"Quanto Leonardo Sciascia ha saputo narrare la sua Sicilia e la mafia, così Saviano è lo scrittore per eccellenza di Napoli e della camorra" Enzo Biagi  
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17 May 2008  

Se io sono Roberto

Gomorra reloaded

L’assunto da cui parto è che c’è bisogno di Gomorra, non solo in Italia, non solo in libreria.



Non vorrei che questa affermazione portasse chi legge a credere che io voglia in qualche modo la beatificazione di Saviano e quelli come lui che – spesso da sconosciuti – raccontano l’Italia più vera e più orrenda. Semplicemente, forse, oggi come oggi l’unico modo possibile di costruire una narrazione del male, è quello di raccontare l’abisso economico, sociale e antropologico su cui questo Paese esausto fonda la possibilità della propria sopravvivenza, la capacità umiliata e parrucchieresca di tirare avanti. Non mi stancherò mai di dire che Gomorra dovrebbe essere una lettura obbligatoria nelle scuole, negli oratori, nelle chiese, nei campi di calcio, nelle cave, nei saloni di bellezza, nelle biblioteche, nelle università, nelle fiere, negli autogrill. Mi rendo conto che questa affermazione va parzialmente in controtendenza con quello che vado dicendo da anni, e cioè che la letteratura possiede una verità – che è spesso metaforica e allegorica – che va ben al di là del testo e del contesto di riferimento, e che c’è senza dubbio più verità nei sogni deliranti di Kafka o nei movimenti cosmici di Moresco che nel più documentato e combattivo reportage su qualsiasi buco del culo del mondo. Si tratta di due verità per così dire complementari – starei per dire una fisica e una metafisica, se non sapessi che è una cazzata – che convivono e che chiedono di essere affrontate da chi scrive e da chi legge con la stessa consapevolezza antropologica e culturale.

Mi rendo conto che quando incontro qualcuno che non ha letto Saviano lo guardo con sospetto. Perché?, mi chiedo, Perché non l’ha fatto? Perché questa persona – che solitamente è colta – sta deliberatamente decidendo di non sapere, di spiccare un salto di un metro e buttare la testa sotto la sabbia? Ma questa persona lo sa di che cosa è fatta la sabbia in cui sta infilata fino al collo? Io non capisco le persone che non sanno o non vogliono sapere, non capiscono come e perché decidano di non farlo nonostante abbiamo la possibilità conclamata di venire a contatto col midollo sporco e fondante della società in cui vivono, lavorano, crescono dei figli, scopano e provano a trovarsi un posto. Non le capisco e – cosa peggiore – non le giustifico.

Detto questo, vengo al punto, ché questo pezzo vorrebbe essere una recensione del film di Garrone, che ho visto ieri. Quando ho saputo, circa un anno fa, che facevano un film da Gomorra, la seconda cosa che ho pensato è stata «Ma come diavolo si fa a fare un film da quel libro lì? Che cosa si racconta? Come si fa a mostrare quello che il libro mostra? Come si fa a mantenere, in una sequenza di immagini, la stessa forza civile e riflessiva della parola?». Gomorra il libro – è per me irrappresentabile, nel senso che non sono riuscito mai, in tutti questi mesi, a immaginarmi la possibilità di una narrazione che fosse vergine delle accensioni di Saviano, delle sue requisitorie, della nudità della sua lingua e dalle sue tremende liste, l’accumulo di dati, il folklore pacchiano raccontato da un punto di vista che è sì sociale e comune, ma che ci è restituito talmente dall’interno che non riuscivo a intravedere la possibilità di una narrazione diversa e laterale. Insomma: un boss tamarro è un boss tamarro, e fin qui, si fa per dire, tutto normale; ma un boss tamarro raccontato e interiorizzato da Saviano è qualcosa di più: è un boss decostruito, umanizzato e reso vivo e terribile da uno sguardo, quello del narratore, che è lo sguardo di un uomo che avrebbe potuto lavorare per lui e ha deciso di stare dall’altra parte della barricata. Questo punto di vista unico, interno e vivo, è la cifra umana e narrativa di Gomorra, ha la forza di una lettera dal carcere ed è il nerbo di una narrazione senza precedenti. Garrone, poi, con la sua cifra noir e visionaria, non mi sembrava adatto, per così dire: troppo onirico, troppo lovecraftiano per buttarsi nella guerra civile e seguire le tracce di un libro che di visionario e di immaginifico non ha niente. Ma tant’è.

Gomorra è stato scarnificato. Se questo sia un bene o un male non so se arriverò a dirlo. Garrone ha scelto di estrarre dal libro un pugno di storie e di mischiarle, costruendo un film corale totalmente privo dei riferimenti narrativi classici (eroe, antagonista, aiutante ecc.). Non si pensi a Inarritu, però: qui non c’è l’autocompiacimento della tecnica di montaggio fighetto, non c’è – o io non l’ho vista – un’estetica del discorso cinematografico sbandierata e manierista: la materia è troppo incandescente e parla da sé, e la sobrietà con cui Garrone muove la macchina è un servizio e un omaggio alla lingua del libro: siccome tratto di questa cosa enorme, sotterranea (?) e impressionante, lo faccio con uno sguardo scarno, in modo da non ricoprirla e in definitiva nasconderla dietro dei fronzoli inutili. L’occhio della telecamera è l’occhio di Roberto. Il personaggio di Saviano, che nel libro dice «io», parla un po’ di sé, guida il motorino e in un paio di occasioni rischia anche la pelle, non c’è: è sostituito dall’occhio della telecamera, che transita di volto in volto, di luogo in luogo, di auto in auto e piano piano raggiunge l’obiettivo di far identificare lo spettatore con sé. Per proprietà transitiva, lo spettatore diventa Saviano, il suo sguardo diventa l’occhio scrutatore che il narratore offre all’interno del libro. Guardando Gomorra io divento Roberto, sono lui che gira ed entra ovunque, che chiede, domanda, rompe i coglioni, si trova in mezzo ai morti e guarda negli occhi i ragazzini armati delle Vele di Scampia. Io sono Roberto per due ore e un quarto, ma senza rischi, senza legami di sangue con quello che vedo e registro.

Dunque, l’accorgimento con cui Garrone racconta l’irrappresentabile è chiaro: siccome non posso mettere Roberto sul motorino, siccome non posso appesantire la storia con una voce off, rendo te, spettatore, lui, ti metto semplicemente al suo posto e ti faccio andare nei suoi posti, tra la sua gente . In definitiva, ti faccio fare quello che lui fa per tutto il libro, anche se il tuo culo è al caldo.

Il problema è che io, spettatore, non so. Non ho la consapevolezza di Roberto, non ho fatto le sue indagini, non sono nato e non sono vissuto in quei luoghi e in quelle situazioni, non guido il motorino, non conosco le persone e le loro biografie, non ho il suo furore civile. Io non so niente e non lo posso sapere, perché vengo a vedere Gomorra per imparare a capire. Qui il film cortocircuita, perché fa fare a un ignorante quello che nel libro è fatto da Saviano. Ne viene che l’irresistibile (e, di nuovo, irrappresentabile) impianto politico del libro, con quella rabbia atavica e giusta che trapela dalle pagine, scompare insieme all’impressionante mole di dati, notizie e pettegolezzi di cui Saviano nutre il lettore. Gomorra è un film filtrato attraverso il mio sguardo, cioè lo sguardo di chi non sa. Gomorra è invece un libro fatto da chi lo sa «e ha le prove». Questo, per me, è uno iato enorme, una voragine narrativa e di concetto che non posso far finta di non vedere. In alcuni punti, il film non è poi così lontano da un bellissimo reportage giornalistico, da un’opera-verità che è molto, ma non è che un’unghia al cospetto della grandezza del libro. Gomorra (il film) è un Non è un paese per vecchi (il film) corale e vero, e lascia alcune delle cose più impressionanti alla sigla di chiusura: i dati sul numero di omicidi di camorra, ad esempio, o le notizie sugli investimenti all’estero (ricostruzione delle Torri compresa) sono raccolte in un pugno di frasi che compaiono in appendice al film.

Il libro di Roberto, poi, palesava un intento preciso fin dal sottotitolo: era il Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, dove con «impero economico» e «sogno di dominio» bisogna intendere non le scaramucce tra spacciatori nei cortili di Scampia, ma la volontà imprenditoriale e folle di mettere le mani su aree sempre più vaste del pianeta. Il discorso di Roberto è e rimane anche un discorso sui metodi della globalizzazione, sull’infiltrazione del Sistema in ogni ambito umano, compreso il cucchiaino con cui un finlandese sta in questo momento mangiando uno yogurt a Città del Messico. Ciò che Gomorra-libro ha di terribile – oltre alla violenza e al sentimento dell’impossibilità di un’alternativa, sia per chi nasce in certi posti che per me che non sono niente più che un consumatore – è questo. Il film ignora questa che è la prospettiva più micidiale del libro e a tratti si ha la sensazione di assistere solamente alle gesta di quel micromondo che sono le Vele, scelte come set privilegiato della pellicola. Fuori dalle Vele, dopo aver visto il film, possiamo sentirci autorizzati a dire che «il problema non esiste», cosa che è l’anti-Gomorra per definizione. D’accordo, un film ha forse più bisogno di un’unità di tempo e di luogo rispetto a un libro, e sotto questo aspetto l’idea di prendere le Vele come luogo metaforico è intelligente e apprezzabile. Solo che mi devi far capire che quello che mi stai mostrando non è circoscritto a quel grumo di cemento, ma interessa anche me direttamente.

Non si parla di un’opera partendo da quello che non c’è, lo so. Però non ci sono nemmeno i boss, in questo film. Non dico le loro ville hollywodiane, le scene degli arresti, dei funerali. Semplicemente loro. Ce ne sono un paio, ma non sono molto diversi da quelli di un film medio anni Settanta. Non ci sono i corpi dei cinesi che piovono dai container nel porto di Napoli, non c’è don Peppino, non ci sono i visitors. Non c’è niente, tutto è nudo, tutto procede per sottrazione.

Io non vorrei che questa sembrasse una stroncatura, perché non lo è. Il film rimane bellissimo con quello che c’è e quello che mostra, e ho iniziato questo pezzo dicendo che c’è bisogno di Gomorra, in una qualunque delle sue forme. C’erano delle cose che mi pareva onesto rilevare, e l’ho fatto, ed è possibile che torni a vederlo una seconda volta e che ne trovi altre e che ne riscriva.


Andrea Tarabbia
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