"Gomorra è un'opera pregevolissima, mirabile e coraggiosa" Giancarlo Caselli, Procuratore generale di Torino  
Stellare
03 September 2008  

Napoli dopo Gomorra

Da "Napolide", (citando E. De Luca) quale mi sento e sono, tornando di frequente nella mia città natale, mi accorgo che c'è un dopo Gomorra, un dopo "Pattumopolis".



Che i napoletani siano sempre stati degli arroganti e dei presuntuosi col sorriso volgare e la risata facile si sa, e si sa anche che si sono sempre comportati con fierezza e con aggressività con il prossimo su qualsiasi cosa potesse scalfirli.

Espressioni in uso: "Pecchè c'hai quacche pobblema?" ..."Che è stato? Che è stato O'Frat?"... "Simm paisan!"... "Io t'accido"... "nummeetuccà...hai capito?"

Sono facili alla violenza gratuita perché vivono in cattività, nel malessere e nell'ignoranza di come si potrebbe stare meglio se solo si aprissero e non decidessero a priori di difendere e costruire continuamente quella "napoletanità" inventata di cui si parla tanto ma di cui non c'è mai stata traccia se non in qualche libro.
Sono orgogliosi se si offende o se si annuncia qualcosa di veramente grave accaduto a Napoli..."purchè se ne parli" e giù risate grasse!!!
Sociopatici e farabutti citando M.H.
Buffoni di corte.
Colpisce ancor più l'ignoranza della storia.
Napoli non è una città qualunque, ma una delle due (ex) capitali italiane (l'altra è Milano) che non hanno assimilato l'illuminismo dall'esterno, ma l'hanno prodotto in loco. Nel Settecento la patria di Giambattista Vico è stata una delle più importanti metropoli europee, assieme a Parigi, Londra, Vienna, Pietroburgo e Madrid, e ha sviluppata una sottile vocazione razionalista, ben rappresentata da Filangieri, Cuoco, Giannone e tanti altri. Ma nell'Ottocento l'eredità illuminista era stata persa di vista. E così il velo di civiltà che copriva una plebe immensa e via via sempre più povera, deportata dalle campagne e stipata nei bassi, si era rotto e la città era rimasta senza educatori.
Da allora vi è come una nube a sostenere il castello delle incongruenze napoletane: quella strana indulgenza e comprensione per i difetti, e la convinzione di esserne individualmente esenti. Continuiamo ad agire con la nostra teatralità, attenti a ben figurare ed a pronunciare frasi ad effetto, farcite di antichi detti e proverbi, indovinelli, perifrasi, insinuazioni.
Nel '700 per voce di Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri, Scipione Maffei si iniziò a realizzare quel legame tra scuola e mondo del lavoro che da allora sarebbe stato considerato una conquista acquisita nella storia delle istituzioni scolastiche e che ha portato allo sviluppo di una "società civile". E' proprio questo ceto, ricco di curiosità intellettuale e critico nei confronti delle superstizioni religiose, che sparirà completamente e definitivamente da Napoli e dal regno a seguito del 1799.
Ancora oggi non esiste.
Il problema odierno dei "fetenti", cioè di quella enorme massa di napoletani che vivono nella violenza, malvivenza ed ignoranza, è tuttora insoluto proprio per l'incapacità di formare una classe media, istruita quanto basta per farle riconoscere ed amare la legalità. Napoli si delinea così come un "luogo", dove vivono comunità diverse che si disprezzano tra di loro, in un'incomunicabilità sociale che salva solo le apparenze.....
....Tutti attaccatissimi alla terra, alla città, alla civiltà, ai prodotti, alla cultura ... nessuno però che si curi di "uomini": l'umanità si ferma alla famiglia e agli antenati, i simili non esistono, o tutt'al più sono un fastidio.
È questo eccesso di individualismo che sta alla base dell'asocialità meridionale, sfruttata e alimentata ad arte da approfittatori-politici-malviventi di varie latitudini. L'eccesso di individualismo genera anche la perversa questione sociale, cioè la comunità (sic!) suddivisa economicamente in caste, e razzialmente in "signori" e "popolo".(Altro che freddezza settentrionale aggiungo!)
Tra la fine del 700 ed oggi non c'è molta differenza, in fondo!
Fara Misuraca
Alfonso Grasso
novembre 2006

Eppure qualcosa è cambiato.
La spazzatura, Garrone e Saviano hanno dato il colpo di grazia. Moribondi in agonia, ma vince l'istinto di sopravvivenza e quello di rinascita.
I napoletani sembrano aver preso coscienza di ciò che succede, sono mortificati, silenziosi, sembrano tramortiti, sconfitti...senza più il desiderio di burlare e di truffare il prossimo, di "fregarlo...". Si sono accorti che somigliavano agli altri, si sono accorti che la mentalità da camorrista esisteva in famiglia, tra gli amici, tra gli amanti, tra i bambini come un virus che contamina ma che non può essere isolato perchè non presenta danni evidenti...che dietro le apparenze di popolo felice e autocelebrativo si nascondeva la paura, l'insicurezza...qualcuno doveva pur rimproverarli e svegliarli da quel torpore.
Questa estate ho osservato a lungo il ragazzino (Ciro uno dei due protagonisti di Gomorra) magrissimo che si faceva il bagno con la famiglia al mare...spiaggia libera, spensierato e sorridente, incredulo per tanta fama e successo, tenerezza e consapevolezza di aver fatto qualcosa per Napoli, non per la sua carriera lavorativa di probabile attore. La gente gli domandava se avesse conosciuto tizio, caio...ma lui luminosissimo e con sorrisi continui...si sentiva partecipe di qualche miracolo...il Salvatore che finalmente si annuncia...che tutti aspettavamo.
I bagnanti attoniti tornavano a sdraiarsi sui lettini autoaccusandosi di superficialità...
Il miracolo che mi auguro.
Dopo secoli...perchè anche i vedutisti del 1600 arrivati a Napoli e attratti dalla sua bellezza ...dipinsero scene di violenza d'ogni genere ai piedi del Vesuvio...


Stella
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