Minacce a Saviano: intervista al Procuratore Di Pietro
Procuratore generale da due mesi a Salerno, Lucio Di Pietro è la vera memoria storica sulla mafia casalese. Dal 1993 al novembre scorso, è stato il magistrato della Dna applicato in almeno una ventina di inchieste della Dda napoletana. Procuratore Di Pietro, che pensa delle scritte minacciose comparse a Casal di Principe contro Saviano? «Sono espressione di un clima ostile, ormai diffuso ben oltre gli stretti affiliati al clan mafioso, verso lo scrittore». Dice che l’ostilità va oltre il clan? «Quando si parla di clan dei casalesi, non bisogna trascurare chi vi è indirettamente collegato, o chi simpatizza per quei personaggi. Ebbene, allo scrittore che si è tanto esposto, si imputa la continua attenzione dedicata a Casale. Una cosa che non gli si perdona». C’è stato molto silenzio sui casalesi? «Sì. Fui il magistrato che avviò alla collaborazione il primo pentito storico di questa mafia, Carmine Schiavone. Ebbi con lui colloqui investigativi per un anno e dieci mesi. Furono le premesse per i fascicoli dei vari processi Spartacus. Era il 1993. Si veniva da anni in cui di quella mafia si sapeva ben poco». Non c’erano magistrati che se ne occupavano? «Non c’erano pool investigativi su quella zona. Con me, il primo fu Federico Cafiero che aveva un’indagine su un omicidio casertano. Poi arrivarono gli altri. Quasi tutti i fascicoli erano a carico di ignoti. E anche per la stampa era un fenomeno ostico e oscuro». C’è ora una giusta attenzione? «Sì, per le dimensioni del fenomeno e la sua capacità rigenerativa di capi e gregari. Saviano ha avuto il merito di accendere l’attenzione su vicende a noi note. Nel suo libro ho trovato riscritte con stile affascinante almeno tre mie inchieste. Stiamo parlando di mafiosi, collegati ai siciliani, che da allevatori di bufale sono diventati imprenditori da milioni di euro con interessi in Europa dell’est e in molte regioni d’Italia».
di Gigi Di Fiore
08 May 2008
