Existen libros que duran el tiempo de un anuncio comercial y otros que, en cambio, superan el umbral del presente comunicativo, aribando al puerto seguro de la memoria colectiva. (…) Este es el caso de Gomorra." El dia de Cordo  
Alias-Suppl.de L'Unità
28 October 2006  

Lui c’era al posto mio.



Grande emozione ha suscitato la notizia che Roberto Saviano l'autore di GOMORRA è stato messo sotto scorta per minacce ricevute dalla camorra. Solidarietà dei colleghi, mobilitazione in rete, coinvolgimento di firme illustri sui media , dibattiti sulla libertà di parola, sul mezzogiorno, sugli intellettuali, oltre all'inevitabile profluvio di voci impossibili da tacitare ( le polemiche sulle uscite infelici del Sindaco di Napoli Iervolino, che accusa Saviano di essere un "fissato strabico", una parte del problema che denuncia;le elucubrazioni di chi dice "strano la camorra non ammazza i giornalisti, anche Giancarlo Siani era stato ucciso non perché aveva fatto i nomi ma perché aveva ipotizzato che dietro all'arresto di un boss ci fosse la mano di una famiglia rivale; i sospetti di outsider e insider sempre beninformati che riducono tutto ad una montatura pubblicitaria della Mondadori partorita dalla mente diabolica di Gian Arturo Ferrari suvvia). Difficile in questo contesto parlare di letteratura. Eppure al di là del clamore della cronaca ( e della giusta preoccupazione per la incolumità di Saviano) la vicenda contiene un nocciolo di verità che non deve andare perduto , e che non riguarda solo l'emergenza in cui vivono Napoli e l'autore di Gomorra ma, proprio attraverso la letteratura, l'esperienza di tutti.
La forza di Gomorra non consiste tanto nella perspicacia delle analisi sul Sistema economico e sociale oltre che militare della camorra napoletana capace di gestire come una grande holding il rapporto tra territorio locale ed economia globale- dal gigantesco volume di merci cinesi che transitano per il porto di Napoli al grande business dei rifiuti- producendo insieme PIL e degrado , ricchezza e soprusi, plusvalore e disperazione: i dati erano noti e la reazione affettiva che suscitano già ampiamente codificata. Né significa molto di per sé il fatto che Saviano abbia "mescolato i generi" e i toni- la lucidità dell'inchiesta sociologica, il calore della testimonianza personale , lo stile tough di un certo noir anche senza citare la tradizione già quarantennale del NEW JOURNALISM alla Tom Wolfe od alla Truman Capote, la mescolanza dei generi è ormai un genere a sua volta, e di reportage in cui domina quello che Pascal chiamava il "moi haissable" e Gadda il più impernacchiato tra i pronomi, sono piene le librerie. Ma Saviano non si limita a questo : molto spesso il suo IO ci disturba, ci ricatta , si commuove al posto nostro ; ma più spesso ancora ci fa preoccupare per lui. Dopotutto, non è andato a vedere una mostra, una crociera, un'acciaieria dismessa, una fiera , uno qualunque dei luoghi in cui si consuma la nostra inesperienza quotidiana. E' andato la dove "noi" non avremmo mai avuto il coraggio di andare. Ha messo a rischio la propria vita. La sua esperienza è stata autenticata da ciò che ne costituisce insieme il limite, la sanzione, cioè la morte. Il suo ossessivo ed a olte sgradevole "Io so" , esplicitamente ripreso da Pasolini , si amplifica e si legittima attraverso quello che da sempre costituisce il motto dell'esperienza veramente vissuta: "Io c'ero".
Sta qui la ragione prima del successo di "GOMORRA". Saviano ha toccato una corda profonda del nostro vivere associato. Ciò di cui il suo libro parla non è solo e forse non è nemmeno in primo luogo la realtà terribile della camorra , quanto piuttosto il nostro bisogno di esserci e la nostra paura di non esserci; e non solo là dove le cose accadono davvero (lì dove si sceglie, si decide, si rischia e si soffre, nel mondo della "vera" vita sequestrata e restituitoci come spettacolo dall'industria culturale), ma nella nostra vita di ogni giorno, tanto più astratta, informe e inafferrabile quanto più ci si spaccia per concreta. Se ci appassioniamo al suo "Io c'ero" è perché fin troppo spesso sentiamo di dover dire all'opposto "Io non c'ero, o non importava nulla che ci fossi". Se il suo libro ci piace, è in primo luogo perché dà voce a un desiderio che in noi resta sempre frustrato.

 

Saviano ci porta più vicino del più nero dei noir a quel groviglio di fragilità e impotenza con cui non sono solo gli abitanti di Scampia o di Secondigliano a dover fare i conti


Per farlo, Saviano ha dovuto insediarsi nell'unica macchina mitologica ancora in grado di ottemperare a questo compito, e cioè quello immaginario della vittima che è allo stato attuale dei fatti il più potente generatore di soggettività nella coscienza post moderna: da quando i grandi racconti dell'emancipazione individuale e collettiva sono entrati in crisi , singoli e gruppi, ceti e nazioni, pretendiamo tutti di non avere ma di essere qualcosa in quanto vittime di qualcuno ( la famiglia, i padroni,i meridionali, gli stranieri, gli islamici, gli americani,gli ebrei...). Evitando le trappole della tradizione vitalistica, Saviano non si propone come eroe, non addita la sua esistenza inimitabile, non dice " io ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginarvi"come il replicante di Blade Runner. Se chiede di essere ascoltato è solo perché , come Don Abbondio, lui le ha viste quelle facce, lui le ha sentite quelle parole. In questo consiste il suo coraggio e la sua esemplarità.
Attraverso la sua paura, e la sua ragione di aver paura , Saviano ci dice chi siamo. Non è dunque un paradosso dire che le minacce di questi giorni sono una prosecuzione-non voluta, subìta,infame, beninteso- di quella che era stata la scelta strategica più profonda e felice del suo libro, il punto di incontro più intimo tra la sua esperienza e quella del lettore. Per questo ci colpiscono tanto: non perché desideriamo essere colpiti , o che Saviano sia colpito al posto nostro , ma perché solo nella forma cava della condizione di vittima troviamo oggi un'immagine verosimile,anche se rovesciata, della pienezza di essere a cui aspiriamo.
Saviano ci porta più vicino del più nero dei noir a quel groviglio di fragilità e impotenza con cui non sono solo gli abitanti di Scampia o di Secondigliano a dover fare i conti. Un groviglio, per di più, quanto mai concreto , radicato non nell'improbabile altrove della mente deviata di un serial killer , nei complotti delle spie o nelle apocalissi dei terroristi che i più accreditati spacciatori di paure (giornalisti, politici e scrittori) somministrano al nostro immaginario , ma nel cuore stesso del modo di produzione che ci fornisce il cibo che mangiamo e gli abiti che indossiamo.
Non è una verità gradevole. Non è bello essere vittime. Non dobbiamo restarlo. Non vogliamo che Saviano lo sia. Inutile perciò inorgoglirsene, magari a nome della letteratura: " avete visto?la letteratura conta, non è solo fiction , è "scomoda" è capace di testimoniare usque ad sanguinem"- atteggiamento che uno scrittore intelligente ha stigmatizzato nella formula "Saviano muori per noi". E' vero il contrario: anche il libro più disperato contiene una premessa di felicità che solo chi legge può adempiere. La letteratura, diceva Nabokov, cominciò un giorno in cui un ragazzo troglodita tornò nella sua caverna gridando "al lupo,al lupo!" e non c'era nessun lupo. Meravigliosa condizione di libertà e di gratuità, mai garantita e da rimeritare ogni giorno, perché i lupi ci sono , e ho forti dubbi che senza di loro esisterebbe qualcosa come la letteratura. Procuriamo almeno di togliere di mezzo quelli che ci impediscono di leggere Saviano come pura fiction. E' il meglio che possiamo augurarci, per lui e per noi.


Daniele Giglioli
28 October 2006
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