviano non ha paura di andare a indagare su scala mondiale" Cynthia Fleury, L’humanité  
Lo Straniero N°59
01 May 2005  

La Napoli che spara e quella che depreca

il "sistema" del crimine

di Roberto Saviano

L’attenzione è massima, inviati speciali, fotoreporter delle più importanti agenzie, persino un presidio perenne della Bbc, qualche ragazzino si fa fotografare accanto a un cameraman che tiene in spalla una telecamera ultraleggera che ha in evidenza il simbolo della Cnn. 

“Gli stessi che stanno da Saddam” ridacchiano a Scampia, e sentendosi ripresi da quelle telecamere si sentono trasportati nel baricentro dell’attenzione che conta. Un’attenzione che sembra concedere per la prima volta la sensazione di esistere realmente sulla scena del mondo. La mattanza di Secondigliano raccoglie un’attenzione che mancava dalle dinamiche di camorra da vent’anni. Dagli anni ottanta, dalla guerra tra Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia capace di lasciar per terra anche sei morti al giorno. Eppure la camorra ha sempre tenuto alto i numeri di morti ammazzati: dal 1988 al 1992 sono stati circa 1000, nel 1998 132, nel 2000 118, nel 2004 142. In fondo le cifre sono costanti, ma quando il numero dei morti si spalma in lunghi periodi, il dato può passare persino inosservato, connaturato, congenito. A Secondigliano invece la guerra ammazza in breve tempo, rispetta i criteri giornalistici di cronaca, in poco più di un mese accumula oltre quaranta vittime. Sembra fatta apposta per dare il suo morto a ogni inviato.

In questi mesi però i morti diminuiscono, uno ogni due settimana, uno ogni tre. La faida di Scampia tace per quasi un mese, sembra essersi assorbita. Da qualche giorno iniziano ad avvenire le prime emorragie di giornalisti, la Cnn si vede sempre meno, le pupille strizzate su Napoli nord tornano a farsi miopi, ci si uccide a Barra, a Villa Literno, ma questi morti risultano quelli di sempre. Pensare che la camorra sia un fenomeno criminale e ignorare invece la sua caratteristica di fenomeno di potere è una delle più gravi mancanze che paralizzano ogni possibilità di contrastarla. Negli ultimi anni verso i clan in Campania e in Italia v’è stato un disinteresse così totale da far smarrire persino l’aderenza di linguaggio. La parola camorra è scomparsa o meglio non è mai esistita. Fu Raffaele Cutolo l’ultimo e l’unico a foggiare la retorica camorristica, generando l’orgoglio e il significato di questa parola. Nessun’altro. Ora il termine è “sistema”. Non c’è affiliato, maturo o ragazzino che non si riferisca al suo clan con il termine sistema. “Appartengo al sistema di Secondigliano”, “appartengo al sistema di Casale”.

I sociologi di Bassolino, i suoi fidenti e costosi consulenti sulla questione camorra, hanno portato avanti piani discutibili di contrasto ai clan, sostenendo di isolare la camorra in periferia, spingerla lontano nei quartieri fuori dalla città, zone franche in cui far svuotare la vescica criminale. Ma nel ginepraio d’abusi e depravazioni architettoniche della periferia non solo si trovano i polmoni economici della città – fabbriche a nero, depositi, magazzini, centri commerciali – ma i clan nelle periferie hanno racimolato la forza-lavoro più bassa, quella più conveniente e numerosa. Così, mentre in periferia affiliano braccia per le loro armate, in città comprano i palazzi e con la connivenza di funzionari statali – come dimostra l’inchiesta della Dda del febbraio scorso – mettono le mani sulla metropolitana.

Le due Napoli tornano visibili. La Napoli borghese, che non disdegna di parlare il dialetto con sonorità antiche, la Napoli che si considera capitale di bellezza e capacità di vita, e la Napoli dei neomelodici, di Tommy Riccio e delle radio che trasmettono i messaggi di auguri ai carcerati di Poggioreale. La Napoli alta vede il crimine, la feccia del narcotraffico, l’arroganza del pizzo come degenerazioni della Napoli bassa, come un sacco velenoso che essa è costretta ingiustamente a trascinare. Ma questi poli opposti, queste radicalità hanno perimetri ambigui. In realtà ben più di un nodo lega quest’apparente distanza. Il fulcro dell’economia della camorra è la sua forza imprenditoriale, una forza economica che si innesta nell’economia del nord Italia, irradiandosi in Asia, America e tutt’Europa.

L’assoluta mancanza di differenza tra un potente imprenditore posillipino e un boss è tracciata simbolicamente dalla villa di Paolo Di Lauro, a Scampia. Non è un bunker di sfarzo e cemento, è una struttura elegante e leggera, non ancora ultimata, con un costo indicativo di circa due milioni di euro. Nelle sue decorazioni e nel suo progetto v’è traccia di eleganza, vi sono equilibri di stucco e colore, i marmi sono quelli preziosi del Sudamerica, e c’è infine la riproduzione in grande stile di un impluvium pompeiano. Ma non si tratta solo di aver scelto un fine architetto. Per comprendere la comune cultura, bastava, nel giorno del suo arresto, fissare il volto stesso di Cosimo Di Lauro, figlio del boss, reggente della cosca e responsabile, secondo le accuse, della mattanza contro la fronda interna al suo clan. “Bisogna ucciderli tutti sino all’ultimo”, è l’ordine dato in una telefonata a un suo uomo. Quando il giovane boss sente sbattere gli anfibi dei carabinieri fuori la porta della casa dove si nascondeva non tenta di scappare. Si mette davanti allo specchio. Bagna il pettine, tira indietro i capelli dalla fronte e li lega nel codino, lasciando che la zazzera riccia gli caschi sul collo. Poi indossa l’impermeabile nero. Cosimo Di Lauro s’imbandisce da pagliaccio del crimine, da guerriero della notte, e scende le scale impettito. Ha passato ore come molti ragazzi della sua età a fissare i fotogrammi di “Matrix”, forse avrà avuto in camera il poster del “Corvo”, e avrà sognato di dimagrire per somigliare a Brandon Lee. Sono questi i modelli che ha in mente, è a loro che il boss si ispira. I nuovi sovrani militari dei sodalizi criminali napoletani non si atteggiano da guappi di quartiere, non hanno gli occhi sgranati e folli di Cutolo, non pensano di doversi atteggiare come Luciano Liggio o come caricature di Lucky Luciano e Al Capone, non si fanno crescere l’unghia del mignolo sinistro. “Matrix”, “Il Corvo”, “Pulp Fiction” riescono con maggiore capacità e velocità a far capire cosa vogliono e chi sono. Sono modelli che tutti conoscono e che non hanno bisogno di eccessive mediazioni. Cosimo ha visto gli stessi film del figlio del notaio di Posillipo, si è presentato con la stessa arroganza di un qualsiasi rampollo di una famiglia di notai del Vomero, ha avuto la studiata spocchia di un giovane divetto milanese di Mtv. Ma questo non è visibile nella conta dei proiettili. Si combatte nelle strade di periferia e i soldati, come in ogni guerra, sono i disperati che ammazzano con un indennizzo di 2500 euro a omicidio, che prendono salari di 700 euro mensili e che sperano di arrivare agli stipendi dei dirigenti militari, quelli che possono intascarsi anche 20mila euro al mese. Ma le economie in palio sono astronomiche, quella dei Di Lauro supera i 500 milioni di euro annui, e possiedono i perimetri dei continenti, si muovono con i money transfer in Canada, Australia, Gran Bretagna, Svizzera, come dimostrano le inchieste della Dda di Napoli del luglio 2004, investendo in aziende, negozi, ristoranti, alberghi. I dirigenti di queste economie hanno i profili dei finanzieri, degli imprenditori internazionali, non hanno la foggia dei criminali di periferia, risiedono nelle città europee, a Tenerife, Monaco, Varsavia, viaggiano da Pechino a Bogotà e investono negli Usa, in Germania, in Francia. Fabbriche di vestiario, indotti di pezzi d’alta tecnologia, aziende di Trapani.



Qui si combatte solo la guerra. Ai quartieri di Napoli nord è lasciata la feccia della trincea, altrove ci sono i tavoli degli investimenti e gli snodi finanziari. La Cina è il paese con più investimenti della camorra napoletana. Di Lauro controlla nei dintorni di Pechino le fabbriche di macchine fotografiche, telecamere e strumenti ad alta tecnologia per le catene di montaggio. è arrivato in Cina dieci anni prima che Confindustria si accorgesse della necessità di investire nel Catai. Le macchine fotografiche vengono prodotte dagli stessi indotti delle grandi case di produzione, Kodak e Canon. I clan si appropriano solo del marchio finale per meglio introdursi nel mercato, ma il prodotto è il medesimo. Ormai i mercati dell’est Europa sono invasi con potenza da monopolio dai prodotti delle aziende dei clan che di falso hanno solo il marchio di cui si appropriano abusivamente. Lo stesso accade con il vestiario, con tutte le più celebri marche. La camorra, dopo averne gestito gli indotti per anni nei paesini del napoletano, ha iniziato a produrre i capi ultimati e ad apporvi marchi falsi. I prodotti sono i medesimi anche in questo caso, manca solo l’ultimo passaggio, l’autorizzazione da parte dell’azienda ad apporre la propria firma sul capo, ma questa autorizzazione le fabbriche dei clan se la danno da soli.

Il centro delle attività imprenditoriali della camorra in Italia è soprattutto al nord. Castelnuovo del Garda è il posto dove i clan di Secondigliano hanno installato le loro maggiori aziende tessili. Ma i magazzini che raccolgono i vestiti delle aziende della camorra per venir successivamente distribuiti al dettaglio, sono disseminati in ogni parte del mondo dalla Spagna al Brasile passando per la Germania e l’Inghilterra. La cosa però che risulta più strana è che le aziende che vengono falsificate non denunciano. Fingono di non vedere, o forse questo mercato non gli è poi così d’intralcio. Il motivo è semplice. Centinaia di negozi, di centri commerciali, centinaia di ditte di trasporto, di magazzini sono gestiti dai clan, mettersi contro il loro potere economico significherebbe avere prezzi aumentati, trattamenti sfavorevoli, distribuzione complicata. Il guadagno è comune e dove tutti ricevono profitto non c’è motivo di lamentela, lo dice anche Bill Gates.

Paradossalmente ha molto meno a che fare la periferia di Scampia e Secondigliano con la camorra che Pechino, Los Angeles, e il Veneto dove l’economia camorristica trionfa e fattura capitali astronomici falsando il libero mercato, potendo godere del plusvalore criminale e trasformandosi essa stessa in gruppo imprenditoriale che fagocita concorrenza e tenta, attraverso il proprio preziosissimo valore aggiunto, di infiltrarsi nei più potenti e noti gruppi economici. Ma è nella periferia napoletana che scorre il sangue, è qui che saltano in aria negozi e si ammazzano quattro persone al giorno; è qui che con colpevole ingenuità si crede che risieda il problema.

L’enorme ricchezza dell’imprenditoria camorrista non crea ricchezze sociali, non crea scuole, pensioni, biblioteche, ai suoi soldati lascia case di 60 metri quadri e macchine di seconda mano. La ricchezza si incanala nelle casse delle imprese che poi investono altrove, che preferiscono trovare territori più ricchi per fare affari. Il lavoro qui diviene un bene prezioso. Persino la camorra è satura di manovalanza. A Secondigliano, Scampia, Casavatore, nei territori della faida sono decine gli uomini di quaranta, cinquant’anni che perso il lavoro non riescono a entrare nel clan perché non ce la fanno o sono troppo vecchi, e al contempo non vengono chiamati dalle imprese del nord neanche a fare gli uscieri. E allora si inchiodano a letto, in una depressione che sa di malattia terminale. E la vergogna è tale che le figlie, le mogli dicono in giro che il marito o il padre è stato arrestato al nord, mentre faceva una rapina. Meglio immaginarti ladro sfortunato che onesto fallito.

L’assoluta mancanza non solo di lavoro ma di una prospettiva di lavoro qui è perenne. I giornali locali, i comizi dei politici, invitano a non entrare nei clan, ma nell’esercito. A Nassiriya la parte maggiore dei soldati provengono da tre regioni: Sicilia, Campania, Calabria. Quale parte d’Italia è in guerra? Quella di sempre. A sud si combatte o in una trincea di mafia o in una trincea in missione all’estero. Si tratta di scegliere quale occupare. Il lavoro, poi, anche quando strappato, preso, conservato può divenire un motivo di condanna a morte. Come è accaduto nel caso di Attilio Romanò, ucciso nel gennaio scorso. Lavorava in un negozio di telefonia e, per arrotondare, in un call-center e aveva creduto buona cosa poter diventare azionista del negozio dove ha trovato la morte. L’altro socio però ha una lontana parentela con Pariante, il boss di Bacoli, un colonnello di Di Lauro, uno di quelli che si sono messi contro il boss. Attilio non sapeva o quantomeno sottovalutava. Insomma, in questi luoghi non si decide della propria sorte, il lavoro sembra essere un privilegio, qualcosa che una volta agguantato si tiene ben stretto, quasi come una fortuna che ti è capitata per caso, il dono di un destino benevolo che ha voluto premiarti, anche se questo lavoro ti porta fuori casa per tredici ore al giorno, ti lascia mezza domenica libera e mille euro al mese che a stento ti bastano per pagare un mutuo. Comunque sia, venuto il lavoro, bisogna ringraziare e non fare troppe domande a sé e al destino. Però le parti sono determinate indipendentemente dalle volontà, e quando gli eserciti scendono per strada non è possibile tracciare una dinamica esterna alla loro strategia; il senso lo concedono loro, i motivi, le cause. Il negozio dove Attilio lavorava era espressione di un economia legata al gruppo degli “Spagnoli”, e questa era una condizione sufficiente per ammazzarlo.

Le mattanze non sono null’altro che i conflitti interni a precisi indotti dell’economia criminale, regolamenti di equilibri militari all’interno della parte “illegale” dell’azienda-camorra. Queste guerre che una parte di Napoli non riconosce come proprie, che ritiene un cancro inestirpabile di un organo che non appartiene al suo corpo, sono in realtà sismi le cui onde si stanno espandendo ovunque. La Napoli che ha fallito il suo rinascimento, credendo di risolvere le gravi problematiche battezzando un luogo come autentico e sconsacrando le parti di esso in cui non si riconosceva, questa parte della città, progressista e insieme tremendamente conservatrice, continua ancora a rappresentarsi come ciò che non è, nostalgica di qualcosa che non è mai avvenuto, di una vaga leggerezza offesa dal peccato originale della violenza criminale. Ma occulta colpevolmente a se stessa che l’economia dei clan, composta dai soldati della periferia e dagli imprenditori del Triveneto, è la cinetica prima della ricchezza di cui gode e del potere che detiene. Ipocrita, quindi, questa distante disperazione di una Napoli che adora sentirsi ferita a morte, ma che in realtà non muore mai. A morire ci pensano gli altri.


di Roberto Saviano
01 May 2005
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