"Un portrait comme on n'en a jamais lu." Le Figaro, 2007  
il Cittadino.it
27 May 2008  

“Gomorra”: nel film di Garrone l’Italia trasformata in girone dantesco

I cadaveri e i rifiuti tossici fanno la stessa tragica fine, in questo paese martoriato. Sepolti, nascosti nella stessa terra, inquinata e avvelenata dai fusti delle aziende chimiche, smaltiti dai clan della camorra.



In questo girone dantesco che è Gomorra, Italia, ai giorni nostri. È un film coraggioso e importante Gomorra, di Matteo Garrone, secco e bellissimo, senza attenuanti e senza speranza apparente, ma lucido e sempre presente. Tratto dal romanzo di Roberto Saviano, racconta il male di una terra finita nelle mani della camorra, che uccide, avvelena e distrugge Napoli e il suo sterminato territorio e arriva molto più in là, in maniera più nascosta, sottile. Prende spunto dal romanzo, il film, ma ha il pregio raro di affrancarsi da questo, per diventare un'opera autonoma, quasi indipendente. Dalle pagine di Saviano prende un pugno di personaggi, quattro storie che sullo schermo "riassumono" tutte quelle raccontate nel libro, che è per forza di cose un'altra cosa: Garrone lavora per elisione, non può e non vuole essere documentato come il libro, che fa i nomi, ha un taglio da "docu-drama", è un romanzo di inchiesta pur conservando un altro profilo letterario. Il film lavora nella direzione opposta, deve condensare i temi e le storie, e quindi sceglie di non imitare, di non seguire meccanicamente le pagine. Gomorra sullo schermo è un'opera a se stante, forte dello stile del suo regista, già ampiamente dimostrato nelle opere precedenti. Ha lo stesso taglio netto, secco del racconto, lo stesso colore sgranato. E ha i personaggi "trovati" da Saviano nell'immenso e terribile campionario di malavita di questa terra avvelenata. A cominciare da quello, "bellissimo", straordinario per quanto è semplice ed esemplificativo, del sarto Pasquale, il maestro capace di cucire un vestito degno della cerimonia degli Oscar, ridotto a lavorare in uno dei laboratori sotterranei del falso gestiti dalla camorra, ingaggiato dai cinesi per insegnare il mestiere a quelli che saranno gli unici in grado di mettere in crisi questo sistema. Il sarto Pasquale che parla della sua arte con amore ed è costretto a venderla per soldi, come prima di lui hanno fatto con la terra, con i campi disseminati di rifiuti tossici, con le città e con la vita delle persone. Nel romanzo occupava invece poche pagine la storia dei due aspiranti boss che sognano di imitare il padrino "Scarface", e che diventano protagonisti nelle mani di Garrone. Grazie alle loro figure il regista riesce a restituire un altro elemento fondamentale svelato da Saviano. Il meccanismo di imitazione scattato in questi criminali che si muovono e parlano come i personaggi dei film americani, come Tony Montana appunto, di cui sognano le gesta, le ville, le vasche con idromassaggio grandi come piscine, costruite nei tuguri di Scampia. Poi ci sono, appunto, le "vele" di Scampia, il disastro di un agglomerato urbano trasformato in un supermarket della droga capace di servire una città e una nazione intera.
Garrone sceglie alcuni elementi e concentra l'attenzione, non fa i nomi e quasi non distingue tra i luoghi, tra Casal di Principe, Castel Volturno, Mondragone. Ma per questo la sua Gomorra è, se possibile, ancora più terrorizzante, ancora più potente, perché è ovunque, non ha nulla di retorico e non salva nessuno. Taglia e colpisce, il regista, con uno stile scarno ed essenziale, ma non omette nulla, anche se concentra sui titoli di coda gli elementi di cronaca più stretta, i numeri impressionanti che sintetizzano quello appena raccontato. Gli affari dei clan impegnati persino nella ricostruzione delle Torri Gemelli, il giro di affari della droga che ha proventi pari al Pil di una nazione. Tutto in questa terra avvelenata, dove i rifiuti tossici e i kalashnikov nelle mani di ragazzi assassini uccidono ogni giorno con lo stesso puntuale metodo.


Lucio D’Auria
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