Saviano, dai libri al ring: "Solo sul ring mi sento me stesso"
Davanti a un mare grigio e guardingo, Roberto Saviano apre il giornale con lo sguardo doloroso di chi sa: legge dei Casalesi, di una frangia impazzita che semina morte e terrore persino davanti a quei soldati messi a presidiare la terra insanguinata. Gli occhi si fanno piccoli, toccano terra come infilati da spilli. Si rialzano in un attimo, scuri e fuggenti, solo scorrendo le frasi di elogio che Martin Scorsese riserva a Gomorra, al film che naviga verso la notte degli Oscar. «Beh, che complimenti. E proprio da lui, il regista di Toro scatenato...». Ricordare a Saviano gli altri titoli prodotti dal maestro del cinema è un esercizio superfluo. Perché Toro scatenato, con Robert De Niro che diventa Jack La Motta come nemmeno l'originale poteva essere, è un film sul pugilato. Sulle facce rotte, sulla fatica della solitudine, sui pugni presi. E la boxe, oggi, per Roberto Saviano, è ragione di vita. Non uno sport qualsiasi, fuoco fatuo o moda giovanile. «Mi sta salvando l'esistenza più della scrittura», ammette. E stavolta sorride, mentre gli uomini della scorta - sereni e diligenti - lo tengono in un cono d'ombra. Lui, Saviano, sul quadrato ci sale davvero. Si allena quando può, maglie inzuppate di sudore e nocche spaccate da un sacco che si fa duro come piombo.
Una sfida. Per placare se stesso. E in una palestra che sa di periferia, lontano da clamori e inquietudini. Lontano persino dalla sua abituale geografia. L'autore di Gomorra accanto ad altri ragazzi. Di strada o di buona famiglia, tutti assieme, tutti uguali sul sentiero stretto e impervio dell'arte nobile. Ognuno con un suo motivo dentro, alla ricerca di quell'armonia che si può formare solo facendo a cazzotti. In fondo, anche per sapere chi sei davvero: studente, garzone, libero professionista o scrittore da più di un milione di copie. «Fin da ragazzo ho amato la boxe. Il mio mito è stato Pietro Aurino, di Torre Annunziata, un massimo leggero strepitoso. Una volta, dopo una vittoria, Patrizio Oliva - che era il suo manager - si rivolse ai giornalisti: "Diteglielo voi che se si allena potrà diventare un grande". Ma Pietro lo interruppe gridando: "Se Aurino nasce tondo non può morire quadro"... Dalla ribalta alla galera: fu arrestato perché contiguo a un clan di camorra. Che delusione. In tanti hanno fatto una brutta fine». Tanti, sì: forse storditi dai cazzotti, oppure semplici dilapidatori del proprio talento (e di una ricchezza volatile, improvvisa). Ma non tutti. «Perché poi la boxe ha questo di prodigioso, ti mette di fronte alle responsabilità, ti fa uomo, non puoi fuggire di fronte all'avversario. Non esiste nulla oltre le mani, se non l'onore da difendere». Proprio come La Motta, ridotto a impasto di carne, sudore e sangue da Robinson nella notte del massacro di Boston: «Non mi hai messo giù», gli urlò sui denti con l'ultima oncia di fiato. Non cedere, non cadere, non mettere il ginocchio sul tappeto. Non c'è metafora della vita più autentica per uno che a trent'anni è stato condannato dalla camorra. «Ho sempre voluto boxare. Quando abitavo ai Quartieri, nella mia stanza sistemavo i pochi mobili che avevo in modo da ricreare il perimetro del ring, come racconta Jack London. Ne ho parlato spesso con Antonio Franchini, che in Quando vi ucciderete, maestro? ha combinato splendidamente letteratura e combattimento. Il passo dalla teoria alla pratica è stato breve. Grazie all'incontro con un uomo eccezionale, che in palestra mi ha messo sotto torchio trattandomi da professionista, senza alcun riguardo. Lui vuole che si formi prima l'uomo e poi il boxeur. Quindi è passato a curare l'aspetto fisico con una perizia e un'abilità incredibili. Sto rafforzando i muscoli e anche la tenuta mentale». Ore di braccia alte per tenere la guardia e ingabbiare il volto; ore di corda, di sacco, di ritmo. Allenamenti da sfibrare cuore e polmoni, con l'acido lattico che ti sale fino al cervello. «Il sacco mi svuota e mi riempie anche. All'inizio, dopo qualche pugno, il maestro mi invitava ad avvicinare l'orecchio. "Non senti che sta piangendo?", mi sfotteva... Cazzotti fiacchi, mosci, ma ora mi sto rafforzando... Il sacco, poi, bisogna sapere come e dove colpirlo. E io ci ho messo un po' per capirlo. Adesso devo migliorare le gambe, ci lavoro quando posso». Sì, perché la boxe - per Saviano - non è uno sfizio. Ma un affare molto serio. Guai a scherzarci su. «Il primo giorno sul ring ero completamente impacciato, avrei potuto mollare. E invece la boxe mi salva, con tutto quello che accade: la vita blindata, gli affetti negati, le minacce e i continui spostamenti... Spesso non vengo creduto, ed è una beffa. L'impressione peggiore. Solo sul ring mi sento me stesso: lì non sono più teso, nervoso, non alzo la voce, non debbo pensare che chi mi è vicino possa tradirmi da un momento all'altro. Ho commesso molti errori anche nei confronti di persone care, ma la severità con cui talvolta non sono stato perdonato non mi dà pace... La mia vita è impossibile, mi piacerebbe un po' più di leggerezza». La leggerezza che, adesso e per assurdo, solo il pugilato - disciplina dura e spietata, che traduce la lingua del rigore e dell'ostinazione - sembra dargli. Continuerà, Saviano. A scrivere, certo. A denunciare, a gridare con quanta voce ha dentro. E a combattere. Nella vita pubblica come nel perimetro del privato. «Allo specchio, in postura con la guardia alta, rivedo me stesso come un'altra persona», dice. Tra dicembre e gennaio il primo match: quattro riprese, cazzotti veri, niente più sacco che a sentirlo veramente ride o piange. «Spero che non mi spacchino il naso... Quello del mio amico Clemente Russo è ancora integro». Eccolo Tatanka, il pugile di Marcianise oro mondiale a Chicago e argento olimpico a Pechino, il bisonte maschio di Balla coi lupi svezzato dal maestro dei maestri, Domenico Brillantino, una vita spesa (benissimo) per la boxe, per la sua Excelsior, la tana dei campioni, nel silenzio e nella operosità dei vincenti. «Brillantino l'ho conosciuto durante un giro nei centri federali, fa un lavoro straordinario». Ma il sogno si chiama America: «Mi piacerebbe allenarmi con lo staff di Oscar de la Hoya. Poi, se possibile, andare anche in Russia». Un amore che non brucerà nel vento, quello di Saviano. E che finirà in un libro. «Non credo sarà il prossimo, ma sicuramente scriverò di pugilato». Come diceva Albert Camus, che ha tirato di boxe, vivere con le proprie passioni è anche vivere con le proprie sofferenze. Passioni e sofferenze, in questo momento aspro, teso, che sembra non finire mai - e che non finirà né tra un giorno né tra un mese - Saviano se le porta sulle spalle. Che ora sono un po' più larghe, e toste. Anche a questo, forse, serve il pugilato.
di Francesco de Core
07 October 2008
