Corriere della Sera Magazine
26 October 2006
26 October 2006
Vita blindata di uno scrittore nel mirino della camorra
Il caso Saviano. Sotto scorta a causa di un romanzo
Ho conosciuto Roberto Saviano lo scorso Natale a Napoli, una notte davanti al Madre, il museo d’arte contemporanea. Me lo presentò Antonio Franchini, direttore della narrativa Mondadori, e mi disse che era un talento vero, uno scrittore potente e che stava lavorando a un libro sulla camorra, una cosa mai vista. Allora guardai Saviano. Un ragazzo magro, con un sorriso timido, un po’ di barba, quasi niente capelli, come tanti ragazzi di oggi. Un giubbotto, i jeans. Due occhi grandissimi, spalanca ti. Ci siamo stret ti la mano, gli ho detto che sentivo parlare molto bene di lui e del suo libro sulla camorra, che ero curioso. E lui lì per lì cominciò a raccontare, che credo sia la cosa che gli viene più natura le, una storia formidabile. Non c’entrava niente con la camorra ma molto con il mito, la leggenda di Napoli. IL RACCONTO DEL FEMMINIELLODi quella storia non ho scordato una parola. Saviano mi raccontò che aveva rintracciato dopo lunghe ricerche l’ultimo femminiello napoletano del periodo eroico, del periodo della guerra e degli americani, del periodo di Napoli milionaria e della Pelle di Malaparte. L’ultimo rappresentante di qualcosa di favoloso che non è possibile riassumere nelle parole che si usano di solito: gay, omosessuale, recchione, checca, frocio e via peggiorando… Il femminiello è una figura un po’ sacra, una divinità sessuale. L’ultimo femminiello ancora vivo, mi raccontò Saviano, era una vecchia signora («ma tutta per bene, in ordine, curata, con i capelli raccolti, immaginati una bella nonna!») che abitava in un basso lì vicino («ma un basso pulito, ordinato, con la poltrona dove sta seduta lei, una bambola»). Una vecchietta pronta, se uno glielo chiedeva, a raccontare la sua vita. Senza saltare un passaggio, senza censure. Saviano gliel’aveva chiesto e lei aveva raccontato. Tutto. L’ultimo femminiello quando era giovane e bello aveva svolto un compito di pubblica utilità, di ordine pubblico a essere precisi, nella Napoli presidiata dalle truppe americane. Accadeva questo. C’erano i soldati americani consegnati nelle navi ormeggiate al porto che non vedevano l’ora di scendere a terra per andare a fare l’amore con le prostitute locali. Ma le prostitute erano terrorizzate, quei soldati avevano una tale voglia repressa che facevano male con la furia del loro desiderio. Allora fu deciso di trovare una soluzione per alleviare il compito alle signorine. L’ultimo femminiello lo svolgeva con altri suoi amici. Una lancia li portava a bordo della nave americana. Qui la pattuglia di femminielli faceva sfogare un po’ i soldati in modo che scesi a terra si comportassero in maniera più urbana con le signorine («se no le sfondavano, guarda, quelle ragazze»). Questo fu il racconto del Natale napoletano 2005 che mi regalò Roberto Saviano, ed era nello stesso tempo un racconto feroce e delicato. Mi bastò per capire che quel ragazzo era capace di raccontare tutto e non si fermava davanti a niente. Non faceva sconti, non surrogava, raccontava il mondo per quello che è. Così ha fatto in Gomorra, l’ormai famoso libro sulla camorra di cui già si parlava nel giro editoriale prima ancora che fosse pubblicato. Ora Gomorra ha indispettito la camorra. Ci sono state minacce pubblicate da un giornale in un articolo non firmato, ci sono stati messaggi strani. Il ministro Amato e il prefetto di Napoli hanno valutato che era il caso di proteggere lo scrittore. Saviano è sotto scorta. Ha lasciato la casa ai Quartieri Spagnoli dove ha scritto il libro e alla quale è affezionato. Agli amici racconta la sua strana situazione: «Fossi stato un magistrato, un poliziotto, un politico, un supertestimone avrei potuto mettere in conto un fatto del genere. Ma io sono uno scrittore. La mia vicina di casa ai Quartieri Spagnoli, poveretta, si è messa paura e le ho detto di non preoccuparsi perché me ne andavo via».
FILOLOGIA DEL PUSHER
In Gomorra Saviano narra come la malavita nonsiaunacosa aliena ma sia intimamente mischiata con la vita d’ogni giorno. Con gli affari. Ha scritto: «Il made in Italy si costruisce qui. Caivano, Sant’Antimo, Arzano, e via tutta la Las Vegas campana. “Il volto dell’Italia nel mondo” ha i lineamenti di stoffa adagiati sul cranio nudo della provincia napoletana. Le griffe non si fidano a mandare tutto a est, ad appaltare in Oriente. Le fabbriche si ammonticchiano nei sottoscala, al piano terra delle villette a schiera… Si lavora cucendo, tagliando pelle, assemblando scarpe. In fila. La schiena del collega davanti agli occhi e la propria dinanzi agli occhi di chi ti è dietro». Sembra Mastronardi, sembra Il calzolaio di Vigevano. Saviano fa letteratura.Di questo nonsi dà pace conversando con gli amici, gli altri scrittori con i quali collabora a Nuovi Argomenti, la rivista fondata da Moravia. «Quello che ho scritto si sapeva, è nelle carte processuali, nelle intercettazioni. Eppure finora non importava a nessuno. Poi esce Gomorra e ciò che racconto colpisce, entra nello stomaco della gente. Dei ragazzini che abitano nei luoghi che ho raccontato sono andati alla Feltrinelli per comprare una copia del libro, non l’hanno trovato, ma non si sono persi d’animo e sono venuti a cercarmi nei Quartieri Spagnoli per saperne di più sul postodove vivono, sullagente che li circonda. E dei pusher, degli spacciatori mi hanno fatto sapere che un episodio che racconto e al quale ho assistito di persona conteneva delle imprecisioni.Ma come,un pusher si preoccupa di quello che scrivo?». Le pagine che hanno fatto scattare lo scrupolo filologico degli spacciatori sono tra le più belle e terribili di Gomorra. Raccontano dei Visitors, così sono chiamati gli eroinomani, la feccia dei tossici, i disperati non ancora passati alla cocaina e ad altre droghe più moderne. I Visitors sono usati come cavie dai pusher per vedere se la roba è stata tagliata bene. Saviano narra di una di queste cavie che, presa la droga, comincia a stare male. Il tizio che gliel’ha data, uno vestito benissimo con un completo bianco, «scarpe sportive nuovissime», gli fa una specie di massaggio cardiaco ma senza toccarlo, pestando sul petto con lo stivaletto, insomma prendendolo a calci. Ma il ragazzo sembra proprio morto e il tizio elegante, dopo aver parlato con qualcuno al telefonino («È morto, dobbiamo fare tutto più leggero…»), se ne va lasciando il morto lì per terra. E allora, davanti agli occhi di Saviano, succede una cosa mai vista. La fidanzata della cavia, che è lì presente, si avvicina piagnucolando al cadavere. «Non riuscii a capire perché la ragazza lo fece, ma si calò il pantalone della tuta e accovacciandosi proprio sul viso del ragazzo gli pisciò in faccia… Dopo un po’ il ragazzo sembrò riprendere i sensi, si passò una mano sul naso e la bocca, come quando ci si toglie l’acqua dal viso dopo essere usciti dal mare. Questo Lazzaro di Miano resuscitato da chissà quali sostanze contenute nell’urina lentamente si alzò. Giuro che se non fossi stato stordito dalla situazione, avrei gridato al miracolo». Questo è lo stile di Gomorra, questi i fatti che racconta e li racconta con la stessa voce con cui sotto Natale Saviano mi raccontò la storia dell’ultimo femminiello. «Ma sono storie risapute, che avvengono ogni giorno, come mai solo ora, dopo anni di distrazione, sembrano di colpo interessare tutti?», chiede Saviano agli amici. E poi si dà la risposta, camminando avanti e indietro incessantemente come fa sempre quando c’è qualcosa che non capisce e che vuole capire: «Vuol dire che ha funzionato l’unica arma che finora non era stata usata contro la camorra, quell’arma innocua, spuntata che è la letteratura. Incredibile». Saviano è uno scrittore vero. Lo capì subito Elena Janacek, scout editoriale, quando lesse le sue prime prove sui blog. Lo capì Antonio Franchini quando Saviano ventenne gli scriveva lettere infiammate sulla scrittura e sugli scrittori, su com’è il mondo e come deve essere narrato. Lo capì Edoardo Brugnatelli quando lesse le prime pagine di Gomorra che voleva pubblicare nella collana da lui diretta per Mondadori, Strade Blu. Saviano lo dice sottovoce perché non vuole essere frainteso ma lui non è Giancarlo Siani, il cronista precario, abusivo del Mattino che fu ucciso dalla camorra perché dava fastidio. «No, Roberto è diverso da Giancarlo. La sua incredibile descrizione del porto di Napoli che apre Gomorra non è un reportage ma letteratura come quella di Zola quando narrava i mercati di Parigi, come quella di Norman Mailer quando descriveva i macelli di Chicago». Alla storia di Siani, Franchini ha dedicato un libro (L’abusivo), sa di cosa sta parlando. [Inserto pubblicitario nella prima pagina di la Repubblica del 27 ottobre 2006]
IL PIPERNO DELLA CAMORRA
Può uno scrittore vero far paura più dei magistra ti, più dei polizi otti, più dei carabi nieri’ ? A quanto pare può. I magistrati che seguono le inchie ste di camorra spesso hanno nella borsa una copia di Gomorra. Se uno gli chiede: come mai? Ma non sono cose che sapevate già? Loro rispondono che non le sapevano come le racconta Saviano, non erano riusciti ad avere il suo sguardo d’assieme, la sua narrazione a tutto tondo. E sfogliano e rileggono le pagine dei soprannomi o contronomi dei camorristi di cui Saviano ha fatto uno sterminato catalogo: Paolo Di Lauro detto Ciruzzo ’o milionario (perché una sera si presentò al tavolo da poker lasciando cadere dalle tasche decine di biglietti da centomila lire), Carmine Alfieri detto ’o ’ntufato, l’arrabbiato («per il ghigno di insoddisfazione e rabbia sempre presente sul suo viso»), Nicola Luongo, detto ’o wrangler (perché fissato con i fuoristrada Wrangler), Francesco Savione detto Sandokan (per la sua somiglianza con Kabir Bedi), Luigi Giuliano, detto Lovigino («contronome ispirato dalle sue amanti americane che nell’intimità gli sussurravano “I love Luigino”»). E così via contronome dopo contronome. Saviano ha scritto l’epica della camorra, ha fatto vedere che è viva, che è vicina a noi, che è di questo mondo. Che non è un fantasma, che ha in mano il tessile, che compra alle aste quadri di Botticelli, che è un potere forte ma forte davvero. «Per anni in Italia ci si è dimenticati di scrivere quello che accade in regioni come la Campania, la Calabria, la Lucania, una grande fetta d’Italia in mano quasi tutta alla malavita. So delle storie di ’ndrangheta che a confronto quelle di camorra e di mafia fanno ridere. Roba da scrivere un capolavoro». Parla sempre da scrittore Roberto Saviano. Dice: «Alessandro Piperno e io siamo molto più simili e vicini di quanto si pensi. Ci hanno scritto come opposti, invece per strade diverse vogliamo raccontare la stessa cosa, la realtà in cui viviamo». Solo che Saviano non è nato a Roma, ma a Casal di Principe: «Corleone, in confronto a Casal di Principe, è una città progettata da Walt Disney… Un territorio con meno di centomila abitanti, ma con milleduecento condannati per il 416 bis, il reato di associazione mafiosa». Lui ha vissuto l’adolescenza a Casal di Principe dove regna il clan dei Casalesi. E l’ha raccontato come Piperno in Con le peggiori intenzioni ha raccontato la sua adolescenza ai Parioli. Saviano ha raccontato di quella volta che suo padre, un medico, gli insegnò a sparare perché da quelle parti è meglio saperlo fare. È un’altra pagina bella e terribile di Gomorra. Ecco il dialogo che si svolse, il catechismo come lo chiama lo scrittore. PADRE DI SAVIANO: «Robbe’, cos’è un uomo senza laurea e con la pistola?». SAVIANO: «Uno stronzo con la pistola». PADRE: «Bravo. Cos’è un uomo con la laurea senza pistola?». SAVIANO: «Uno stronzo con la laurea». PADRE: «Bravo. Cos’è un uomo con la laurea e con la pistola?». SAVIANO: «Un uomo, papà!». PADRE: «Bravo, Robertino!».
LA SERA DELL’INVETTIVA
A Casal di Principe Saviano è tornato il 23 settembre, il giorno dopo il suo ventisettesimo compleanno. In piazza con il presidente della Camera Bertinotti ha parlato di Gomorra e ha pronunciato un’invettiva contro i boss locali chiamandoli per nome e invitandoli ad andare via. Poi un giornale di lì ha pubblicato un articolo in cui si diceva che la scena non era stata gradita con tono assai sgradevole. Roberto Saviano è fatto cosi. Lui non ha dimenticato quando Don Peppino Diana, prete che lottava contro la camorra, fu ucciso con cinque colpi mentre si apprestava a celebrare la prima messa. «Sono nato in terra di camorra, nel luogo con più morti ammazzati d’Europa, nel territorio dove la ferocia è annodata agli affari, dove niente ha valore se non genera potere. Dove tutto ha il sapore di una battaglia finale». Uno scrittore deve scrivere dei posti che conosce, dove è nato e ha vissuto. Hemingway visse l’infanzia nel Michigan e la raccontò nelle sue storie più belle, avventure di pesca, di caccia. Joyce nacque a Dublino e narrò i dublinesi nei suoi capolavori. A Saviano è capitato di vivere a Casal di Principe, paese al cui confronto Corleone è roba da Disney, cosa doveva fare? Certo a Hollywood è più facile. Quando Puzo scrisse Il Padrino, che poi ispirò la spettacolare saga cinematografica, quelli di Cosa Nostra si divertirono come pazzi, finalmente qualcuno li elevava al rango di eroi letterari e cinematografici. Così ragiona la gente di mondo. Ma la camorra non ragiona così. Eppure grazie a Gomorra rischia di passare alla storia. Ha scritto Goffredo Fofi, grande fan del libro e di Saviano: «Un’inchiesta-romanzo, un romanzo-collage vasto e robusto. Il capitolo sulla guerra di Secondigliano vale da solo dieci libri ed è destinato alle antologie del futuro». Saviano lo studieranno a scuola, è assai probabile. Ma intanto adesso gira circondato dalla scorta in una città che deve restare segreta e si chiede come sia finito in questa vicenda assurda: «Io ho scritto solo un romanzo su cose già note». A volte accadono queste cose agli scrittori, è accaduto a Salman Rushdie, è accaduto a Orhan Pamuk che in cambio ha avuto almeno il Nobel. Non è certo un motivo di consolazione sapere che ci sono stati altri scrittori a cui qualcuno l’ha giurata per le cose che hanno scritto. Saviano in questi giorni, mentre il suo caso è finito sulle prime pagine della stampa italiana e internazionale e lo invitano a Matrix o da Fazio (ma non ci va), prova un senso di vuoto, come confida ai pochi amici con i quali scambia via mail qualche parola. E ripensa alla serata a Casal di Principe quando ha spiegato a viso aperto ai ragazzi di lì che cosa è la camorra. Immagino con la stessa innocenza, con la stessa determinazione con cui mi ha raccontato davanti al Madre la storia off limits, hard core, dell’ultimo femminiello, senza tacere nulla di quello che succedeva sulle navi americane in rada. Come deve fare uno scrittore vero.
Antonio Orrico, Magazine Corriere della Sera
26 October 2006
