"La realtà è peggio di Gomorra"
Lo sceneggiatore: «Offrire strumenti alle persone per crearsi delle opinioni»
Esiste un legame stretto, indissolubile, tra i fatti della realtà, le pagine del libro di Roberto Saviano «Gomorra» e le immagini del film di Matteo Garrone premiato al Festival di Cannes e programmato con successo nelle sale di tutt'Italia. Un intreccio che mette i brividi, perché le dinamiche portate alla luce dallo scrittore continuano a verificarsi con drammatica puntualità e il film che le illustra in modo tanto potente rischia di diventare un pezzo di telegiornale. Maurizio Braucci, 41 anni, napoletano, scrittore e sceneggiatore di «Gomorra» insieme con il regista e con l'autore, ha un sua idea.
Qual è, nel caso di «Gomorra», il rapporto che unisce l'attualità al libro e al film?
«La realtà è un divenire, Saviano con il suo libro e Garrone con il suo film hanno dipinto situazioni verosimili, cose che, se non sono già accadute, stanno per accadere. Tra immaginario e realtà c'è un rapporto dialettico, l'importante è comprendere i meccanismi, se si capiscono quelli gli avvenimenti si possono interprete, prevedere».
Libro e film hanno messo sotto i riflettori situazioni che prima non erano note a tutti, questo può in qualche modo influire sugli eventi criminali?
«Forse, a poco a poco, sia il libro che il film iniziano a incidere sull'attualità, anche per la magistratura può essere utile agire nei momenti in cui i fatti sono sotto gli occhi di tutti».
Secondo lei il forte impatto del libro e del film può contribuire a modificare in qualche modo azioni e reazioni delle persone che vivono in certi ambiti?
«Sì, forse lo sguardo inizia a cambiare, ma siamo solo all'inizio. Per produrre un mutamento vero servirebbero tante altre operazioni culturali, servirebbe offrire alle persone strumenti per leggere la realtà e poi crearsi delle opinioni. La gente va aiutata, sostenuta. Da parte delle comunità coinvolte nei fatti criminosi c'è un certa difficoltà ad accettare il contesto in cui vivono, si cerca di evadere, di non pensarci».
Eppure in questa fase l'atteggiamento delle istituzioni è molto deciso, l'attenzione è concentrata sul problema, si prendono provvedimenti concreti, secondo lei questo serve a qualcosa?
«La repressione non basta, lo dimostra l'assassinio di ieri. Se tutte le idee e tutti i provvedimenti si concentrano sul reprimere, non cambierà nulla. Bisogna cercare di trasformare la cultura, agire sui giovani per modificarne le coscienze, per spingerli a osservare i fatti da un'altra prospettiva».
Nel libro di Saviano Casal di Principe è indicato come polo fondamentale del sistema camorristico, l'omicidio di ieri è avvenuto proprio lì. Lei come lo interpreta?
«Credo che in questo momento la situazione sia molto confusa, non bisogna cedere a soluzioni facili. Le mie ipotesi sui fatti sono tre. L'omicidio potrebbe essere il colpo di coda dei clan che reagiscono alla repressione, oppure potrebbe rispondere a strategie interne ad alcune fazioni che colpiscono per mettere in cattiva luce clan avversi. La terza possibilità è che ci sia un nuovo gruppo, più forte degli altri, che cerca di affermarsi in quel contesto compiendo un gesto eclatante».
Pensa che la camorra sia in fase di evoluzione?
«Non sappiamo se la situazione generale sia diversa, è certo però che la camorra sia sempre in grado, se necessario, di cambiare, anche completamente. Di sicuro c'è una recrudescenza».
di Fulvia Caprara
02 June 2008
