"…la experiencia del narrador es respaldada por reconstrucciones escrupolosas y datos cuyas fuentes son puntualmente citadas (…)" El Pais, 12 Nov 06  
Liberazione
13 April 2008  

«Io nel Sistema ci sono stato Poi ho letto Alda Merini»

di Maurizio Braucci

Fin da ragazzino sta nel clan dei Licciardi. Poi a Poggioreale gli si accende una luce. Viaggia e cerca. Finché arriva a Milano a casa della poeta...



A 16 anni è già una promessa del crimine organizzato, fa carriera nel clan ma, via via, qualcosa in lui si inceppa, quel mondo di cui fa parte non sa rispondere alle domande che gli sorgono dentro. Autonomamente, inizia un percorso di allontanamento dalla camorra, oggi, sposato e con tre figli, vive lontano da Napoli, lavora onestamente, ha rinunciato ai soldi facili, ma i suoi conflitti tra passato e presente sono ancora aperti. La vita che la società offre ad un operaio come lui, non è meno dura di quella che conduceva prima. Accetta di lasciarsi intervistare perché, dice, parlare della camorra è una cosa scomoda che però, chi la conosce, ha il dovere di fare. Ecco alcuni estratti dell’intervista. Perché uno sceglie di affiliarsi? Io oggi ho 34 anni e a volte mi faccio delle domande: mi chiedo come ho fatto ad entrare in un certo ambiente. Allora mi rispondo che la prima cosa è stata la vita facile. Perché è semplice, tu ti metti in un posto e guadagni quello che guadagni e vedi i soldi e quando vedi i soldi, automaticamente tu dici: cazzo, conviene! Poi dopo c’è un altro elemento. C’è il compiacimento del crimine, e questo mi fa paura. Io vedo uno che fa cagare sotto un altro e penso: ha fatto bene, gli ha schiacciato la testa! E’ un compiacimento del crimine, no? Oppure guardo il film Il capo dei capi, lo guardo per studiare la cosa. Ci sono bambini che osservano con attenzione il personaggio debole della storia, che si scelgono un ruolo nel film e tutti vogliono fare il capo. Accade lo stesso quando vedi dei personaggi nel tuo quotidiano, ossia la gente del Sistema. Secondo me il compiacimento del crimine nasce anche da una cattiva maestra che è la tv che fa delle cose che non dovrebbe fare. Questo compiacimento lo provi anche se sei uno che va a lavorare, magari hai l’amico malavitoso e, quando lo saluti, il terzo bacio glielo dai sulle labbra, perché quello è il compagno tuo. Così, anche se sei un bravo ragazzo, quando vai da qualche parte sai come ti devi comportare, perché hai l’esempio del tuo amico. Ecco che nasce una cultura, una mentalità. Ma si può scegliere di starne fuori, no? La camorra ci ha mostrato che è una talpa che scava nel sottosuolo. Adesso, per esempio, i camorristi usano persone che non capiscono un tubo, li fanno sparare per evitarsi loro il reato, perché oggi se uccidi qualcuno ti fai l’ergastolo, ti prendi 30 anni ed è finita! Questo li preoccupa, uno già fa una vita di merda e se deve farsi pure la galera diventa un po’ complicato. Così mandano avanti gente incosciente, persone che vogliono commettere il reato per sentirsi pure loro ad un certo livello. Qui, dopo l’ultima faida di camorra è nato un altro atteggiamento: c’è stata una guerra e tu non l’hai fatta o perché stavi in galera o perché non l’hai voluta fare, mentre quello là l’ha fatta. Si nota la differenza di livello tra voi due, e se tu vuoi starci dentro devi fare qualcosa per dimostrare che non vali meno di lui. Lui lo sa e magari ti manda in una casa a picchiare qualcuno, davanti ai suoi bambini, e tu lo fai perché devi dimostrare che stai allo stesso livello. Se non sei violento, non puoi stare in mezzo, nella strada. Io oggi sto ancora lottando, c’è un combattimento fra la vecchia persona e la nuova persona, ancora vengono fuori dei residui del passato, perché non è semplice uscire dalla violenza. Comunque, una volta che sei nel Sistema, ti ritrovi in un meccanismo che se manchi tu non gira più. Sai che devi morire e allora dici: facciamolo girare fin quando va. Il meccanismo è fatto di 10 ingranaggi che ruotano uno sull’altro per funzionare. Tu sai che se ti ritiri, gli ingranaggi non girano più, che allora diventi scomodo e che ti ammazzano. Allora sei obbligato a girare. Tu come ti sei ritrovato in questo meccanismo? Io quando avevo 13 anni incassavo un milione al giorno e avevo un sacco di ragazzi intorno. Ero l’unico ragazzino del quartiere che vendeva l’eroina marrone, la brown, facevo tutto da solo, la camorra mi dava la roba e io mi gestivo la piazza. Allora non esistevano i pali, non ce n’era bisogno, il poliziotto veniva, io gli davo 100 mila lire e quello girava al largo per tutta la giornata. A mezzanotte chiudevo i conti: i soldi al Sistema, i soldi a me, e poi pagavo la mia gente. Io sono cresciuto troppo in fretta, frequentavo persone più grandi di me che mi vedevano come uno promettente.

Antonio Meola ha una storia dura alle spalle.Nato nella periferia nord di Napoli, da piccolo dirige già una piazza di spaccio, poi dopo poco entra a far parte del clan camorristico dei Licciardi.

C’erano degli adulti che mi portavano al mare con loro, adesso stanno tutti tre metri sotto terra. Una volta abbiamo avuto la polizia addosso, loro mi hanno dato le tre pistole che avevano e io sono fuggito con le mani piene di pistole per non farli arrestare dalla polizia. Adesso è diverso, oggi i poliziotti perquisiscono prima i bambini e poi i grandi, ma allora no. Io sono entrato cosi nel Sistema, e mi sono trovato subito bene, perché loro hanno una tecnica: ti promettono, ti fanno vedere delle cose e poi ti dicono che un giorno le avrai pure tu. Per me, quegli adulti erano le persone più importanti e quello che facevano era buono e così si doveva fare. Ricordo che un giorno uccisero uno che si chiamava Gennaro il Marsigliese, che era il nostro idolo. Io ed un mio amico guardavamo la sua bara e piangevamo, andavamo ogni domenica al cimitero per portargli dei fiori. Noi vivevamo là, vivevamo l’attimo presente, senza pensare a quello che sarebbe potuto succedere. A 16 anni andai in galera, mi portarono al tribunale minorile e lì conobbi un ragazzo, sia io che lui ci facemmo solo tre giorni di carcere e poi ci rilasciarono. A lui avevano ucciso il padre e, appena fuori, dovette sparire dalla circolazione perché girava troppo la voce che lui voleva vendicare suo padre. A 17 anni mi fecero un agguato, stavamo col boss, io ero il più piccolo, scappammo ma i killer ci rincorsero e presero me. Io ho le gambe ancora bucate... Mi spararono ma il nostro capo riuscì a fuggire, allora lui mi diede 500mila lire come ricompensa. Io stavo con il clan dei Licciardi, poi dopo cominciai a fare un po’ di alti e bassi, ogni tanto mi fermavo, mi toglievo di mezzo e poi tornavo. I più piccoli mi vedevano come un mito e alcuni di loro me li porto sulla coscienza perché oggi fanno parte del Sistema. Avevo i soldi, la pistola e di notte sognavo di sparare io a qualcuno, adesso è peggio, adesso vedi i bambini che subito imparano a sparare. Comunque, mesi dopo l’agguato, venimmo inseguiti dalla polizia, le guardie ci aspettavano ma io riuscii a sfuggirgli pure se avevo ancora la gamba ingessata. Mi nascosi in una macchina abbandonata, ma nella fuga persi una stampella, da questa traccia i poliziotti riuscirono ad identificarmi e mi arrestarono il giorno dopo, avevo 18 anni e 1 giorno. Mi portarono a Poggioreale, ma non mi misero dove stavano i miei, mi portarono al padiglione Avellino tra quelli del clan dei Sarno, la gente di Ponticelli, insomma si sbagliarono. Io, là, subito litigai con i Sarno, con un loro cugino che stava nella stanza con me, perché io, una volta che stavamo per mangiare, ero già andato andato a lavarmi le mani - in carcere c’è una gerarchia e delle regole che devi rispettare assolutamente - ma questo dei Sarno mi disse di lavarmi le mani. Io risposi che le mani me le ero ho già lavate, ma lui non mi credette, avemmo una discussione e finì male. Mi dovettero mantenere perché lo stavo per picchiare, allora non me ne fregava niente di mettermi contro chiunque, ma lì stavo in mezzo a tutta la sua famiglia e per me diventò pericoloso. Per fortuna, al piano di sopra, c’era Gennaro o’ curte, che era il cane di Gennarino la Scimmia, il capo dei Licciardi, fu lui a intercedere per me con i Sarno e la cosa si risolse. In mezzo a questi gruppi c’era una persona che mi impressionò parecchio, un ragazzo che aveva un rapporto forte con la Bibbia, con la preghiera. Io lo osservavo sempre quando lo vedevo giù al passeggio, quando andavo a messa per incontrare i miei compagni. La serietà che emanava mi colpì molto, perché poi la serietà della gente di Sistema è un’altra cosa che te li rende affascinanti, ma la sua era una serietà diversa, ancora più forte, perché si vedeva che stava costruendo qualcosa. Io intanto avevo già un rapporto con la scrittura, scrivevo i miei pensieri, ma una volta mi ricopiai tre pagine dell’Antico Testamento in cui si diceva «Temo per il mio paese quando penso che Dio è giusto». Immaginai che quel paese potessi essere io e che se Dio era giusto allora io di fronte ad un giusto dovevo cercare di stare come meglio potevo. Così, anche quando sono uscito dal carcere, pure se ho continuato la vita che facevo, ho iniziato ad ascoltare informazioni diverse, nella mia coscienza si accese una luce, mi interessavano cose che prima non mi passavano nemmeno per la testa. Continuavo ancora nella malavita, una volta mi mandarono a sparare ad uno ma quando andai quello non c’era, e per fortuna!, perché subito dopo la sua posizione col Sistema migliorò, si chiarì. Così, pian piano, io cominciai ad entrare in conflitto con la mia famiglia, con i miei compagni, non ne volevo sapere più niente, e alla fine me ne andai di casa, scappai da Napoli. Viaggiavo e cercavo, incontravo delle persone, dei preti, dei riferimenti diversi. Poi una volta lessi delle poesie di Alda Merini, la volli conoscere, andai a Milano, sui Navigli che non sapevo nemmeno che cos’erano. Lì c’era una libreria e, chiedendo, mi spiegarono che lei abitava proprio lì vicino, mi fermai davanti al cancello di casa sua, in fondo vedevo una sedia a dondolo, ma lei non c’era. Poi un passante mi disse che lei non stava bene ed io andai all’ospedale dove era ricoverata, parlai con la figlia, Barbara, io portavo un cappello che avevo comprato proprio là fuori. Alla fine la conobbi, per colpa di questo cappello lei mi scambiò per uno psichiatra, ma poi mi presentai, le raccontai la mia storia e lei mi disse «Ah beato lei! Beato lei!». Io al momento non capivo perché me lo diceva, solo dopo me lo sono spiegato: lei aveva avuto gli elettroshock, era stata ricoverata nei manicomi, dove le cagavano e pisciavano addosso.

I politici usano un linguaggio sbagliato. Prendi Veltroni, che ha detto “Li annienteremo”. Tu devi spiegare come la vuoi vincere la camorra, devi sapere che le cose serie si costruiscono col tempo

Lei voleva dire «Beato te che non hai passato niente, che stai bene. A me mi hanno schiacciato il cervello, mi hanno fatto male nel profondo». I poeti sono quelli che svelano il segreto delle cose, su questo non si deve indagare troppo, perché i poeti sono poeti e basta. Che ne pensi di Roberto Saviano? Saviano è odiato dai camorristi, gli hanno dato la condanna perché per loro è come un pentito, uno che parla. Se io gli potessi dire una cosa, gli direi: tu ormai la botta pesante l’hai data, adesso taci un poco, statti zitto in modo che te li levi un poco di dosso. Alcuni di loro, leggendo il loro nome nel libro di Saviano, si sono sentiti anche più grandi di quello che sono, ma lui i veri problemi ce li ha con quelli di Casale di Principe, e secondo me, hanno anche qualche questione personale. Saviano ha detto la verità perché sa che la camorra è una merda, c’è gente del Sistema, gente che comanda, che lo apprezza per questo. Secondo te, la lotta alla camorra deve iniziare dalla politica? I politici usano un linguaggio sbagliato con la camorra. Prendi Veltroni, che cosa ha detto l’altra volta? «Li annienteremo! ». Sì, lo ha detto per fare politica però è sbagliato perché così dice: facciamo la guerra. Queste sono parole che ha usato Bush quando ha attaccato l’Iraq e Saddam Hussein e Bin Laden. Li annienteremo! Non è proprio il periodo di usare questa parola, vediamo invece di evitarla la guerra, di rapportarci diversamente, queste sono le stesse parole che usano i camorristi quando dicono: io a quello gli tolgo la testa. Tanto loro non ci credono alle parole di Veltroni, perché una frase così significa che a quelli tu gli devi sparare, come fanno loro con i nemici. Bisogna dire le stesse cose ma in un modo diverso, bisogna superare questa cultura del potere, della violenza. Se dici questo, sei una persona irresponsabile, c’è tutta l’Italia che ti sta ascoltando. Tu invece devi spiegare come la vuoi vincere la camorra, devi sapere che le cose buone, serie, si costruiscono col tempo, tra mille rallentamenti, devi dire la verità, devi mostrare che sei pacifico se vuoi vincere davvero le culture della violenza.



13 April 2008

home