17 May 2008
Gomorra (Matteo Garrone)
"È ora di smetterla di fare film che parlano di politica. È ora di fare film in modo politico." (Jean-Luc Godard)
Il cinema è il mezzo attraverso il quale si consumano le più grandi
vendette. Charlot che si riprende i baffetti rubatigli da Hitler ne "il
grande dittatore" o, in tempi recenti, Jesse James che si riprende la
vita sottrattagli dal codardo Robert Ford. In "Gomorra" il cinema si
riappropria dell'immaginario "sequestratogli" dalla malavita.
"Primo
passo: Hitler prende a Charlot i baffetti. Secondo round: Charlot si
riprende i baffetti, ma questi baffetti non sono più soltanto dei
baffetti alla Charlot, sono diventati, nel frattempo, dei baffetti alla
Hitler. Riprendendoseli, Charlot conservava dunque un'ipoteca
sull'esistenza stessa di Hitler. Con essi, si portava dietro
quell'esistenza, disponendone a guisa." (1)
La criminalità ha
scippato al cinema la rappresentazione spettacolarizzata del crimine
stesso. Personaggi tarantiniani, scorsesiani, depalmiani (2) appartenti
all'immaginario vengono emulati da personaggi decisamente pù reali
(banalmente: che uccidono sul serio). Il gesto spettacolare del cinema
diventa parte integrante della quotidianità malavitosa. Le gesta
quotidiano/malavitose tornano però a divenire cinema in "Gomorra", come
se i personaggi che si muovono nello spazio filmico si fossero
impossessati dell'esistenza delle persone in carne ed ossa. La
strategia è semplice: (ri)prendere il ladro con le mani nel sacco. Due
ragazzi vengono ripresi mentre imitano Tony Montana: vogliono
impossessarsi delle sue gesta. Ma la macchina da presa gioca loro un
brutto scherzo: si impossessa a sua volta delle loro. Ciò che in
principio era "spettacolo" ora è tornato ad esserlo. Imitare azioni
facenti parte dell'universo cinematografico davanti ad una mdp è
semplicemente fornire nuova "linfa spettacolare" a quell'universo.
Anziché "sottrarre", i due, "aggiungono".
Il cinema è capace di
riprendersi, con forza, la fetta di immaginario che gli spetta. "Diamo
al cinema quel che è del cinema", verrebbe da dire.
Quello di Garrone è un film tremendamente sineddotico. Dalle pagine roventi/dolenti di Saviano vengono estratte le storie più "basse", ossia quelle che ritraevano i meccanismi della camorra attraverso le azioni dei malviventi (e non...) situati in basso nella struttura piramidale mafiosa. Questo non getta uno sguardo parziale sull'organizzazione, anzi, la sua struttura viene "colta" per intero a partire dalle sue componenti "marginali". Come la nave, inizialmente descritta attraverso la vela e infine sostituita dalla stessa. La vela, così come colui che porta la mesata alle famiglie dei carcerati, il giovanissimo affiliato alla camorra, lo [flessione delle dita] smaltitore di rifiuti e gli scarface-boy, è parte di un tutto decisamente più grande, una parte talmente vitale per la struttura che aiuta a "galleggiare" (nave/camorra) che gettare uno sguardo profondo su di essa significa cogliere la "nave" nella sua interezza.
Il grande merito di Garrone è quello di aver sottratto alle pagine di "Gomorra" lo sguardo di Saviano (il libro è un po' come una ripresa in soggettiva, un qualcosa di "partecipativo") per poi trascinare la sua "identità" registica all'interno delle pagine-fattesi-immagine. Pagine sostituite con spazi da "interrogare" con il massimo strumento morale: l'inquadratura. Garrone non giudica le azioni ma le scruta, e non potrebbe essere altrimenti.
"Un film dovrebbe camminare con le proprie gambe. E' assurdo che un
regista debba spiegarne il significato a parole. Il mondo creato nel
film è un prodotto della fantasia e talvolta le persone amano entrarci.
Per loro quel mondo è reale. [...]
Qualcuno potrebbe sostenere di
non capire la musica; però la maggior parte delle persone la sperimenta
a livello emotivo e sarebbe d'accordo nel ritenerla un concetto
astratto. Non si ha bisogno di tradurla subito in parole: si ascolta e
basta. Il cinema assomiglia tantissimo alla musica." (3)
Ascoltare e
basta, lasciare che l'inquadratura si compia prima di porsi degli
interrogativi. Non interrompere il flusso emotivo. Educazione
all'immagine. Capacità di usare i neuroni solo quando serve. Le domande
"immediate" non servono a nulla, urge avere pazienza, lasciare che
l'immagine si "sedimenti".
Questo per dirvi che ho letto da qualche
parte qualcuno lamentarsi di una cosa secondo me molto superficiale:
Scarlett Johansson che ha sostituito l'Angelina Jolie del libro. La
domanda immediata, quella da evitare è: "ma nel libro non era la
Jolie?", è troppo superficiale, non possiamo permettercela davanti
all'immagine. Se solo si avesse la pazienza di aspettare giungerebbero
interrogativi molto più profondi e necessari: "Quale dolore può essere
così forte da non permetterti nemmeno di piangere? La consapevolezza
del non riconoscimento? Una vita di sacrifici ripagata con
l'umiliazione televisiva?". Lì, davanti a noi, uno dei migliori sarti
al mondo vede l'opera del suo lavoro indossato da una diva [in tv],
cosa diamine ce ne frega di chi sia la diva?
Garrone qui, secondo
me, ha girato una delle sequenze più belle e al contempo laceranti
viste di recente. Non un commento, solo lo sguardo del sarto che si
dirige verso il suo camion. Un'ellissi sonora stupefacente, ciò che sta
accadendo è chiaro, come dice Lynch non vi è alcun bisogno di spiegarlo
a parole. Quello che ci offre Garrone però è qualcosa di più, ci rende
il controcampo impossibile di quell'ultima inquadratura, come se quel
cavolo di schermo lì davanti non avesse più alcun significato. Siamo
lì, soffriamo lì, viviamo lì. Lo spazio filmico è in continuum con
quello reale.
Vorresti alzarti in piedi per vedere se la tua ombra finisce ancora sul proiettato tanto è reale, viva, (dis)umana questa scena.
Quella di Garrone è una torsione [quasi depalmiana] nei confronti
di "certe tendenze del cinema italiano" [quasi cit.]. Una ribellione a
suon di inquadrature. L'emozione, il "racconto" [banalizzo] devono
essere veicolati dall'immagine, non possono farne a meno. Purtroppo
Garrone è attualmente uno dei pochi registi italiani [l'altro è
Sorrentino] che ancora si interroga sulla funzione della macchina da
presa, su dove e come piazzarla, come proiettare il proprio sguardo
all'interno dello spazio filmico.
Inquadrature che "seguono" i
personaggi facendo respirare le loro azioni, inquadrature
millimetriche, che non nascondo la testa sotto la sabbia davanti
all'uomo, al dolore che esso prova. Inquadrature che testimoniano
lasciando all'immaginazione il percepire quel "tutto" che sta dietro la
sineddoche di un primo piano doloroso.
Raramente in "Gomorra" vengono utilizzati elementi extradiegetici.
Garrone lascia parlare i suoni neomelodici popolari, lascia gridare i
personaggi e i loro passi. Segno di una volontà di mostrare l'umanità
in tutta la sua forza, senza troppe sovrapposizioni.
"Gomorra" è un
film che mi stupisce profondamente per la sua "compiutezza", frutto di
una maturità registica che probabilmente ancora mancava a Garrone nel
"l'imbalsamatore".
Lacerante come un coltello conficcato nella
carne. "Gomorra" è un film il cui impatto non riesco ancora bene a
delineare, tanto mi sono sentito immerso, coinvolto, parte
dell'immagine.
Questo è il miglior Cinema italiano oggi possibile.
1. André Bazin nel saggio "Pasticcio e posticcio o il nulla per dei baffetti".
2. Scarface in particolare, qui vero e proprio modello. "Il mondo è tuo".
3. David Lynch, "In acque profonde".
