"Gomorra ha spazzato via l’indifferenza imbarazzata con cui venivano accolte di solito le storie di Camorra in Italia" John Dickie Guardian  
Oltrecultura.it
15 July 2008  

Gomorra, ovvero l'evitabile sconfitta della vita e dell'amore



Matteo Garrone è un regista il cui talento da vedutista non retorico dell' hinterland  napoletano putrescente  si era già rivelato nel 2002  in quel livido capolavoro che è "L'imbalsamatore". Il Festival di Cannes 2008 ha premiato il suo ultimo film  "Gomorra" con il Grand Prix, che se non ha la valenza commerciale della Palma d'oro, di certo è  il massimo riconoscimento della  giuria in termini artistici.
Un uomo compassato come il Presidente Napolitano ha nell'occasione affermato , non senza enfasi : "Grande ritorno del nostro cinema ai momenti gloriosi della sua storia", riferendosi anche al conferimento a "Il Divo" di Paolo Sorrentino  del Premio della Giuria, opere accomunate dalla interpretazione di Tony Servillo e dall'appartenenza alla nuova cinematografia napoletana dei rispettivi registi.
Trasporre per il cinema un best-seller come il libro di Roberto Saviano, letto ormai da quasi 2 milioni di italiani, tradotto in decine di lingue,  e già portato in versione teatrale da Mario Gelardi, ha rappresentato un'autentica sfida artistica, dovendo essere escluse tutte le motivazioni di opportunismo commerciale del tutto estranee alle personalità degli autori.
Il film è prodotto da Fandango in collaborazione con RAI Cinema.
Tanto nella versione teatrale quanto in quella per la celluloide, lo scrittore ha collaborato attivamente, ma, a giudicare dai risultati, Saviano sembra essere intervenuto  con saggia discrezione e senza imposizioni di venerazione della fonte scritta, che avrebbero strozzato la creatività di Mario Gelardi, prima, e di Matteo Garrone poi.


Abbiamo la sensazione che il film abbia inteso rappresentare la realtà della Campania di  Gomorra con uno sguardo diverso, con occhio più drammaticamente poetico, meno documentaristico, ma più lirico, senza nulla sacrificare alla necessità e alla volontà di denuncia.
C'è, qui,  il Saviano che ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze della sua denuncia: una vita blindata e sotto scorta, che non gli permette di godere pienamente nemmeno di quella gloria non cercata, benchè meritata; c'è il Roberto che ha avuto conferma di come a Napoli "quelli" individuino in scrittori e giornalisti i loro più temibili nemici, tant'è che arrivano ad additarli, dalle aule dei tribunali,  come bersagli da colpire.
Scrittori e giornalisti mostrano, raccontano e documentano  una camorra che, nelle strutture apicali, è distante territorialmente e socialmente, che  agisce su grandi masse di capitali attraverso la finanza globalizzata, mentre sul territorio propone modelli di paura e di morte per il reclutamento di manovalanza a cui non deve essere prospettata alcuna alternativa.
La mafia siciliana si scaglia contro magistratura e forze dell'ordine, la malavita organizzata campana sembra non temere lo Stato; la mafia isolana punta a corrompere un potere politico locale pressochè plenipotenziario, dato lo statuto speciale della regione, lo Stato centrale è perciò ritenuto, in Sicilia,  un ostacolo, una turbativa per le trame degli appalti e dei traffici locali; la camorra, viceversa, ha la necessità di raggiungere i centri di potere nazionale, di  organizzare traffici illeciti con il nord del paese, l' Europa e il resto del mondo.
La mafia si propone alternativa allo Stato, la camorra, che solo per convenzione diremo campana, mira a permeare le maglie dello Stato e a condizionarne le scelte.
La capacità di denuncia e di risveglio delle coscienze, di cui dispongono  cultura e informazione, è più temuta dell'azione di magistratura e  forze dell'ordine; la conoscenza indirizza il consenso di cui  la politica, con cui la camorra punta ad interagire,  necessita.
Giancarlo Siani  e Giovanni   Falcone: a ciascuno il proprio doloroso evitabile, ma auspicabilmente non inutile,  fardello di eroi.
Poco interessa quanto la camorra ritenga nemico lo  Stato, più ricco di spunti sarebbe indagare con quanta determinazione ed efficacia lo Stato si proponga quale nemico della camorra.
L'angolazione della sceneggiatura di Garrone propone come centrale la vicenda di due ragazzi, poco più che adolescenti, limitati e rozzi, incapaci a relazionarsi con i propri coetanei e persino con disagi nei rapporti con l'altro sesso, al di là del machismo esibito, che risulta dissonante in una società edipico-matriarcale.
Il messaggio è quello  di una promessa non mantenuta che finisce col garantire una vita priva di felicità, con donne costrette a ruoli di supplenza dei propri compagni reclusi o rinchiusi in bunker inaccessibili e che alla privazione della tenerezza, dovuta alla restrizione di libertà del partner,  devono aggiungere l'impossibilità di relazionarsi con il mondo maschile che ad esse ha l'obbligo di guardare come alla inviolabile donna del camorrista.
Non vi è lungo i 120 minuti del film di Garrone, nemmeno un attimo di tenerezza, non una sola affettuosità; non vi è sulla celluloide perchè essa testimonia fedelmente una desolante mancanza nelle quotidianità dei silenzi urlati di chi ha rifiutato di scegliere, di chi millanta di non temere la morte per non  volere riconoscere di non vivere una vita.
Esemplare la figura di Maria, ottimamente interpretata dalla cantante neomelodica Maria Nazionale, espressiva ed efficace, chissà quanto conscia del valore di denuncia della lordura di quello stessa società che  sancisce all'interprete,  il successo di cantante.

Se lo Stato e la sua Giustizia sono distanti o assenti, se Dio è ridotto ad idolo pagano invocato a proteggere il killer durante il suo delittuoso lavoro, allora ciò che può e deve fare meditare e orientare le scelte di vita è la constatazione che il camorrista è sempre un perdente perchè condannato al sacrificio più doloroso: la rinuncia all'amore.
Brutti, obesi, butterati e disarmoniosi, i personaggi che  si muovono nella pellicola di Garrone non suscitano mai ammirazione;  nessuno è mai ritratto nel momento di celebrare una conquista o una vittoria, nessuno vive un innamoramento e, per gli adolescenti Marco e Ciro  (gli attori Marco Macor e Ciro Petrone), il solo contatto possibile sembra prospettarsi in un incontro mercenario, ma nel corso del quale ad essi è permesso non più di  un umiliante voyerismo, limitazione che tuttavia li pone al riparo dal doversi misurare con una sessualità adulta non ancora sperimentata.
Privilegi dei supermachi di periferia.
La scena delle nozze a Scampia evoca atmosfere di sobborghi colombiani, non c'è condivisione di gioia e le architetture delle "vele" si stagliano come allegorie di prigioni dell'anima.
In quello scenario muove i suoi passi Totò, tredicenne, apprendista ragazzo di camorra, che ha il viso efebico di Salvatore Abruzzese; da collaudatore di giubbotti antiproiettile nel corso di quello che ha la valenza di rito iniziatico di coraggio, a complice dell'omicidio di Maria, la compagna del boss, inarrivabile, e che sconta l'imprudenza di fidarsi di una innocenza solo apparente.
Nel film, come nel libro, lo Stato è assente, la giustizia non interviene a interrompere traffici, nessuna istituzione prospetta modelli vincenti ai ragazzi di Scampia o di Casal di Principe;  Garrone, però, rinuncia alla pietas di narratore. vi è costretto dall'essenza della realtà che s'impegna mostrarci, denunciando una società che, poco importa  persino se giusta o ingiusta, violenta o immonda,  è senza amore, perciò agonizzante o morta.
Lo spettatore prova il disagio del senso di colpa di non riuscire  a non provare disgusto:  "Ti fa rabbia perchè vorresti vederli morti - dice Saviano - e i bambini non ti suscitano questi sentimenti. Ma qui  compiono atti  così  riprovevoli che li vorresti poter fermare".
La pietà è troppo contigua all'amore  e di quel sentimento  è nobile emissario, ma l'amore è stato eradicato  da quella società;  chi si serve di violente manovalanze che hanno rinunciato alla vita, ne è cinico burattinaio di una rappresentazione che non si prende gioco della morte, come nel teatro delle "guarrattelle", ma della vita.
Il film non concede spazio alla retorica umoristica, nemmeno per farci amare il personaggio del sarto che ha disegnato l'abito della notte degli Oscar  e che è costretto a lavorare per i cinesi emergenti per mantenere una  famiglia in cui si intravede quell'amore che ha il sorriso paffuto del suo figlioletto e l'accogliente femminilità di Manuela Lo Scicco (reduce da apprezzate esperienze teatrali  con Emma Dante); l'uomo abbandonerà la sua professione/arte, per convertirsi in autista di equivoci  TIR. L'ennesima rinuncia ad una passione.
Senza danni Salvatore Cantalupo regge il confronto con il "Pasquale" teatrale interpretato da un attore straordinario e caro a Garrone come Ernesto Mahieux, grazie, oltre che ai meriti dell'attore,  alla personalità del cineasta che tratteggia una figura più concreta senza risvolti egocentrici.
Gelida poesia maleodorante di gasolio e nebbia padana,  quello sguardo appena lanciato da Pasquale, quasi a rubare un fotogramma da un televisore di un autogrill,  che mostra una propria creazione di alta moda indossata dalle afrodisiache forme di Scarlett Johansson.
Da encomio l'intepretazione di Tony Servillo nel ruolo di un "imprenditore" della camorra, Stakeholder,  che opera nel traffico dei riufiti, smaltendo scorie tossiche del Nord in discariche improvvisate in cave di materiali da costruzione, assisito dal giovane Roberto (interpretato forse timidamente da Carmine Paternoster), neolaureato, che ben presto prende coscienza della nefandezza dei traffici e degli smaltimneti che avvelenano la terra e le coscienze e intraprende la strada dell'indagine e della denuncia che lo renderà uno scrittore famoso e sotto tiro.
La sceneggiatura è efficace e non è mai debitrice a modelli  neorealisti o a eduardismi in cinemascope, la recitazione degli attori, professionisti o presi dala strada, è vivida e spontanea senza egocentrismi, esibizionismi o timidezze.
Ottimo il montaggio di Marco Spoletini che contribuisce ad evocare Brian De Palma nelle  sequenze dei due apprendisti camorristi,  e alterna con  efficace durezza i piani di inquadratura, grazie alla fotografia di Marco Onorato che riduce i campi ad un'essenzialità tagliente.
Il film appare una sintesi tragica di cinque atti  (Storia di Totò; Storia di Don Ciro e Maria;  Storia di Franco e Roberto; Storia di  Pasquale; Storia di  Marco e Ciro)che si intrecciano tra loro intervenendo l'uno nell'altro a tenere alta la tensione narrativa e a scongiurare persino le più inopinabili immedesimazioni.

La colonna sonora attinge dal repertorio neomelodico attualmente di moda, con le tipiche lamentosità cromatiche, i ritmi preconfezioanti in pattern  ripetitivi  e le voci che  scontano l'aver dovuto  sovrastare atavicamente  i rumori delle periferie  e da tale uso hanno contratto quella sgraziata ingolatura nasalizzata,  che non disdegnano di adoperare persino quando i testi  si avventurano in  melense frasi d' amore dalla tenerezza taroccata.
Per dovere di informazione citiamo i contributi, efficaci nella ricercata negatività, di Alessio, Raffaello, Rosario Miraggio e l'immancabile  Nino D'Angelo.
Credit di alta scuola, invece, per Herculaneum , un  brano di Robert Del Naja e Neil Davidge dei Massive Attack scritto per i  titoli di coda, su cui scorrono le parole di Saviano:

"Tremilaseicento morti da quando sono nato. La camorra ha ucciso più della mafia siciliana, più della 'ndrangheta, più della mafia russa, più delle famiglie albanesi, più della somma dei morti fatti dall'ETA in Spagna e dall'IRA in Irlanda, più delle Brigate Rosse, dei NAR e più di tutte le stragi di Stato avvenute in Italia".
Un film su Napoli senza  panorami con Vesuvio e Capri, senza pizze nè mandolini  che accompagnino inni all'arrangiarsi:  era ora!



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