13 April 2008
Altro che Napoli. Il loro Eldorado è il mondo
di Marco Nebiolo - Narcomafie
Dalla Costa del Sol alla Colombia, dall’Emilia Romagna all’Europa dell’Est, le rotte dello sviluppo camorrista
Ma è un dato di fatto che il palcoscenico della camorra ormai sia il mondo, solcato alla ricerca di opportunità economiche, meglio se in paesi indisponibili alla cooperazione giudiziaria con le autorità italiane. Come la Spagna, fino a pochi anni fa vero e proprio Eldorado dei camorristi per il mercato interno in espansione e il sistema giudiziario poco collaborativo in tema di estradizione. I boss arrestati tra Madrid, Barcellona, Costa del Sol sono stati numerosi nell’ultimo lustro. Anche se non è sempre stato facile far capire alle autorità iberiche che quei signori non erano rispettabili imprenditori, ma pericolosi latitanti. Il nostro Paese si è ben presto rivelato angusto per i piani di sviluppo dei camorristi. Sono stati loro i primi a capire, con i calabresi, che il mercato della coca, a differenza di quello dell’eroina, aveva enormi margini di espansione. E che conveniva prendere armi e bagagli - in questo caso letteralmente - e trasferirsi dall’altra parte dell’Oceano, in particolare in Bolivia e in Colombia, per trattare direttamente con i narcos. Il traffico di stupefacenti, finalizzato al mercato locale campano, ma anche a quello laziale, marchigiano e romagnolo, si è avvalso di basi in Olanda (in particolare per il mercato delle droghe sintetiche), ma anche in Brasile e in Portogallo. I camorristi, poi, sono stati tra i primi a capire, vent’anni fa, che la caduta del muro di Berlino apriva mercati redditizi in territori privi di cultura giuridica antimafia: Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Polonia, luoghi dove l’accento napoletano è ben conosciuto. E che la nuova frontiera sia l’estremo Oriente è risaputo da un pezzo. La Commissione antimafia ha denunciato l’internazionalizzazione della camorra dal 1993, producendo per la prima volta una relazione ad hoc sulla più antica organizzazione mafiosa italiana, fino a quel momento sottovalutata nonostante che i clan presenti sul territorio fossero allora già più di cento e 2.600 gli omicidi perpetrati in Campania tra il 1981 e il 1990.
Forse non tutti i camorristi scriverebbero all’ingresso della propria abitazione “The world is mine”, come fa Tony Montana-Al Pacino, in “Scarface” di Brian De Palma, film tanto caro ai boss campani.
Fu audito, tra gli altri, il pentito Pasquale Galasso, che descrisse i collegamenti esteri dei clan: parlò del gruppo Licciardi-Contini-Mallardo e delle sue ramificazioni in Germania, degli insediamenti in Romania del cartello di Carmine Alfieri, degli affari in Francia di Michele Zaza, della presenza dei Casalesi guidati da Bardellino in Spagna, Portogallo e Santo Domingo. Gli affari? I soliti: narcotraffico, contrabbando di tabacchi, traffico d’armi, riciclaggio. E già allora un rapporto della Criminalpol descriveva gli affari del clan La Torre tra Olanda e Scozia. Qui dodici anni dopo sarebbe stato arrestato Antonio La Torre, fratello del boss Augusto, proprietario di fiorenti attività, tra cui il noto (da quelle parti) ristorante Pavarotti’s. Oggi a livello di relazioni internazionali, secondo i dati in possesso di Dia, Ros e Dna, la camorra è seconda solo alla ’ndrangheta, con la quale, peraltro, ha stretto lucrose joint venture. Negli ultimi 15 anni la sua penetrazione al di là dei territori d’origine è andata avanti inesorabile e silenziosa: una lenta espansione partita nei decenni scorsi dall’Italia centrale e settentrionale.
Zone franche non ce ne sono più. L’espansione va avanti lenta e inesorabile da decenni. Ogni tanto qualcosa va storto, c’è la retata o la sparatoria, poi cala di nuovo il silenzio
E se in regioni come il Piemonte e la Lombardia la presenza camorrista risulta più defilata, stretta dall’egemonia delle cosche calabresi, bisogna guardare all’Emilia Romagna, fortunato mix di floridezza economica e buon governo, per comprendere l’essenza della strategia di infiltrazione dei clan. Là dove mai lo cercheresti, la fa da padrone il cartello dei Casalesi, tra i più potenti e temuti della magmatica galassia camorrista. Attraverso una mimetizzazione nell’economia legale, i boss casertani si aggiudicano appalti e subappalti, attraverso società controllate - direttamente o indirettamente - capaci di sbaragliare la concorrenza grazie alle loro pressoché inesauribili fonti di finanziamento illecito. Ogni tanto qualcosa va storto, e la natura criminale e violenta dell’organizzazione riprende il sopravvento sulla maschera di rispettabilità faticosamente indossata: come lo scorso maggio, quando tre uomini hanno ferito gravemente Giuseppe Pagano, imprenditore edile originario di Caserta, gambizzato in pieno giorno, di fronte ai suoi operai, all’interno del cantiere di una palazzina nei pressi di Modena. Poi cala il silenzio, e le tranquille province tra Bologna e Parma sembrano tornare quelle di sempre. Ma zone franche non ce ne sono più, è meglio rassegnarsi. Dall’Isola d’Elba al lago di Garda, dalla Liguria al Friuli. Il 13 febbraio l’operazione Naos, ha rivelato un vasto tentativo di infiltrazione in Umbria da parte di un sodalizio di Casalesi e di ’ndranghetisti del gruppo Morabito- Palamara-Bruzzaniti, che ha portato all’arresto di 57 persone in tutta Italia
13 April 2008
