"Roberto Saviano ha dato la definizione più sintetica e giusta di quello che è avvenuto a Napoli in questi anni"
Francesco Rosi, regista e sceneggiatore
 
Il Mattino
25 September 2007  

Saviano: ora narro la Gomorra mondiale.

Lo scrittore parla dei suoi futuri progetti

Nonostante si senta soffocato, Roberto Saviano non perde l’entusiasmo. Approdato sull’isola di Salina ritira il premio «Dal testo allo schermo» assegnatogli dal neonato SalinaDocFest, festival del documentario narrativo diretto da Francesca Taviani e svoltosi nell’hotel «Santa Isabel» di Malfa che la proprietaria Rossela Crisci ha ormai eletto a dimora di personaggi prestigiosi del mondo della cultura. Lo scrittore annuncia il tema del suo prossimo libro.



«Continuerò a indagare sul potere – dice – realizzando un’analisi planetaria dei vari assi mafiosi che esistono tra diverse nazioni e delle operazioni finanziarie che anticipano e gestiscono il futuro del mondo». Lo sguardo di Saviano, dunque, si allarga all’estero e punta l’attenzione sul Kosovo, la Spagna, la Polonia. Lo scrittore napoletano passa le sue giornate a leggere a ad accumulare informazioni, ma la trama principale è già scritta: «Le mafie del mondo sono tutte legate tra loro». Saviano, cosa la spinge a scrivere questo secondo libro? «La stessa rabbia che ha fatto nascere Gomorra. La stessa voglia di urlare contro il potere e di fare i nomi e i cognomi dei nostri nemici. Mi sento come il parroco Don Peppino Diana che, dopo aver pronunciato le parole “A me non importa sapere chi è Dio, mi importa sapere da che parte sta”, non poteva più tornare indietro. Ha combattuto la camorra, non ha taciuto per il suo popolo e le sue parole lo condannarono a morte». Di cosa ha maggiormente paura in questo momento? «Di non essere creduto. Mi viene in mente un sogno raccontato da Primo Levi ne I sommersi e i salvati in cui un reduce di Auschwitz torna a casa ansioso di mangiare e raccontare quello che gli è successo, ma nessuno gli crede. Così mi sento io perché il nostro paese non viene più raccontato e nessuno è abituato a vedere la realtà che gli sta sotto gli occhi. Anna Politkovskaya è stata uccisa perché i suoi libri hanno raccontato la Cecenia come un Paese non sperduto, ma lì a portata di tutti. Narrare la realtà rende la parola pericolosa». A quale dubbio si rivolgerà con il suo nuovo libro? «A tutti. Anche Gomorra non riguardava solo il Sud, ma voleva raccontare a tutti la terra in cui viviamo. Il sistema economico mondiale è unico. Accade, per esempio, che i clan della camorra acquistano l’acciaieria in Russa per poi far tornare i capitali in Germania. Mi interessa, inoltre, mettere a fuoco come l’arretratezza culturale che non permette alle donne di tingersi i capelli per non sembrare prostitute convive in questi ambienti con la più grande avanguardia economica. Ormai è l’imperativo economico a comandare. Nelle mafie c’è stata una rottura dei vecchi schemi e non esistono più preconcetti. Oggi un boss gay o africano può essere accettato». Qual è stata finora la sua più grande soddisfazione? «Essere chiamato “pagliaccio” da Nicola Schiavone. Ma anche sentirmi dire dai ragazzini di Casal di Principe: “Hai scritto proprio un bel romanzo”, con tono dispregiativo e poi sapere che andavano a leggere il libro di nascosto». Qual è il suo rapporto con i soldi? «Non ne ho molti in realtà visto che mi sono dovuto gestire da solo i costi di più di 50 querele». Cosa si aspetta dal film di Matteo Garrone su «Gomorra»? «Sono semplicemente curioso di vederlo. Non ho seguito riprese e montaggio. Ho collaborato solo alla sceneggiatura e poi ho lasciato libero Garrone di fare il suo lavoro. Per ora resto concentrato nelle infinite ricerche del mio nuovo libro.


Francesco Bellino
25 September 2007
home