Isis

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Ho letto "Isis. I terroristi più fortunati del mondo e tutto quello che è stato fatto per favorirli" di Alessandro Orsini.

C’è un passaggio che mi ha fatto molto riflettere, perché raccontando i terroristi jihadisti nel loro essere persone prima che assassini, Orsini li rende estremamente comprensibili agli occhi di chi, come noi, ignora il loro passato e i motivi dell'odio.

"Uno dei fatti più rilevanti - scrive Orsini - che ho scoperto studiando le vite dei jihadisti “cresciuti in casa” è che la comunità jihadista, di al-Qaeda o dell’Isis, dona una quantità immensa di amore ai propri membri, per quanto tale comunità, come ho spiegato parlando della “trappola jihadista”, finisca poi con l’esigere ciò che dona, ovvero la vita.”

Nel libro sono raccontate le vite tristi e vuote dei due fratelli, Saïd e Chérif Kouachi, i killer di Charlie Hebdo, che persero il padre all’età di 4 e 6 anni e, poco dopo, anche la madre, suicida. Poveri e senza reti di solidarietà, finirono in un orfanotrofio e, una volta divenuti adolescenti, iniziarono a condurre una vita ai margini della società.

Si sentirono amati, apprezzati e protetti, per la prima volta, quando diventarono membri di un gruppo di jihadisti. Chérif, il più giovane dei due, fu arrestato il 25 gennaio 2005, mentre cercava di salire su un volo dell’Alitalia verso la Siria, da cui avrebbe dovuto raggiungere al-Qaeda in Iraq per combattere contro gli americani che avevano invaso il Paese nel 2003.

Condotto nel carcere Fleury-Mérogis, conobbe Amedy Coulibaly - il terzo complice, che era in quel carcere dal 2004 per rapina in banca - e il predicatore jihadista Djamel Beghal che diventò uno dei suoi punti di riferimento.Uscito dal carcere, continuò a frequentare Djamel Beghal, da cui si sentiva profondamente stimato e apprezzato. La microcellula jihadista che costituì con il fratello e con Amedy Coulibaly rappresentava la “società perduta” ovvero un luogo in cui potersi sentire amato, stimato e apprezzato.

Altrettanto significativa è la storia di quattro immigrati clandestini dalla Tunisia che crearono una cellula jihadista a Milano e diventarono membri di al-Qaeda. Orsini descrive l’abbraccio pieno d’amore che uno dei quattro, sconvolto dal dolore per la morte della sorella, ricevette dall’Imam della moschea di viale Jenner, a Milano, che reclutava per al-Qaeda.

La tesi di Orsini è che la microcellula jihadista accoglie coloro che sono respinti, loda coloro che sono disprezzati ed esalta coloro che sono emarginati. I  nemici di oggi sono esattamente come noi: le loro debolezze diventano la forza dell’Isis e di al-Qaeda.

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