13 April 2008
I casalesi sfidano Saviano. E gli intellettuali dove sono?
di Vittorio Giacopini
La lettera ai giudici di due imputati ha accusato l’autore di “Gomorra” di condizionare il loro processo
Ma meglio cominciare dai fatti nudi e crudi o dal principio. Quando a metà marzo due boss del clan dei casalesi, Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, hanno inviato ai giudici l’incredibile lettera in cui accusavano Roberto Saviano (e una giornalista e un giudice antimafia) di barare con le parole e condizionare il processo Spartacus e inquinarlo, poteva sembrare ancora una mossa tattica, più o meno. Sei in ballo e dato che devi ballare tanto vale provarle tutte, prender tempo. Niente di strano se non fosse per l’eco - grottesca - del vecchio detto di Marx sulle “armi della critica” che prima o poi dovrebbero cedere il passo alla “critica della armi” e buonanotte. Nel brano più paradossale e atrocemente affilato dell’epistola, i due boss indossano, all’improvviso, le auliche vesti del critico militante e sparano al bersaglio grosso, senza remore. Nessuna minaccia, spiegano, «è solo un invito rivolto al signor Saviano e ad altri come lui a fare bene il proprio lavoro». L’ennesima piccola storia ignobile inizia adesso, dopo questo suadente “invito” deontologico, dopo questa truculenta lezioncina. Iovine e Bidognetti potevano giocarsi pure la loro carta truccata, si capisce. Meno comprensibile è la mancata risposta dell’autentica parte in causa, il controcanto. La “voce” della camorra, la “parola” della camorra (di un potere) pretende di delegittimare d’ufficio la voce e le parole dell’Arte (Saviano, lo scrittore, diventa per loro un «prezzolato pseudogiornalista» che deve imparare a far bene il suo lavoro) e scrittori, critici, intellettuali e artisti reagiscono senza reagire, col silenzio. Tutta la vicenda si svolge interamente all’interno del gioco linguistico del potere: parlano i camorristi, risponde qualche politico, poi il nulla.
Un mese dopo, c’è ancora uno strano imbarazzo, reticenza, l’impressione – spiazzante – di un atto mancato per motivi poco limpidi o spregevoli.
Più che un atto mancato è un caso di diserzione (e di miopia). La nostra “società letteraria”, di norma così propensa a accorati appelli, alate e vibranti condanne, edificanti proclami, inutili polemiche e grandi sfide fa semplicemente finta di niente, si defila. È costernante. Due mafiosi si arrogano il diritto di giudicare quali parole sono dette ‘bene’ e quali no e questa massa di ipocriti neanche si accorge che si sta parlando anche di loro, in fin dei conti. Parola contro parola: la voce del potere contro la voce (di fatto poco credibile) dell’arte. Possibile che sia sfuggito il neanche troppo subliminale messaggio? Possibile che nessuno abbia intuito qual è il cuore del problema, la magagna? Saviano - e ancora una volta lo stiamo inchiodando a un simbolo, a un’icona - è stato lasciato solo non tanto dal potere quanto dai suoi colleghi: scrittori e scribacchini, critici e polemisti, pensatori. Sarà un segno dei tempi e non consola. Quando Sciascia venne messo in croce per quella sua battuta - acuta, dialetticamente impeccabile, sacrosanta - sui “professionisti dell’antimafia” dovette scontrarsi col potere (e ebbe la peggio). Saviano ha davanti avversari purtroppo meno scontati, più insinceri. Non c’è successo come nel fallimento, cantava Dylan, ma a Saviano il successo glielo stanno imputando come una colpa fatale e una condanna. Non ci sono silenzi innocenti, casuali. Poi ti chiedi - non puoi evitare di chiederti - che cosa diavolo c’è sotto, qual è il punto, e non trovi le risposte giuste, una certezza. Probabilmente non è solo questione di invidia, questa borghesissima malattia dell’anima, questa tara (ma di invidia ce n’è tanta, chiaramente). Tra ipotesi inconcludenti, sospetti anche spiacevoli, illazioni, mi sto convincendo controvoglia che la “cifra” di Saviano, il suo stile di presenza, la sua voce, finiscano per dar fastidio nel profondo (e non solo alla camorra, si capisce). Col suo arrischiato rivendicare l’obbligatorietà della prima persona - almeno quando si indaga, giudica, denuncia -, con quel suo mettersi in scena così estremizzato, onesto, radicale, Saviano ha messo fuori gioco un intero codice espressivo che si è già cristallizzato in ideologia.
Nella missiva nessuna minaccia esplicita, solo l’invito - paradossale - allo scrittore a «fare meglio il proprio lavoro». E la nostra società letteraria così incline agli appelli ha taciuto
La nostra società letteraria questo non riesce a riassorbirlo o a sopportarlo. Dopo Gomorra i parametri sono saltati, e senza scampo. Adesso, davvero, la voce sbarazzina o confidenziale, “distratta” o “spensierata” di tutti questi giovani - e meno giovani - scrittori che discettano di “responsabilità dello stile” e altre vaccate (o campano di argute sceneggiature e sceneggiate) non suona più credibile o accettabile. Nei loro silenzi di ieri e di oggi c’è già l’ombra di un disarmante sospetto su un domani fatto di nuovi silenzi meno tatticamente dosati, involontari. I silenzi, auspicabili, di chi non ha niente da dire e allora tace.
13 April 2008
