03 April 2008
Le donne non ci stanno più e la Famiglia trema
di Maria Rosa Cutrufelli
Mogli sorelle e figlie guadagnano competenza e ruoli più “professionali” nella criminalità organizzata. Ma soprattutto disobbediscono ai boss
Perché ha avallato stereotipi privi di fondamento. E perché questi stereotipi hanno alimentato un “paternalismo giudiziario” che per le mafie è stato un vero e proprio regalo. Quanti (e quante) ricordano quella sentenza del Tribunale di Palermo che, nel 1983, rigettò la richiesta di misura di prevenzione nei confronti della moglie di un mafioso? Francesca Citarda, moglie di Giovanni Bontate, fu giudicata non punibile perché le donne siciliane, si sa, sono subalterne e sottomesse al loro uomo. E quindi non sono “capaci” di scegliere. A differenza delle donne del Nord. Quelle sì “libere”, si affermava nella sentenza, di scegliere il terrorismo. E quanti (o quante) ricordano che lo stesso procuratore Luigi Vigna, in un carteggio pubblico con Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, nel 1996 scrisse: «la mafia che io conosco è un’organizzazione dove le donne hanno soltanto un ruolo passivo e subordinato»… Un luogo comune, dissero allora in molte. Smentito proprio dalle inchieste giudiziarie. Ma la mafia, come scrive la giornalista inglese Clare Longrigg, «è una grande creatrice di miti, che ha conquistato l’immaginario popolare con un miscuglio di mitologia e terrore». E il mito dell’estraneità femminile agli affari di Cosa Nostra (o della camorra o della ‘ndrangheta) è uno dei più duri a morire. Ancora nel 1995 il magistrato napoletano Giuseppe Narducci confessava a Clare Longrigg: «C’è una difficoltà da parte dei magistrati - con le dovute eccezioni - nel comprendere quanto una donna possa svolgere certi ruoli… Ne parlo come di un problema culturale: nelle indagini di camorra è normale, una volta individuato il clan, indagare sugli elementi maschili. Ma alle donne si tende a guardare in modo diverso, tanto che molte volte restano fuori dalle indagini». In effetti il processo di emersione delle “donne di mafia” sulla scena pubblica comincia tardi, intorno al 1980. Si tratta di figure femminili per lo più coinvolte in attività di fiancheggiamento, di supporto o di “supplenza” (del marito o di un qualche altro uomo della famiglia, finito in carcere oppure latitante).
E’ già stato detto (da singole donne e da molte associazioni femminili), ma credo che oggi bisogna tornare a dirlo, dato che viviamo in tempi di memoria corta: un certo pregiudizio (patriarcale? maschilista?) verso le donne e la sottovalutazione del loro effettivo peso nelle relazioni sociali è stato spesso un ostacolo alla lotta contro la criminalità organizzata.
Sembra una conferma del cosiddetto ruolo “funzionale” tradizionalmente svolto dalle donne all’interno delle cosche. Le donne appaiono come una specie di manovalanza ausiliare, di riserva. Vengono utilizzate nei momenti di crisi e solo perché meno “sospettabili” dell’uomo o, in ogni caso, meno “punibili” (per via dello stereotipo che le vuole, appunto, “succubi”, incapaci di scegliere autonomamente e quindi senza responsabilità morali). Ma ben presto lo scenario si complica e le cronache giudiziarie si riempiono di donne che assumono sempre più di frequente compiti e ruoli dirigenziali. Anche l’esercizio della violenza pare che non sia più un tabù. Maria Filippa Messina, tanto per fare un nome, non si contenta di riscuotere tangenti per conto del marito in galera, ma assume il comando militare della cosca e progetta massacri contro le bande rivali (i giornali poi titolarono: “Quattro funerali e un matrimonio”). E’ vero che le donne ancora “sembrano” occupare un posto marginale (e meno esposto alla violenza fisica) nel mondo ipervirilizzato delle mafie, ma questo, secondo la sociologa Alessandra Dino, succede semplicemente perché così vengono presentate e rappresentate «sulla scena pubblica da chi detiene il potere di definire e rappresentare: mariti, padri, politici, giornalisti, poliziotti, giudici, tutti in prevalenza uomini». E quando nel 1990 Giacomina Filippello vuota il sacco per inchiodare i killer del suo amante, i giornali fanno un gran parlare delle donne di mafia che si stanno emancipando. Ma Longrigg si chiede: «E’ davvero cambiata la loro posizione all’interno dell’organizzazione o non è cambiato, piuttosto, il punto di vista dei magistrati inquirenti?». In ogni caso, per quanto possa sembrare incredibile, sta di fatto che solo da poco tempo a questa parte si è cominciato a riflettere sulla presenza e il ruolo effettivo delle donne all’interno delle varie mafie, nei vari contesti geo-politici. E’ del 2003 una ricerca molto importante su questo tema, condotta e pubblicata dall’Università di Palermo, che finalmente fa il punto sulla situazione a livello internazionale. Da questa ricerca risulta molto chiaro che l’intreccio indissolubile fra localismo/globalizzazione non ha cambiato solo il modo di operare delle organizzazioni criminali, ma ha mutato i rapporti gerarchici interni, introducendo tensioni e figure nuove. In particolare per quanto riguarda la mafia, la sociologa Alessandra Dino afferma che sta emergendo, a quel che sembra, «una nuova figura di donna, professionalizzata, con competenze specifiche, coinvolta anche in virtù di tali competenze, più organica e - al contempo - tradizionalmente radicata su vincoli familiari, secondo il mix vincente tradizione/innovazione che contraddistingue Cosa Nostra». E tuttavia è proprio sul versante della tradizione che il mito di Cosa Nostra oggi mostra qualche segno di cedimento. La forza della mafia è sempre stata quella di «far coincidere cultura, comunità, famiglia, individui ». Nel mondo mafioso, scriveva Leonardo Sciascia, «la famiglia è un valore ossessivo». I boss sono contrari al divorzio quanto il Papa. Ma poi succede che uno di loro, Francesco Marino Mannoia, non solo si penta ma addirittura divorzi per stare con la sua amante, Rita Simoncini. E succede che Nunzia Graziano non accetti di buon grado l’imposizione del fratello, che le manda a dire dal carcere che non può sposare chi vuole lei (i matrimoni devono essere combinati dai boss per garantire le cosche).
Padri in crisi anche nella ipervirilizzata realtà di mafia, camorra e ’ndrangheta. La rappresentazione pubblica non ne prende atto perché anch’essa è in mano a uomini
E succede che Margherita Petralia, moglie del presunto capomafia di Paceco, decida di ribellarsi ai maltrattamenti coniugali («io non sono che una cosa da prendere a pugni e calci») e si metta a collaborare con la magistratura. E ammontano ormai a qualche centinaio i familiari di capimafia in cura presso un gruppo di psicoterapeuti e psichiatri palermitani. «E’ crollato il mito del padre», spiega lo psicologo Girolamo Lo Verso, «mandando in frantumi la coesione familiare basata sulla sua onnipotenza». Insomma la vita in famiglia non sembra facile, di questi tempi, nemmeno per un boss.
03 April 2008
