Furti e rapine, le babygang a Napoli
di Roberto Saviano Quando scendono alla fermata di piazza Amedeo iniziano ad urlare. Appena mettono piede sulla salita che porta fuori dalla metropolitana lanciano grida belluine. Il tunnel del resto si presta ad una eco fenomenale. Qualche spintone ad un turista, un calcio poderoso contro la macchina che stampa i biglietti della metro e via a scorrazzare. Seguo questi tre ragazzi. Il grande non avrà più di sedici anni, ha un ombra di baffo sotto il naso, uno zuccotto trapuntato calato aderente sulla testa, gli altri due sembrano fratelli, tozzi, ma tonici. Devono far palestra. Uno indossa una t-shirt del Barcellona, l’altro dei jeans a vita bassa che gli fanno uscire fuori la riga verticale del sedere. Sono abbronzantissimi. Vedo che a nessuno manca un tatuaggio. Ma non capisco bene i disegni tracciati sulla pelle. Per beccare una banda di ragazzini ho viaggiato per più di due ore su diverse linee, toccando tutte le fermate. Questi tre appena saliti si fanno un giro tra i vagoni. Li seguo a distanza. Due di loro si siedono vicini ad una ragazza sola. Avrà vent’anni, è vestita in maniera molto elegante. Le chiedono qualche spicciolo e poi «una cosa a piacere». Non riferendosi ad un’offerta, ma a qualcosa che indossava. Insomma una licenza di scegliere l’oggetto da rubare. Catenina, orologio, braccialetto, occhiali da sole. Può decidere lei, è in fondo una concessione, persino un privilegio. La ragazza è impaurita ma sembra che stia pensando quale cosa dare ai tre piuttosto che resistere alla loro prepotenza.
I ragazzini non hanno bisogno neanche di tirare fuori la molletta, il coltellino che forse neanche possiedono. Io ed un ragazzo, credo pakistano, ci avviciniamo vedendo il viso impaurito della ragazzina. I tre non sembrano mutare idea vedendoci dietro le loro spalle. Ma arriva la fermata, le porte si aprono, la ragazza si alza di scatto e sguscia fuori. Non sente neanche di aver subito una rapina o qualcosa di molto vicino. Passa davanti a un poliziotto privato che circola per la stazione di piazza Amedeo, ma non si ferma, non gli dice nulla. I tre del resto come se nulla fosse accaduto scendono, ma non la inseguono. Chiedo a un controllore se riesce a svolgere il suo lavoro anche con queste bande di ragazzini: «Io i biglietti non glieli chiedo proprio. Già se riesco a fargli fare il viaggio tranquilli io sento di aver fatto il mio mestiere. Quando sono con altri colleghi provo a farli scendere alla prima fermata. Quelli scendono pure, ma alla prossima corsa risalgono». Si riferisce a questi gruppetti, salgono a piazza Dante, altri vengono alla periferia nord di Napoli. Capisco che nella mente dei passeggeri è ben presente l’organigramma informale di questi gruppetti. E capisco, ascoltando le diverse persone, che più numerosi sono meno paura fanno. «Se sono in molti scherzano tra loro e si fanno i fatti loro, al massimo ti vengono addosso mentre si rincorrono o spintonano tra loro. Quando sono due o tre e vanno avanti e indietro allora non va bene c’è da avere paura». Quasi tutti sanno che la parte maggiore delle rapine avviene poco prima che si aprano le porte e conoscono la tecnica. Me la spiega Anna Paola 33 anni, ti circondano, uno ti avvicina la faccia, ti senti quasi il naso contro il tuo mentre uno dietro in qualche modo ti spinge, ti fanno diventare quasi un sandwitch poi un attimo e ti portano via o la borsa o sei tu a dargliela perché ti minacciano. Anna Paola ha subito tre rapine, in tre anni. «Giusto uno all’anno» dice. Mi racconta la sua esperienza anche la signora Natalia, settant’anni, pensionata con un passato da ostetrica al punto che mi dice: «Secondo me ho fatto persino nascere qualcuno di questi fetenti che mi ha scippata». Assidua frequentatrice di bus e metropolitana perché ha tre figlie in tre diverse zone di Napoli e le va a trovare spesso: «Una volta mentre mi tiravano la borsa ho fatto resistenza e mi hanno sputato in faccia. È stato più terribile di uno schiaffo. Ho smesso di denunciare tanto è solo un modo per perdere metà mattinata». Non solo la parte maggiore delle persone che incontro non denunciano ma si è così abituati alla rapina che quasi la considerano un effetto collaterale fisiologico al vivere a Napoli e soprattutto per chi non viaggia in auto.
Non sembra esserci resistenza alcuna alle volontà dei piccoli rapinatori e dei giovanissimi scippatori. Si spera solo che facciano presto, senza far male o ammazzare: «Io preferisco che mi freghino senza che me ne accorgo. Se no magari reagisco e questi mi riempiono di mazzate», dice Aniello 78 anni ex operaio dell’Ilva di Bagnoli. Si subisce perché tanto nulla sembra possibile.
I falchi sono il vero terrore delle bande di ragazzini. Appena arrivano in piazza Amedeo i tre lanciano occhiate a destra e sinistra. Hanno paura non per quello che intendono fare ma perché con grande probabilità uno di loro almeno è già noto ai falchi della zona. E i falchi non hanno bisogno di vederti in flagranza di reato per intervenire. Se la faccia è nota arrivano, mazzeano, picchiano forte, ma così forte che difficilmente ti andrebbe di finire nuovamente tra le loro mani.
I falchi del resto sembrano darsi arie da commissario Gilardi, il celebre personaggio interpretato da Thomas Milian nei suoi film-cult degli anni ’80. Ostentano le palette, sguardi feroci, non chiedono documenti, sembrano sapere già tutto, non vanno in giro col casco anche se nelle foto sui giornali — guarda caso — compaiono sempre cascomuniti. I falchi sono i centauri partenopei, i bravi del don Rodrigo-Stato, la Legge, con la «l» maiuscola come una sorta di materializzazione di carne, muscoli e pancetta della giurisprudenza. Su di loro le leggende nei vicoli si sprecano. Una volta nei pressi della stazione dei ragazzi fuori al bar Mexico mi raccontarono la loro versione: «Quelli quando li arruolano gli mettono le placche d’acciaio in testa» così possono viaggiare senza casco.
C’è una sorta di intimità tra falchi e piccoli criminali. Un intimità che prescinde dai ruoli. Si chiamano per soprannomi anche i falchi, come i camorristi, ne hanno di divertenti come per esempio il celebre Hulk, falco degli anni ’80 o il famoso Pino Daniele, falco sosia del cantante, si rincorrono con i microcriminali nell’annosa dialettica guardia e ladri da sempre. I falchi saltano le mediazioni. Un ragazzino sospetto è allontanato a scapaccioni e pedate. Ai falchi si deve l’unico argine alla diffusione capillare della microcriminalità. Ed emerge dai documenti della Questura che oltre il 90 per cento della refurtiva recuperata viene raccolta dai falchi pochi minuti dopo il furto o la rapina. Ai falchi, ai loro presidi perenni si deve ogni successo contro il microcrimine. Nel breve termine sicuramente i vantaggi di una pratica del genere sono esponenziali poiché superano le mediazioni burocratiche, praticano strade ibride costellate di informatori, atteggiamenti paternalistici, prassi che potrebbero sottrarre i tempi di vantaggio per le attività criminali ma che sul lungo termine perpetuano all’infinito uno stato d’emergenza che continuamente abbisogna di ricorrere ad argini momentanei e mai a soluzioni. Sul lungo termine non si ha in queste zone una reale mutazione delle dinamiche, anzi spesso tra falchi e microcriminali sembra svolgersi una battaglia tra due club metropolitani che devono spartirsi il territorio con ugual metodo. Presidiare Napoli è divenuta una prassi da squadre militari, da bande istituzionali, è possibile che questo sia l’unico reale freno al crimine di strada, ma si dovrà avere la necessaria consapevolezza che ciò innescherà risposte che alcune parti della città daranno rivoltandosi come parte di una scacchiera dove ognuno esiste solo in contrasto all’altro. Un laboratorio che sarebbe piaciuto al politologo Carl Schmitt ma che fa dell’episodio di piazza Ottocalli (dove le donne si rivoltarono contro la polizia per difendere due scippatori) non un caso di abitudine all’illegalità o di meccanica difesa del delinquente, ma un elemento del disastro, conservato e preservato da una situazione che non vuole e non può emanciparsi dall’emergenza. I quartieri sanno della prassi dei falchi. Sanno ed incamerano, sussumono, e quando appena circola voce che un giovane è stato aggredito, non c’è ipotesi di dubbio. Troppe volte in queste zone si è visto come agiscono e quindi c’è la reazione, selvaggia, come una partita le cui regole si devono svolgere in un preciso modo, perché se da una parte v’è l’efferatezza della rapina, del furto, dall’altra v’è la risposta eguale e contraria. Ma la terza legge della dinamica non ha mai visto risultante la giustizia, né invero concede scorciatoie alla soluzione delle questioni sociali più gravi.
I tre ragazzini che stavo seguendo si perdono infilandosi nei vicoli di via Toledo. Proseguendo arrivo a piazza Dante, sui bus che vanno a Secondigliano, si stipano la parte maggiore dei tossici del centro di Napoli. L’eroina qui a Napoli è la più economica d’Europa, ma questa è un’altra storia.
di Roberto Saviano
06 August 2005
