"Das Werk des 28 Jahre alten Autors liest sich wie ein Epos unserer Zeit.(...)" Frankfurter Allgemeine Zeitung  
Corriere del Mezzogiorno
02 April 2005  

Hollywood, la villa di Walter Schiavone

di Roberto Saviano

Per tutti in paese è Hollywood. Basta pronunciare il nome per capire, non servono altri riferimenti, non c’è altro da aggiungere. Hollywood è la villa di Walter Schiavone, boss della cosca dei casalesi, uno dei più potenti sodalizi imprenditorial-criminali d’Europa. 

Intuire la causa del nome non sembrerebbe complesso. Facile immaginarsi il fasto, la potenza degli spazi, il lusso all’americana. Ma in realtà non è questo il motivo reale. Con Hollywood la villa di Walter Schiavone c’entra davvero. Si racconta che il boss aveva chiesto infatti al suo architetto di costruirgli la villa identica a quella del gangster cubano di Miami, Tony Montana, in Scarface. Il film l’aveva colpito sin nel profondo, al punto tale da identificarsi nel personaggio interpretato da Al Pacino. Tutto ha il tono di leggenda. Del resto il personaggio, fratello del boss dei boss Francesco Sandokan Schiavone, accusato di decine di omicidi, imputato di primo piano del maxiprocesso Spartacus, si presta a quest’aura leggendaria. Complicato era però credere a queste voci, quando le si ascoltava nei bar ma anche nelle pause dei processi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Sembrava una vicenda narrata da un pessimo autore di thriller che inventa innesti tra luogo comune e film americani. Vista da fuori la villa di Schiavone è un bunker, circondata da spesse mura sormontate da cancellate minacciose. Ogni accesso è protetto da cancelli blindati. Non si intuisce cosa ci sia al di la delle mura, qualcosa di prezioso sicuramente visto l’armatura della difesa ma potrebbe essere un deposito, un qualsiasi capannone. Un unico cenno, un messaggio silenzioso si intuisce dall’esterno, ed è proprio celebrato all’entrata principale. Ai lati della cancellata, che sembrerebbe d’una masseria di campagna, ci sono due colonnine doriche sormontate da un timpano. Non c’entrano nulla con la disciplinata sobrietà delle casette d’intorno, con le mura, con il cancellaccio rosso. In realtà quest’unicità di stile è il marchio di famiglia, il timpano neopagano è il simbolo del boss, un messaggio dato a chi già conosce la villa. Entro da un accesso secondario al riparo da sguardi indiscreti che potrebbero innervosirsi per l’intrusione. La strada ha un nome letterario, via Cecco Angiolieri. Il cancellone blindato si apre. La villa appare imponente, luminosa, la facciata incute soggezione. Le colonne sorreggono due piani con timpani di diversa grandezza organizzati in struttura verticale decrescente con al centro un semicerchio mozzato. L’entrata è un delirio architettonico, due enormi scalinate si arrampicano come due ali di marmo al primo piano, che si affaccia a balconata sul salone sottostante. La villa è un tripudio di colonne doriche intonacate di rosa all’interno e di verde acquamarina all’esterno. I lati dell’edificio sono formati da doppi colonnati attraversati da preziose rifiniture in ferro battuto. 3.400 metri quadri l’intera proprietà; la villa di 850 metri quadri organizzata su tre livelli, il valore dell’immobile alla fine degli anni novanta era di circa 5 miliardi di lire, ora la stessa costruzione avrebbe un valore commerciale di circa 4 milioni di euro. Al primo piano vi sono stanze enormi, in ognuna c’è almeno un bagno. Alcuni lussuosi ed enormi, altri invece piccoli e raccolti. C’è la stanza dei figli, con ancora dei poster di cantanti e calciatori attaccati alle pareti, un quadretto annerito con due piccoli angioletti forse messo alla testa del letto. Dal balcone si ha la visione del giardino antistante, disseminato di costose palme, vi è anche un laghetto artificiale con un ponticello in legno che porta su un piccolo isolotto di piante e alberi contenuto da un bel muro a secco. Questa parte della villa era direttamente curata da Nicolina Coppola, la moglie del boss. In questa zona della casa, quando ancora la famiglia Schiavone ci abitava, scorazzavano i cani, i molossi, ennesime tracce della messinscena del potere. Alle spalle della villa c’è un giardino inglese con una piscina elegante, disegnata come un ellisse sghemba per permettere alle foglie di palma di fare da ombrellone naturale durante le giornate estive. La villa è stata abbandonata dopo l’arresto avvenuto nel 1996 proprio in queste stanze. Walter non ha fatto come il fratello Sandokan che, latitante, si era fatto costruire sotto la sua enorme villa al centro di Casal di Principe un rifugio profondo e principesco. Walter, quando tornava in paese per le riunioni più importanti, non si nascondeva, soggiornava a casa alla luce del sole, certo della inaccessibilità della villa. Quando la Polizia lo individuò inutile per lui fu tentare di scavalcare il muro. Lo stesso che aveva fatto costruire per rendere impenetrabile la sua villa gli impedì di scappare con agilità. La villa è sequestrata da tempo ma per circa sei anni nessuno ne ha mai realmente preso possesso. Walter ordinò di sottrarre il possibile. Se la villa non poteva più essere a sua disposizione non doveva più esistere. O sua o di nessuno. Fece scardinare le porte, staccare i preziosi infissi, togliere il parquet, divellere i marmi dalle scale, smantellare i camini, togliere persino le ceramiche dai bagni, estirpare i passamani in legno massello, i lampadari, la cucina in terracotta, portare via i mobili ottocenteschi, le vetrine, i quadri. Diede ordine di disseminare la casa di copertoni e gli fece dare fuoco così da rovinare le pareti, gli intonachi, compromettere le colonne. L’unica cosa intatta è la vasca costruita al secondo piano, il vero vezzo del boss. Una vasca principesca costruita nel salone. Adagiata su tre gradoni con un volto di leone dorato da cui un ugello ruggiva l’acqua. Resta questa traccia della sua potenza di costruttore e di camorrista; come un pittore che ha cancellato il suo dipinto, risparmiando però sulla tela la sua firma. In realtà ville come questa, sino a quando non verranno realmente riutilizzate, continueranno ad avere il marchio di chi le ha edificate ed abitate. Anche se abbandonate, conservano il simbolo del domino. Per anni infatti era impossibile avvicinarsi a Hollywood presidiata ancora da pali del clan, e anche oggi conviene entrare senza dare nell’occhio. Le cose però forse stanno mutando rotta. L’Agenzia per l’innovazione, lo sviluppo e la sicurezza sul territorio, Agrorinasce, che riunisce i comuni di Casapesenna, Casal di Principe, San Cipriano D’Avesra e Villa Literno, ha avuto assegnata la villa di Walterino ed ha nell’immediato affidato alla facoltà di Architettura dell’Università di Aversa il progetto di recupero della villa destinata a diventare sede del Centro Sportivo riabilitativo e per disabili. Così come la villa del camorrista Egidio Coppola non lontana da qui, diventerà un Centro di pronta e temporanea accoglienza per i minori in affido, e sarà dedicato al prete anticamorra Don Peppino Diana. Solo così questi edifici potranno realmente svuotarsi del simbolo del potere camorristico e risultare davvero sottratte ai patrimoni dell’imprenditoria criminale. Intanto, lentamente passeggiando per Hollywood, mi appaiono in tutta la loro veridicità quelle che credevo fossero voci di esagerata leggenda. I capitelli dorici, la possanza delle strutture dell’edificio, il doppio timpano, la vasca in camera, e sopratutto le scalinate all’entrata sono caratteristiche medesime della villa di Scarface. Hai la sensazione che da una stanza stia per uscire Tony Montana. Chissà se Walterino avrà impavidamente sognato e immaginato morire come Montana, cascando dall’alto nel suo salone d’entrata piuttosto che finire i suoi giorni in cella. È complesso argomentarlo, ma non è il cinema a scrutare il mondo criminale per raccoglierne i comportamenti più interessanti. Accade esattamente il contrario. Le nuove generazioni di boss non hanno un percorso squisitamente criminale, non trascorrono le giornate per strada avendo come riferimento il guappo di zona, non hanno il coltello in tasca, né sfregi. Guardano la tv, studiano, frequentano le università, si laureano, vanno all’estero, e soprattutto sono impegnati nell’apprendere i meccanismi d’investimento, nel raccogliere capitali, nell’imparare a gestire appalti e fondare aziende. Spesso l’aspetto militare gli è quasi del tutto estraneo. Il caso del film Il Padrino è eloquente. Nessuno all’interno delle organizzazioni criminali, siciliane come campane, aveva mai usato il termine padrino, frutto invece di una traduzione poco filologica del termine inglese Godfather. Il termine usato, anche oggi, per indicare un capofamiglia o un affiliato è sempre stato compare. Dopo il film però le famiglie mafiose d’origine italiana in Usa iniziarono ad usare la parola padrino, sostituendo quella ormai poco alla moda di compare e compariello. Dopo aver visto il film molti giovani si atteggiarono con occhiali scuri, gessati, toni ieratici. Lo stesso John Gotti si volle trasformare in una versione reale di don Vito Corleone. A Napoli l’esempio di Cosimo Di Lauro è simbolico. Nato in una famiglia di ricchissimi imprenditori nel settore dell’abbigliamento e poi della droga è stato arrestato a Secondigliano lo scorso gennaio. Prima di scendere ammanettato dinanzi alle telecamere ed ai flash, si è preparato: codino dietro la nuca, dolcevita, impermeabile nero; un’immagine che doveva rimandare subito al profilo del Corvo di Brandon Lee. Cosimo ha compreso che quell’immagine fiera e spettacolare da giustiziere notturno avrebbe valso più dell’arresto e più dei colpi di mitra. Non sarebbe stato lo stesso se fosse stato fotografato o tratto in arresto in pigiama. Questi personaggi debbono formarsi un immagine criminale che spesso non hanno e che raccolgono dai film. Facendo aderire la propria figura a una riconoscibile smorfia cinematografica, percorrono una sorta di scorciatoia verso la fama e la temibilità. L’ispirazione cinematografica arriva a condizionare anche le scelte tecniche come l’impugnatura della pistola ed il modo di sparare. Come mi racconta M., veterano della Polizia scientifica di Napoli: «Ormai dopo i film di Quentin Tarantino, questi criminali non sparano più con la canna dritta, la usano sempre sbilenca, messa di piatto. Un’abitudine che crea disastri. I più feroci sparano al basso ventre, all’inguine, alle gambe, feriscono gravemente senza uccidere così sono sempre costretti a finire la vittima sparando alla nuca. Un lago di sangue gratuito, una barbarie per nulla necessaria ai fini dell’esecuzione». Walter Schiavone è indicato da alcuni pentiti come una delle menti economiche del clan più argute. Militarmente spietato, il suo talento imprenditoriale lo ha portato — secondo le indagini — a riconoscere prima che il mercato lo dimostrasse, i maggiori canali d’investimento, le piazze dell’est, i territori dove comprare terre edificabili, gli appalti maggiormente succulenti dove entrare. La famiglia Schiavone, come dichiarò anche l’ex presidente Lumia, è una delle più ricche e potenti d’Europa. Dal 1995 ad oggi ammonta ad oltre duecento miliardi il patrimono sequestrato a prestanomi o direttamente agli Schiavone. Qualunque imprenditore sarebbe crollato, annullato dalla bancarotta, finito nell’immediato, ma non gli Schiavone, che continuano a comandare ed a guadagnare. L’intera confederazione delle famiglie del casertano riesce a gestire secondo le documentazioni annuali prodotte dall’Antimafia, capitali per oltre 30 miliardi di euro. Dopo un po’, a guardare la villa, avverto un profondo senso di disgusto e malinconia. Ora Hollywood è solo cemento, divorato dalla fuliggine e aggredito dalle erbacce. Cemento senza significato, cemento in decadenza, simbolo di un potere letale. Il cemento che ha arricchito il clan. Il cemento che avvolge le celle dei boss in cui sono rinchiusi al 41 bis come satrapi miliardari costretti a bere in bicchieri di carta e a spremersi in latrine di due metri per tre. Cemento ingombrante, simbolo di una ricchezza che devasta senza costruire.


di Roberto Saviano
02 April 2005
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