"Saviano (...) gets closest to the opaque or invisible structures that underpin the Camorra’s mighty economic engine" Misha Glenny Times  
i Provinciali
27 May 2008  

SODOMA sta a GOMORRA come GARRONE sta a PASOLINI. Anche l’Italia decadente del terzo millennio ha il suo Pasolini.

L'ho visto alcuni giorni fa, ma ne soffro ancora...sono affetto dal mal di Gomorra.



E sì, mi riferisco al film di Matteo Garrone, vincitore morale della Palma d'Oro, nonchè Gran Premio della Giuria a Cannes. Voglio sfogarmi qui, se permettete, perché, se per Orazio est modus in rebus, ebbene, questo film non ha nessun limite, tantomeno ce l'avrebbe il sistema di potere camorristico che vuole rappresentare. Ciò che riprende la macchina da presa non è immaginazione, perché l'immaginario, insegna Jean-Luc Godard, è il viaggio tra ciò che è davanti e ciò che è dietro l'obiettivo. Gomorra è una raffica di pugni nello stomaco, sferrati tutti insieme in un colpo solo e all'infinito, perché non riesci, o forse non vorresti uscire dal contesto che il film, fin dalle prime battute, ricrea in sala, come una lenta agonia, e tu, allo stesso modo, dopo 120' non riesci invece ad alzare le chiappe e scappare via (non certamente solo per ascoltare la splendida colonna finale composta da due elementi dei Massive Attack); vorresti scappare via verso l'indifferenza del quotidiano, facendo finta di non averlo visto mai, Gomorra, ma rimani intrappolato in sala, con l'amaro nello stomaco che pesa come un macigno.

A quel punto, ti sogneresti di gettare nella pattumiera il tagliando del biglietto che, nel corso della proiezione, hai più volte rimaneggiato nervosamente e distrutto tra le mani, solo pensando all'idea che qualcuno potrebbe specularci e fare una montagna di soldi da quel piccolo ritaglio di monnezza... allora ti vengono i cattivi pensieri, forse è meglio gettarlo per terra!

Gomorra non merita una recensione, ogni parola sprecata rischia di banalizzare e annullare le reali intenzioni del regista Matteo Garrone e dell'autore Roberto Saviano. Al contrario, è vietato recensirlo secondo gli schemi classici, così come è severamente vietato provare ad uscire dal sistema camorristico, una volta che ci sei dentro non ne vieni più fuori, un sistema "grazie" al quale gran parte della popolazione partenopea sopravvive e "grazie" al quale Saviano stesso ci ha scritto un libro che n'è valso la scorta, dietro la quale ha dovuto blindarsi negli ultimi mesi a causa del successo editoriale.

Fanno riflettere i commenti dello stesso Presidente della Repubblica, Napolitano, ossia il Capo di uno Stato assente da Napoli e dai napoletani (perché è troppo comodo mandare la polizia o l'esercito per ricercare soluzioni tampone, quanto basta per sedare gli animi, giusto il tempo per concludere un mandato di cinque anni e poi scaricare la patata bollente). NAPISAN ha esclamato: "Gomorra interroga le coscienze!". Se lo dice lui...

Come puoi credere lontanamente che lo Stato italiano un giorno potrà occuparsi di Napoli, quando Franco (un indimenticabile Toni Servillo), datore di lavoro e gestore di un'impresa del nord operante nel campo dello smaltimento di rifiuti tossici, ammette senza troppi indugi: "Noi risolviamo problemi creati da altri! Funziona così, non c'è niente da fare..."? Non un barlume di speranza, non una via d'uscita, perché ci sono la camorra e il nord Italia a prendersi cura di Napoli, non lo Stato. Come per le multinazionali alberghiere che si occupano delle regioni povere del mondo, colpevoli, quest'ultime, solo di essere dannatamente belle e ricche di risorse minerarie, da far gola all'Occidente, accidenti ancora lui...Multinazionali che sfruttano la popolazione povera di questi paesi che si piegherebbe a qualsiasi logica perversa di potere pur di mettere un pezzetto di pane sotto i denti. In questo caso, a fare da multinazionali della situazione sono le imprese di smaltimento di rifiuti che scaricano monnezza dal nord al sud d'Italia. Si ricrea, in un microcosmo Italiano (Nord/Sud, Venezia/Napoli,...), tutto ciò che accade nel macrocosmo del mondo (Occidente/Oriente, G8/Terzo Mondo, Multinazionali alberghiere/impiegati nelle multinazionali alberghiere,...). La popolazione è tradita dallo Stato, è sotto ricatto della camorra.

I colpi di pistola sincopati (anche loro c'hanno un senso, sono maledettamente realisti e credibili in questo film, dove nulla è lasciato al caso) raggiungono l'auto dentro la quale viaggiano il sarto Don Ciro (Gianfelice Imparato) e i cinesi proprietari di un laboratorio sotterraneo, dove la densità di lavoratori abusivi per chilometro quadrato è più elevata che la popolazione in Cina. L'auto finisce in un cimitero di statue, colonne doriche e piedistalli in marmo. Ti accorgi di assistere a una delle scene più fredde e funeree del film: un espediente stilistico, una trovata agghiacciante.

Poi, c'è il quartiere degradato di Scampia, un labirinto di corridoi, stradine e panni stesi fino a formare delle linee immaginarie, dove risiede il Quartier Generale della camorra, la prigione dalla quale nessuno può sottrarsi per sognare una vita migliore; nell'appartamento di Franco, in tv danno un momento del festival di Cannes in cui la diva Scarlett Johannson sfila e posa davanti ai fotografi sul red carpet con abiti succinti ed eleganti, di quelli prodotti nei laboratori sotterranei.

Lo dico senza riserve: Gomorra resterà uno dei capolavori più dolorosi e sofferti della storia del cinema.

Il film è sorretto dal contrasto tutto brechtiano (per esempio tra musica neomelodica napoletana e degrado allo stato puro, tra solarium abbronzanti e miseria umana), un conflitto che ricorda, per riferimenti stilistici, Salò o le 120 giornate di Sodoma... Matteo Garrone, per la regia di questo film, rievoca tanto la grandezza naif del Pasolini dietro la macchina da presa, utilizzando un approccio così carnale e primitivo, da essere realista, geniale e sregolato al punto giusto. Riesce in questo modo a rappresentare l'"orgia di potere", alla stregua del Pasolini di Sodoma. Ce n'eravamo accorti fin dai tempi de L'Imbalsamatore, ora possiamo annunciarlo a gran voce: anche nell'Italia insensibile e decadente del terzo millennio abbiamo il nostro Pasolini, bel contrasto pure questo!

 


Nicola Teofilo
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