Saviano o l’arte di resistere anche ai pregiudizi della città
Roberto Saviano rappresenta l’ennesima occasione perduta di Napoli. Per riconoscergli il ruolo di interprete acuto e impietoso della realtà contemporanea di questa città ci è voluto il palcoscenico internazionale, prima con il successo esplosivo del best seller e ora anche con il film che dal libro è tratto e che è stato appena premiato a Cannes.
Ci
è voluto Salman Rushdie che gli stringe la mano,
ci sono voluti gli applausi della Croisette, i complimenti e la solidarietà che lo scrittore ha raccolto dovunque in giro per il mondo. Ci è voluto,
insomma, il riflettore da divo.
Eppure neanche
adesso Napoli si è mobilitata per lui. Nessun pubblico riconoscimento, nessun ringraziamento,
nessun invito a ricoprire un ruolo ufficiale. Anzi,
prima che il suo successo diventasse così ecumenico c’è stato anche il tentativo di dargli addosso
perché rovinava l’immagine di Napoli. Ora, a distanza di poco tempo, quell’immagine si è evidentemente rovinata da sé e non si può non riconoscere a Saviano il ruolo di Cassandra. Lo era
già quattro anni fa, quando iniziò a scrivere su
questo giornale. Molti cronisti napoletani dicono (e hanno ragione) che «Gomorra» riprende
fatti già noti. È vero, si tratta di eventi già pubblicati dalla stampa, locale e nazionale, oggetto di
inchieste giudiziarie, ma Saviano ne ricuce le maglie in un unico racconto tragico, un affresco angosciante e lucido che ha tutto un altro effetto,
un altro fine e un’altra potenza rispetto alla cronaca, sia pure la migliore cronaca dei quotidiani.
Dunque, fatti già noti. Ma certo non solo letti
sui giornali. Anche conosciuti in prima persona,
nelle peregrinazioni che conduceva, per esempio, durante la faida degli scissionisti. In quel periodo Saviano scriveva per la nostra pagina della
cultura e quei fatti diventavano pezzi «ibridi»,
metà narrazione e metà cronaca, caratteristica
che poi diventa la cifra stilistica del libro. Infatti
è lì che molti di quei pezzi sono confluiti
Il nome di Roberto me lo segnalò per la prima volta lo scrittore Leonardo Pica Ciamarra quando gli dissi che cercavo nuovi collaboratori per il settore culturale. Mi parlò di alcuni brucianti reportage di Saviano che erano stati pubblicati on line dal sito Nazione Indiana. Li lessi e lo contattai via mail, da lì nacque una collaborazione più che stimolante. Fino ad allora, oltre che su internet, Roberto aveva pubblicato solo qualche pezzo sul «manifesto». Era praticamente un giovanissimo sconosciuto, ma animato da una energia incredibile ed esibiva una altrettanto incredibile conoscenza della materia. E soprattutto, se ne sentiva coinvolto fino al collo. Durante tutta la guerra di Scampia era sempre presente sui luoghi più caldi e mi mandava poi mail amarissime, quasi deliranti, sulle sue sensazioni, sugli omicidi, sulle scene truculente a cui assisteva. Era già un mondo in disfacimento, ma lui lo vedeva con occhi più penetranti di noi. Poi, per lunghi mesi, mi parlò di «Gomorra», che nasceva a fatica: la materia incandescente era difficile da trattare, da irregimentare in un libro.
Quando il caso è esploso, dopo i premi e il boom, e soprattutto dopo la vicenda per cui gli è stata assegnata la scorta, molto spesso ha rimpianto di averlo scritto, quel libro. Eppure era un libro necessario, ha mosso l’opinione pubblica, ha snidato lettori deboli e debolissimi e non se ne potrà non tenere conto, anche dal punto di vista letterario. Perché «Gomorra» può convincere o no (ci mancherebbe altro che fare del suo autore un santino intoccabile) ma certamente rappresenta uno spartiacque nel modo di narrare Napoli. Tanto che siamo già di fronte agli epigoni, al «gomorrismo». Dunque, ben vengano le discussioni nel merito, sul libro, sullo stile. O anche sull’autore, lo si può trovare simpatico, antipatico o quant’altro. Ma come mettere in dubbio, senza averne nessuna conoscenza diretta, la vicenda delle minacce subite, come ha fatto Pasquale Squitieri? Una cosa è dire che il libro è brutto, che il film di Garrone non è riuscito, altro gettare fango su di un ragazzo di 28 anni che è costretto a mangiare persino una pizza con gli amici sotto stretta sorveglianza e che per essere libero si va a rifugiare in un’isola semideserta, a costo di sentirsi profondamente solo.
Saviano ha dedicato il premio di Cannes «al Sud che resiste». Una dedica che andrebbe girata a lui, il più «resistente» ragazzo del Sud.
di MIRELLA ARMIERO
