"A sort of Salman Rushdie in Italy’s still unresolved struggle against organized crime" Ian Fisher NYT  
L'ideale
12 June 2008  

L’Italia in due film

Giustamente premiati a Cannes, finalmente due film che riscoprono la tradizione del cinema di impegno civile. Una buona notizia. E se ne avvertiva proprio il bisogno

Cercando ostinatamente di riproporre una stagione irripetibile, quella della commedia all'italiana, legata all'eccezionale versatilità di attori di mostruoso talento, che non hanno mai avuto degni eredi, il cinema italiano, a corto di mezzi materiali, privo di originalità e di interpreti di spessore, sembrava naufragato in un'inquietante mediocrità, specchio della generale mediocrità di un'intera nazione.



Ed è proprio nel vuoto e nel sostanziale immobilismo politico di un paese, sostanzialmente conservatore e persino retrogrado, due cineasti relativamente giovani si accorgono che il nostro è anche stato il paese del neorealismo e dell'impegno civile. Voltandosi indietro, scoprono registi come Francesco Rosi ed Elio Petri. E con la pochezza dei mezzi che passa il convento, il romano Matteo Garrone va a Napoli, tentando l'impresa di tradurre per immagini il fortunato Gomorra di Roberto Saviano, e il napoletano Paolo Sorrentino va a Roma, tentando di penetrare i palazzi e lo scrigno del potere, attraverso la parabola di uno dei suoi più significativi personaggi.

Sono finalmente andato a vederli entrambi, a distanza ravvicinata di pochi giorni. E, in entrambi i casi, sono uscito dalla sala con una certa soddisfazione. I due registi sono abbastanza giovani, sono abili e persino furbetti. Non inventano nulla di nuovo e si arrangiano con italica creatività, che, in fondo, è una delle nostre migliori doti.

Garrone ritrae la Napoli della camorra, mescolando i generi con una certa maestria. Strizza l'occhio al Luchino Visconti neorealista, facendo parlare i suoi personaggi in un dialetto così ostico da imporre i sottotitoli. Portando in spalla la macchina da presa, si concede persino il lusso di un cinema autoriale e si aggira nello scempio architettonico delle Vele di Secondigliano, senza risparmiare nulla dello squallore di luoghi dove lo Stato non ha la forza, e forse nemmeno la voglia, di mettere il naso. Le atmosfere sono tetre, i personaggi completamente privi di qualsiasi etica o di qualsiasi speranza. Si avverte la paura. E dove non c'è paura, c'è incoscienza. La rappresentazione della violenza ricorda un certo cinema minore degli anni settanta, cosicché ne vien fuori un autentico film di denuncia sui generis, profondamente disideologizzato e freddo, dal piglio documentaristico, ma non privo di effetti cinematografici in senso stretto, con la spettacolarizzazione delle scene di violenza ed un'assurda colonna sonora, trasposizione fedele di un passaggio del libro di Saviano, laddove racconta che i più spietati killer eseguono i loro omicidi ascoltando a tutto volume, con le cuffie degli i-pod, i neomelodici napoletani come Gigi D'Alessio.

Sorrentino realizza un'operazione ben più sofisticata, richiamandosi apertamente ad uno dei più grandi del nostro cinema, come Elio Petri. E imbastisce un racconto dell'uomo italiano tra i più potenti di tutti i tempi, che diventa il più fedele ritratto del potere incarnato, cinico e sostanzialmente amorale. Siamo nell'agonizzante prima repubblica, cui il noto personaggio sopravvivrà indenne. Il Divo Giulio (Andreotti) giganteggia, con la sua personalità schiacciante, su una corte di mediocri maneggioni della politica, dai risibili soprannomi (il letame che fa crescere gli alberi, come lo stesso afferma in una delle sue solite battute). La corte sarà travolta dal ciclone Tangentopoli. Lui no. Sarà coinvolto in due processi, l'uno per associazione mafiosa e l'altro per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ma non sarà condannato. Su di lui aleggerà il fantasma di Aldo Moro che, in una delle sue lettere dalla prigione brigatista, gli predice, probabilmente sbagliando, l'irrilevanza storica. Un noto giornalista gli chiederà se sono così casuali le troppe morti, su cui grava l'ombra di troppi sospetti, ma poi ne riconoscerà la grandezza, nel modo in cui affronterà il più infamante dei processi.

La sua voce e il suo sguardo tagliente sono la metafora di una stagione politica lunghissima, iniziata alla fine della seconda guerra mondiale e protrattasi sino alla fine del secolo. Almeno apparentemente. Perché i vizi e le virtù di quella stagione sono gli stessi di una classe politica che, oggi, è peraltro priva di esponenti dotati di altrettanto magnetismo e carisma.

Il film di Sorrentino è cinema d'effetto. Sono le immagini a parlare.. I personaggi reali sono impersonati da attori spesso incredibilmente somiglianti, tanto da sembrare veri. Andreotti (impersonato dall'attore Toni Servillo, che compare anche in Gomorra) è una maschera impenetrabile, che si esprime per battute taglienti, non tradisce emozioni e non smarrisce l'aplomb glaciale nemmeno nelle circostanze più turbolente. Eppure, in una delle più memorabili sequenze del film, si scioglie in un abbozzo di sorriso a una battuta di Beppe Grillo su di lui e stringe la mano della moglie ascoltando alla TV Renato Zero che canta I migliori anni della nostra vita.

Anche Sorrentino, come Garrone, affronta la materia in modo apparentemente asettico. Il suo non è un film politico, ma una rappresentazione icastica del potere, dalla cifra stilistica tendente al grottesco.

Al di là dei meriti artistici dei due film, così diversi tra loro, conforta il fatto che, forse, l'Italia torna a guardarsi dentro. Si scopre più piccola e più arretrata. Denuncia il timore di una deriva irreversibile e legge se stessa, finalmente depurata da incrostazioni ideologiche che hanno fatto il loro tempo. Devo dire che mi mancava. E' un'ottima notizia che, almeno, nel cinema, con la sua energica espressività, si volgano gli occhi alla realtà, anche se si tratta di una realtà non particolarmente esaltante. Ci aveva provato Nanni Moretti con Il caimano, ma in chiave ancora troppo personale e intimistica, perché potesse essere davvero efficace.

Quello che continuo a chiedermi è se film come questi riusciranno a scuotere dal torpore la maggior parte degli italiani. O se rimarranno l'ennesimo prodotto per un elite di intellettuali, un po' pigra e un po' autocompiaciuta, ma priva di vera voce, perché i più guardano la televisione, ossia un mondo edulcorato e falso.

In ogni caso, spero di vederne ancora di film così.

 


Adriano Abate
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