"Recent news seems to support Saviano’s view of pervasiveness of the mob" Ian Fisher NYT  
viadellebelledonne
25 May 2008  

Recensione "Gomorra" di Matteo Garrone



Gomorra non è stata distrutta per l'empietà dei suoi abitanti. Gomorra è uno spazio fisico ben preciso. Una specie di non-luogo se invece si tengono presenti tutte le trame fuori fuoco. Che vive respira e si ciba di tutto quello che può annientare. Una provocazione evidente in cui gioca un microcosmo che non conosce pietà. E' una rete fitta e oscura, idiota, per certi versi, come il potere che cerca di nascondersi e vive delle miserie altrui, nauseabondo e bulimico fino allo spasmo; mitica come l'immagine di boss-imprenditori che costruiscono la propria fortuna sull'idea di forza e di violenza. Che Gomorra sia sinonimo di Camorra, lo si capisce fin dall'esordio del film di Matteo Garrone, nelle sale dal 16 maggio e portato avanti con la co-sceneggiatura di Roberto Saviano (il giovane autore del libro omonimo). Libro visionario sebbene realistico, e film altrettanto potente e lacerante. Il rigore dei fatti nella scrittura di Saviano, viene fedelmente riportato da Garrone nella narrazione filmica, con una sferzata di colpi finali, ce ne fosse bisogno, con vere e proprie cifre da capogiro. Sono carica di aspettative quando entro nella sala per assistere alla proiezione; penso di come sia difficile un'operazione del genere: rendere un libro così bello e terrificante come quello di Saviano, in 135 minuti. Mi è sembrato di vederla quella lingua di terra infetta, non ancora in peritonite di cui parla Saviano, mi è sembrato di assistere a quelle esistenze che rimangono appese ad un destino casuale e beffardo. Quelle vite di bambini che vengono massacrate, costantemente. E quegli altri corpi, tutti uguali, stipati come aringhe in scatola. L'atmosfera del film è da subito livida, al neon, ma non si scorge alcuna radiografia evidente se non l'efferatezza del sangue che arriva sempre come uno schiaffo. Garrone è un maestro di incisione e come tale rompe gli indugi a pietismi o tentativi di salvezza. Non ci sono moniti allo Stato e nemmeno si sente il bisogno di decretarne l'assenza. Lo Stato è semplicemente un figurante, una comparsa che accetta di stare ferma. La provincia di Napoli e tutto ciò che da essa si riverbera vivono invece di sostanza propria. L'architettura e la fatiscenza dell'abitato rappresenta bene la struttura del Sistema. Tanti piani dello stesso inconscio collettivo che si scorgono solo dall'alto. E si possono controllare tutti. Spaccio di droga a cielo aperto, matrimoni ad un altro piano e invisibilità del potere camorristico che ti entra fino nell'intimità e ti tiene al collo, nella normalità. Certo perché dev'essere una norma, seppure perversa, se in Italia esiste un'economia delle mafie che fattura più di centocinquanta miliardi di euro l'anno. Se ci sono organizzazioni che hanno ammazzato in meno di trent'anni più di diecimila persone. Eppure non c'è solo la provincia napoletana coinvolta nella Gomorra di Saviano e Garrone. C'è invece la connivenza tentacolare di tanta Italia per bene che vive sopra lo sfruttamento del lavoro minorile, sopra lo smaltimento dei rifiuti, sopra un'infinità di marciume che, siccome nascosto, non sembra faccia così notizia. Non sono storie straordinarie quelle raccontate, bensì quotidianità stravolte dal mito del comando e del controllo che degenera nei vizi del potere. Sono ragazzini in guerra tra di loro che crescono solo per emulare tristemente i propri miti. Non possono smontarli, loro. Non da soli. E non possono sapere quanto è grande e avvolgente Gomorra. A questo ci pensano la tenacia di Saviano e la visione di Garrone che li fanno apparire in tutta la loro miseria e pericolosità. Li fanno apparire nella loro verità, senza fronzoli né folclore. E li fanno puzzare anche, di un olezzo spaventoso di morte che sembra mischiarsi con la pellicola.


di Alessandra Pigliaru
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